Lo sciopero più incredibile della storia degli scioperi

I sindacati protestano contro la finanziaria più redistributiva della storia e un Job Act che prova ad estendendere le garanzie

Marco Cobianchi

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Quello proclamato da Cgil e Uil per il 12 dicembre è lo sciopero generale più incomprensibile della storia degli scioperi generali. In piazza non dovrebbero scendere i dipendenti e i pensionati, ma la classe sociale contro la quale Renzi ha scatenato una sorta di odio fiscale, il famoso ceto medio. La legge di stabilità (poi parliamo del Job Act) è una legge redistributiva come raramente se ne erano viste negli ultimi anni. E’ una legge classista e tassaiola ispirata a principi socialisti che dovrebbero fare esultare i sindacati: aumenta le tasse su eredità, Tfr, fondi pensione integrativi, case, terreni agricoli, capannoni industriali e macchinari, tutti beni che appartengono a una classe sociale diversa da quella che scenderà in piazza il 12 dicembre. La quale, probabilmente (anzi, certamente) non si rende conto di essere la vera beneficiaria dell’aumento delle tasse sia attraverso la redistribuzione degli 80 euro sia attraverso la "ricarica" della social card. Iniziative lodevoli, ma inutili. Giuste, ma finanziate principalmente attraverso l’aumento delle tasse e per questo è quasi impossibile che questa redistribuzione determini un aumento dell'attività economica perché per farlo (insegna la teoria keynesiana) bisognerebbe aumentare la spesa pubblica senza aumentare le tasse, altrimenti la massa monetaria in circolazione non cambia e il risultato è zero. Anche per questo la Legge di Stabilità è sostanzialmente inutile: non da questo provvedimento verrà il rilancio e l'uscita dalla recessione. 

E passiamo al Job Act. Il primo dicembre la Cisl (che non partecipa alla protesta del 12) porterà in piazza i dipendenti pubblici e quelli che mancheranno in quella occasione protesteranno il 12. I dipendenti pubblici sono gli unici in Italia che non rischiano di perdere il posto di lavoro in caso di crisi dell’azienda per la quale lavorano (e dio solo sa quanto l’Italia sia in crisi). E’ vero che i contratti pubblici sono bloccati dal 2010, ma è anche vero che né la riforma Madia della Pubblica Amministrazione né il Job Act intaccano il loro privilegio di non essere sottoposti all’andamento dell'economia. La loro illicenziabilità è un articolo 18 al cubo che nessuno, nemmeno il "rivoluzionario" Renzi ha intenzione di intaccare. Un po’ di pudore avrebbe dovuto suggerire a Cgil e Uil maggiore prudenza nel portare in piazza i lavoratori più privilegiati d'Italia.

Ma anche scioperare contro il Job Act è ridicolo. E ancora più ridicolo è sostenere che lo sciopero generale è giustificato dalle modifiche, ritenute peggiorative, all’articolo 18. La mediazione raggiunta tra Matteo Renzi e la minoranza del suo partito demanda la decisione sul reintegro o meno del lavoratore, in caso di licenziamenti disciplinari, alla magistratura consentendo al giudice quella discrezionalità che Matteo Renzi diceva di voler eliminare. Nella battaglia sulle modifiche all’articolo 18, in altre parole, ha vinto l’unico deputato del Pd che si intende veramente di diritto del lavoro, Cesare Damiano, e ha perso il ministro Giuliano Poletti e con lui l’intero governo, perché, nonostante le rassicurazioni sulla definizione dei casi specifici in cui il reintegro è consentito, la magistratura sarà libera di compiere quelle alchimie giurisprudenziali che fanno inorridire gli investitori stranieri e mandano in tilt le imprese italiane. Un esempio: con il "vecchio" articolo 18 un lavoratore di un’azienda aeroportuale del nord (la storia è vera) è stato reintegrato nonostante sia stato filmato a rovistare nei bagagli dei passeggeri, ed è stato reintegrato perché l’azienda lo ha accusato di furto mentre il giudice ha sostenuto che il fatto che avesse rubato non era provato, era provato solo che rovistava nei bagagli. Ebbene: sarebbe reintegrato anche con il "nuovo" articolo 18 inserito nel Job Act.

