Fed alza i tassi al 2%: le conseguenze sui mercati

La banca centrale americana continua ad aumentare il costo del denaro. Previsti altri due rialzi entro la fine dell'anno

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– Credits: Matt Cardy/Getty Images

Massimo Morici

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In Europa le parole di Mario Draghi hanno fatto chiarezza sulla fine della politica monetaria accomodante e l'inizio di una fase di rialzo dei tassi, dall'altra parte dell'Oceano la Fed ha smesso già da un pezzo il QE e iniziato tre anni fa, ad aumentare il costo del denaro al ritmo di 25 punti base alla volta. Mercoledì 6 giugno ha effettuato il settimo rialzo consecutivo, il secondo del 2018, portando i tassi dall'1,75 per cento al 2 per cento.

La svolta, ricordiamo, è iniziata il 16 dicembre 2015, quando dopo sette anni di tassi rasoterra si passò dallo 0,25 allo 0,50 per cento. Da allora la banca centrale americana, che ha visto l'entrata in scena di Jerome Powell al posto di Janet Yellen, ha effettuato sette rialzi (due nella prima metà del 2018, tre nel 2017 e uno nel 2016).

Una mossa attesa

La mossa, tuttavia, non ha colto di sorpresa il mercato perché legata alla florida salute dell’economia statunitense: la crescita nel secondo trimestre è prevista al 3%, il tasso di disoccupazione è ai minimi storici (ai livelli del 1969), l'inflazione ancora prossima al 2%. E con i tagli alle imposte per 1.500 miliardi di dollari, la previsione per molti econmisti è che l'economia statunitense continui a crescere a un passo sostenuto.

Le previsioni della maggior parte degli analisti è di altri due rialzi di un quarto di punto quest'anno: a fine anno i tassi negli USA dovrebbero arrivare a raggiungere così un livello pari a 2,50%. Altri suggeriscono, inoltre, tre aumenti dei tassi nel 2019 e uno nel 2020, quando il costo del denaro negli USA viaggerà al 3,50%.

Le previsioni dei governatori

Una delle questioni chiave del meeting, infatti, era capire se le previsioni dei governatori sul livello dei tassi avrebbero mostrato quattro aumenti nel 2018, anziché i tre evidenziati a marzo. "La riunione sarà ricordata per una dichiarazione ottimista sull'economia del Paese, dove la crescita del Pil è vista proseguire a un ritmo solido, supportata da una ripresa dei consumi e da un forte aumento degli investimenti delle imprese" commenta Keith Wade, capo economista e strategist del gestore britannico Schroders.

I rischi per l'economia

Rispetto alle attese di prima della riunione, molti economisti di banche e fondi di investimento intepretano la mossa come un esito più da "falco" di quanto previsto. "I mercati azionari hanno quindi perso terreno negli USA e in Asia. Tuttavia, la curva dei rendimenti obbligazionari si è appiattita, suggerendo la previsione di un rallentamento dell’economia" sottoliena Paul Flood, gestore di Newton IM, una società di gestione britannica controllata dalla banca americana BNY Mellon.

Recessione dietro l'angolo

A preoccupare, appunto, è soprattutto la curva dei rendimenti statunitense che si sta appiattendo pericolosamente, fa notare Nicolas Forest, responsabile globale degli investimenti obbligazionari del gestore franco-belga Candriam. "Lo spread tra i tassi a 2 e a 10 anni ha recentemente raggiunto i 40 punti. Inoltre, come evidenziato recentemente da Lael Brainard, membro della Fed, c’è stato solo un singolo caso dal 1960 in cui una curva invertita non ha preceduto una recessione" avverte l'esperto.

E Tiffany Wilding, economista di PIMCO, un grande gestore obbligazionario americano, avverte: "Lo stimolo fiscale tardivo e le condizioni finanziarie ancora facili con la disoccupazione a livelli storicamente bassi aumentano il rischio che l'inflazione acceleri". È quello che temono gli investitori: di fronte a un improvviso aumento dei prezzi la Fed potrebbe essere costretta ad accelerare il passo.

L'isolamento della Fed

Un'altra preoccupazione è l'isolamento della banca centrale USA: può la Fed da sola rialzare i tassi d'interesse, mentre le banche centrali del resto del mondo mantengono i loro tassi al tappeto? Né la Bce, né le banche centrali di Svezia, Norvegia, Svizzera, Australia, Nuova Zelanda o Regno Unito hanno finora reagito ai rialzi della Fed. Persino le economie emergenti stanno mantenendo tassi storicamente bassi.

In questo scenario, il rafforzamento del dollaro e l'aumento dei tassi statunitensi potrebbe mettere a rischio la crescita globale. E in Europa? "Alla luce della pronuncia di ieri della Fed, in una qualche misura più hawkish, l'euro potrebbe rischiare un ulteriore indebolimento nei confronti del dollaro" dice Larry Hatheway, capo economista di GAM Investments.

L'impatto sulle obbligazioni

Per Filippo Lanza di Hedge Invest, un fondo hedge italiano, questa settimana abbiamo assistituo "a una stretta monetaria globale di notevole entità tra le due aree economiche più grandi al mondo, l'America e l'Europa che può avere un impatto molto rilevante sull'economia e sulle condizioni finanziarie il cambiamento di politiche". "Quando la massa monetaria verrà assorbita, o si tenterà di assorbirla, impatterà negativamente la maggioranza degli strumenti finanziari. In questo contesto, l'asset class in assoluto più costosa rimane l'obbligazionario, soprattutto i titoli di Stato tedeschi".

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