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Criptovalute e monete complementari: quali sono e a cosa servono

Il successo dei Bitcoin ha alzato l’attenzione sui cugini e l’opportunità di utilizzare pagamenti alternativi a quelli tradizionali

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Antonino Caffo

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L’interesse sui bitcoin è massimo. Lo sbarco sulla borsa a Chicago, nella notte italiana tra il 10 e l’11 dicembre, ha toccato il record di 18 mila dollari, mai raggiunto sinora dalla criptovaluta.

Quello che sta accadendo intorno al soldo della rete, di cui spieghiamo qua i meccanismi e le preoccupazioni, ha la conseguenza di accrescere l’attenzione su altri metodi di pagamento simili, cugini prossimi della moneta da coniare standosene comodamente seduti al proprio PC.

Quali sono le altcoins più famose

In gergo, le alternative ai bitcoin si chiamano altcoins, alternative coins appunto, e seppur siano arrivate dopo la ben più famosa banconota digitale, raccolgono comunque un buon seguito, spesso di investitori convinti che tutte le principali criptomonete siano destinate prima o poi a ripercorrere l’ascesa della capostipite del movimento economico indipendente.

Del resto, scommettere su valute del genere potrebbe non essere così sbagliato almeno per due motivi. Il primo: effettivamente il clamore circa i soldi crittografati avrebbe il pregio di trainare anche gli altri; il secondo: attualmente investire sui parenti stretti dei bitcoin costa di meno, con un minor rischio di eventuale perdita.

Non solo bitcoin: Ethereum

In un’ideale gerarchia, dopo i bitcoin c’è ethereum, nata dalla mente del matematico Vitalik Buterin. Molto più dei primi fondata sulla logica della blockchain, il successo di ethereum sta nell’aver creato un ecosistema che si basa totalmente su applicazioni sviluppate per auto-validarsi e controllarsi.

In pratica, grazie alla tecnologia dei blocchi di utenti organizzati in catene (blockchain appunto), il team ha dato vita alla Enterprise Ethereum Alliance, che racchiude nomi del calibro di Microsoft, Samsung e JP Morgan, per la realizzazione di piattaforme figlie della tecnica della criptovaluta ma pensate per fare altro, ad esempio chat sicure e ambienti di scambio di informazioni professionali.

Sulla rete di ethereum poggia il cuore applicativo di Finney, il primo smartphone al mondo le cui app principali funzionano tutte tramite blockchain. CryptoMercado è il primo e-commerce ad accettare ethereum, anzi, chi decide di pagare con tale moneta ottiene uno sconto sul prezzo finale. Altra piattaforma famosa è OpenBazaar, una sorta di eBay globale.

L’algoritmo di LiteCoin

Nata nel 2011 per volontà di Charles Lee, ex di Google, ha una capitalizzazione di mercato di circa 200 milioni di dollari, con un picco di 1,2 miliardi di dollari raggiunto nel 2013. Il suo vantaggio è che viene coniato tramite un nuovo algoritmo che, almeno in teoria, dovrebbe consentirne una disponibilità più ampia dei 21 milioni entro cui è rinchiuso il mondo bitcoin. Ma soprattutto, nell’arco di tempo necessario per generare 3 blocchi di bitcoin, litecoin riesce a farne ben 12. Tra i negozi che accettano litecoin c’è eGifter per comprare biglietti di auguri personalizzati.

L’anonimato di Monero

Spesso i bitcoin vengono etichettati come la moneta anonima. Non è esattamente così, visto che ogni transazione lascia comunque un segno, rappresentato dalla traccia dello scambio avvenuto nella blockchain. Certo, dietro il nome utente potrebbe esservi chiunque (non c’è bisogno di fornire nomi e cognomi reali, date di nascita o codici fiscali) però un’orma del mittente e del destinatario di un passaggio di moneta c’è.

Con Monero tutto questo viene meno grazie al concetto di ring-signatures. In pratica, alla conclusione di una transazione non viene creata una firma che porta in sé i riferimenti dei contraenti ma solo del gruppo a cui appartengono, la blockchain di riferimento. In tal modo non si può risalire alla singola persona ma solo al blocco nel quale ha portato a termine lo scambio.

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Le monete complementari: il caso Italia

Ma non solo criptovalute. La possibilità di fare a meno dei soldi tradizionali e delle logiche bancarie potrebbe spingere la nascita di metodi di pagamento paralleli, globalmente non accettati ma validi localmente. Questo è il caso delle monete complementari, il cui primo utilizzo si ha già nella seconda metà dell’800.

Ad oggi ne esistono decine, centinaia, in tutto il mondo e solo in Italia se ne contano sei giunte agli onori della cronaca per aver suscitato un certo riscontro presso le comunità locali di adozione. Ecco allora il sardex per la Sardegna, il samex per il Molise-Sannio, tibex per il Lazio, il venetex nel Veneto, il piemex nel Piemonte, il liberex in Emilia-Romagna e il linkx in Lombardia, oltre al famoso circuit de comerç social di Barcellona e l’ora del Sudafrica.

Cosa si può comprare

L’idea non è di sostituire l’euro ma di porsi al suo fianco per incrementare la disponibilità economica dei consumatori, preservando la liquidità. Facciamo un esempio, con il sardex (che ha un rapporto di 1 a 1 con l’euro) i cittadini sardi possono comprare beni primari dai produttori intorno a loro, sfruttando lo stipendio per le bollette, il mutuo e tutto il resto non pagabile con valuta complementare.

Come le altre valute presenti sul territorio nazionale, le monete parallele sono ancorate all’economia del singolo paese e valgono poco più di un baratto. Si tratta comunque di una serie di circuiti alternativi interessanti, che danno la sensazione di far respirare le persone incentivando il commercio di prossimità. Nel complesso, le monete complementari vantano in Italia circa 5 mila iscritti, una goccia nel mare delle transazioni non ufficiali ma comunque una base importante da cui partire per progetti più ampi.

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