Anche la polemica sulla cassa integrazione è ridicola. Il segretario della Fiom Maurizio Landini, al cui sciopero del 22 novembre contro la Fiat è riuscito a fare aderire appena il 3,5% dei dipendenti di Torino, propone di estenderla a tutti i lavoratori, anche a chi non ce l’ha ora, "tanto è pagata dai contributi di lavoratori e imprese e non peserebbe sulle casse dello Stato", è la giustificazione. A parte il fatto che si tratterebbe di un nuovo prelievo sulle buste paga e un nuovo onere per le aziende, quella straordinaria viene invece sì pagata dallo Stato e, in ogni caso, estendere la Cassa integrazione significa continuare ad illudere le persone che lavorano in aziende in crisi che il loro posto di lavoro esiste ancora quando, invece, è stato eliminato per sempre, dalla crisi o dalle innovazioni tecnologiche che l'impresa (o il lavoratore stesso) non ha saputo cavalcare. La cassa integrazione, peraltro, anche a causa della discrezionalità con la quale viene concessa, è la causa di clamorose ingiustizie sociali come i 7 anni di cassa integrazione ai dipendenti Alitalia o i 19 (!) della siciliana Keller. 

I sindacati dovrebbero accettare il cambiamento e chiedere che sia più incisivo. Dovrebbero, cioè chiedere più soldi per il sussidio di disoccupazione (la cui formulazione è ancora molto fumosa) e, soprattutto, dovrebbero chiedere che al centro delle politiche attive del governo ci sia il contratto di ricollocazione. E dovrebbero pretendere che i corsi di formazione siano di qualità eccellente in modo da dotare la persona rimasta disoccupata di quella professionalità che il mercato chiede. Non lo fanno perché in tutta Italia gli enti di formazione professionale servono per dare lavoro a chi ci lavora, oltre che per finanziare i sindacati. Per questo Cgil, Cisl e Uil guardano con sospetto le agenzie del lavoro private che fanno con meno molto di più di quello che fanno i "loro" centri di formazione. 

Ma quello che lascia basiti è la protesta dei lavoratori dei call center, che hanno sfogato la loro (giusta) rabbia il 21 novembre scorso contro l’unica legge che da decenni tenta di dare loro qualche garanzia. I sindacati, che esprimono preoccupazione per il passaggio al contratto di tipo subordinato (!), dovrebbero chiedere una più precisa formulazione del contratto a tutele crescenti, pretendere di conoscere subito quali sono le tutele e da quando sono crescenti, in modo da contribuire a rendere questo contratto molto (e non solo un po') più conveniente rispetto a quello precario perché le persone che verranno assunte attraverso di esso possano davvero ottenere quelle garanzie di cui godono i dipendenti assunti con il vecchio contratto a tempo indeterminato. Così davvero la ragazza del call center, per la prima volta, potrà avere le ferie, la malattia e (udite udite) la maternità. E vedere che i sindacati tradizionali scendono in piazza contro l’unica legge che da decenni cerca di dare loro qualche garanzia, non dev’essere un bello spettacolo per il popolo delle false partite Iva e dei precari (allarmantissimi per la possibile interruzione dell'attività di ben tre aziende del settore). Poi non si stupiscano se tra le loro fila gli unici iscritti che aumentano sono i pensionati e i dipendenti pubblici, c’è una ragione a tutto. 

Quindi, ricapitolando: questa è una delle finanziarie più redistributive della storia delle finanziarie. E il Job Act è la legge sul lavoro più garantista della storia delle leggi sul lavoro. E lo sciopero generale del 12 dicembre è lo sciopero generale più politicamente ispirato nella storia degli scioperi generali.

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