Economia

I pensionati perderanno 3,6 miliardi di euro in tre anni

Sta per entrare in vigore il tanto contestato taglio delle pensioni. Ecco come funzionerà

Guido Fontanelli

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Una fetta del governo sostiene la famiglia tradizionale. Un’altra dispensa redditi di cittadinanza ai giovani e ai disoccupati. Entrambe spremono i pensionati. Facendo pure dell’ironia: «Forse neanche l’avaro di Molière si accorgerebbe di qualche euro in meno» ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte giustificando l’ennesimo intervento sulla rivalutazione automatica degli assegni pensionistici più elevati. Che in effetti per alcuni si traduce in qualche euro in meno, ma complessivamente vale 3,6 miliardi in tre anni: soldi tolti dalle tasche di 5,6 milioni di pensionati (più della metà del totale). E poiché questo tipo di interventi produce conseguenze permanenti, si può stimare che in dieci anni il taglio ai trattamenti previdenziali si aggiri sui 17 miliardi di euro. Mica noccioline.
Tutto nasce dalla decisione del governo gialloverde di modificare nel triennio 2019-2021 il sistema di adeguamento degli assegni all’inflazione: per le pensioni superiori a 3 volte il minimo e inferiori a 4 la rivalutazione sarà del 97 per cento dell’inflazione, del 77 per cento per gli importi tra 4 e 5 volte il minimo, del 52 tra 5 volte e 6 volte il minimo, del 47 oltre 6 volte, del 45 oltre 8 volte e solo del 40 oltre 9 volte il minimo. L’impatto è trascurabile per i trattamenti più bassi, ma sale in modo sensibile quando l’assegno è più pesante. Per esempio, chi prende 3 mila euro lordi al mese perderà 174,85 euro all’anno e 524,55 euro nel triennio. Chi invece incassa 4.500 euro lordi subirà un taglio di 269,10 euro all’anno per un totale di 807,30 euro nei tre anni.

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Pesce d'aprile

Il nuovo sistema è entrato in vigore il primo aprile ed è vissuto dai sindacati come un pessimo scherzo del governo: «Questo esecutivo ha fatto alcune cose giuste, come quota 100 o la proroga dell’anticipo pensionistico sociale, ma è intervenuto a gamba tesa sulla rivalutazione delle pensioni senza rispettare gli impegni presi dai governi precedenti» sostiene Domenico Proietti, segretario confederale della Uil con delega sulla previdenza. «Il ritorno al sistema più favorevole risalente al 2000 era stato promesso sia dal governo Renzi, sia da quello Gentiloni. E anche questo esecutivo si era impegnato a non penalizzare chi ha smesso di lavorare».
Con l’esaurirsi della legge Fornero, da gennaio di quest’anno l’adeguamento delle pensioni all’inflazione doveva essere calcolato con il sistema introdotto nel 2000 dal governo Prodi: ovvero non un adeguamento al 100 per cento all’inflazione (ci mancherebbe!) ma una rivalutazione a scaglioni che riduce solo la parte dell’assegno eccedente di tre volte il minimo e con tagli tutto sommato modesti. L’Inps stesso aveva dato per scontato il ritorno al meccanismo di calcolo prodiano, come ricorda Stefano De Iacobis, coordinatore del Dipartimento previdenza della Fnp-Cisl: «Già nel mese di novembre l’Inps aveva proceduto ai rinnovi delle pensioni secondo lo schema, più vantaggioso, della legge del 2000».
Invece, esattamente come hanno fatto le maggioranze degli ultimi anni, Cinque Stelle e Lega stanno battendo cassa al bancomat dei pensionati. «È dal 2011 che vengono introdotti meccanismi che frenano la crescita delle pensioni» spiegano alla Uil «con effetti di trascinamento molto pesanti: chi incassa da 3 a 4 volte il minimo, cioè da circa 1.500 a duemila euro lordi al mese, ormai perde 950 euro all’anno; chi prende da 6 a 7 volte il minimo, perde 4.223 euro all’anno».
Ciliegina sulla rabbia montante dei sindacati: avendo l’Inps pagato le pensioni fino a marzo con un meccanismo più favorevole, ora dovrà riottenere indietro parte dei soldi. «Il recupero delle somme corrisposte in più da gennaio a marzo avverrà nel mese di giugno, dopo le elezioni europee del 26 maggio. Un precedente da non dimenticare» sottolinea De Iacobis.
Presi in contropiede, Spi-Cgil, Fnp-Cisl e Uilp-Uil si stanno mobilitando per contrattaccare: il 9 maggio organizzeranno in tre città (Padova, Roma e Napoli) altrettanti incontri mobilitando migliaia di persone, per poi arrivare al clou il 1° giugno con una grande manifestazione nella Capitale.

Le richieste dei sindacati

I sindacati chiedono al governo una serie di cose: «I pensionati non possono essere considerati un peso per la società e un ostacolo ai diritti e alle giuste rivendicazioni dei giovani» dicono alla Fnp-Cisl. «Ogni giorno assistiamo ad attacchi indiscriminati: le pensioni sono descritte come frutto di privilegi e ruberie, giustificando, in questo modo, penalizzazioni e tagli fatti senza alcun rispetto dello stato di diritto. Chiediamo, dunque, pensioni adeguate che non perdano valore con il passare del tempo attraverso meccanismi di recupero dell’inflazione più efficaci. Si deve tornare al meccanismo di indicizzazione precedente previsto dalla legge 388 del 2000, più equo, così come era stato concordato dal sindacato con le precedenti compagini governative. Si deve garantire un paniere Istat più rappresentativo dei consumi specifici delle persone anziane, che non sottovaluti le loro abituali spese, quelle per le medicine, per le cure, per le badanti, le colf, gli ausili e le protesi. E bisogna agire sulla riduzione delle tasse dei lavoratori e dei pensionati, che pagano la quasi totalità dell’Irpef: sui pensionati italiani, infatti, grava una imposizione doppia rispetto alla media europea».
In effetti negli altri Paesi europei i pensionati vengono tassati molto di meno rispetto all’Italia. A fronte di una pensione annua di 20.007 euro lordi (tre volte il minimo) in Italia si pagano 4 mila euro di Irpef (il 20 per cento), mentre in Francia se ne versano mille (il 5 per cento) e in Germania appena 39 euro, lo 0,2 per cento. La media in Europa è del 13 per cento. Non solo: i pensionati subiscono anche una tassazione più pesante rispetto ai lavoratori. Un’analisi della Spi-Cgil mostra per esempio che a fronte di un reddito di 15 mila euro annui, se questo è uno stipendio da lavoro dipendente l’Irpef è pari a 1.886 euro mentre se è una pensione l’imposta sale a 2.153 euro. Un effetto paradossale, provocato dalla mancanza, per i pensionati, della detrazione da lavoro dipendente.
Ricapitolando: tassiamo i pensionati di più rispetto ai lavoratori e al resto d’Europa, gli facciamo perdere anno dopo anno potere d’acquisto, li additiamo al popolo come privilegiati. E non possono scioperare. Che volete di più?

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