Privatizzazioni: cosa vuole vendere Padoan

Il piano del ministro prevede dismissioni al ritmo di 10 - 12 miliardi l'anno entro il 2017. L'economista Ugo Arrigo: "Difficile arrivare a queste cifre se non si toccano Fs, Rai, Eni, Enel e Finmeccanica"

Pier Carlo Padoan

Pier Carlo Padoan, nuovo Ministro dell'Economia – Credits: ANSA /Mistriulli

Massimo Morici

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Il governo punta sulle privatizzazioni, i cui proventi serviranno a ridurre l'enorme debito pubblico italiano. Almeno nelle intenzioni.

Perché tra il dire e il fare, c'è di mezzo l'Italia dei sindacati, dei partiti e delle lobby, che hanno impedito negli ultimi venti anni a qualsiasi governo di mettere sul mercato i gioielli di Stato.

Eppure il piano messo a punto dal ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan è di quelli ambiziosi. Eccome: 12 miliardi di euro di entrate quest'anno e tra i 40 e 48 miliardi nei prossimi 4 anni.

Ma dove trovare i soldi, visto che Padoan si è limitato a citare le privatizzazioni di Poste Italiane ed Enav?

"Il piano è apprezzabile, dal mio punto di vista" spiega a Panorama.it Ugo Arrigo, professore di Finanza pubblica alla Bicocca e consulente del primo governo Prodi, per il quale lavorò al piano per privatizzare Poste Italiane e Ferrovie dello Stato.

"Ma con la sola privatizzazione della quota di minoranza delle Poste (il 40% è stato valutato negli scorsi mesi da 4 a 5 miliardi, ndr) - aggiunge Arrigo - e dell'Enav, che è piccola, non si riuscirà nemmeno a raggiungere la cifra stimata per il 2014. Tuttavia, credo che dietro l'annuncio di Padoan si nasconda la volontà dello Stato di abbandonare, finalmente, le grandi aziende pubbliche: Eni, Enel, Finmeccanica e Ferrovie dello Stato".

Del resto, che queste siano le intenzioni del governo Renzi, lo dimostrano anche le bozze allegate al piano nazionale per le riforme, che, oltre ai 12 miliardi in entrata per il 2014, dettagliano anche proventi costanti fino al 2017 al ritmo di 10 - 12 miliardi l'anno.

Ma appunto, dove cominciare? "Dal mio punto di vista - prosegue Arrigo - per dare un segnale forte ai mercati, lo Stato come prima mossa dovrebbe mettere sul mercato, accanto alle Poste, la Rai, anche se so che sarà impossibile, e le Ferrovie dello Stato, per poi diluire le partecipazioni nei colossi energetici e in Finmeccanica. Non credo, invece, che le privatizzazioni riguardino le utilities regionali, che sono partecipate dai comuni e non direttamente dallo Stato centrale, anche se un'ulteriore apertura ai privati a livello locale contribuirebbe a snellire il settore pubblico".

Qualcosa, comunque, inizia a muoversi. Negli ultimi mesi sono stati fatti passi in avanti, ad esempio, nel piano di cessione di una quota (si parla del 49%) di Cdp Reti, che ha partecipazioni in Snam Rete Gas e Terna (i due colossi delle infrastrutture per il passaggio del gas e dell'elettricità), anche se per raggiungere una cifra consistente (attorno ai 7 miliardi) bisognerebbe mettere sul piatto il 100% della controllata di Cassa depositi e prestiti.

Tuttavia, procedere spediti sulla strada delle privatizzazioni, come dimostra la storia dei precedenti esecutivi, non sarà certo facile.

Il problema non è il Tesoro, azionista sulla carta di queste aziende, ma quelli che per Arrigo sono in realtà i "veri" azionisti di riferimento di molte aziende pubbliche.

"Un tempo - ricorda - si diceva che per le Ferrovie dello Stato fosse la Cgil, per le Poste Italiane la Cisl e per la Tirrenia fosse la Uil. Purtroppo le cose non sono cambiate, nonostante queste aziende pubbliche abbiano migliorato il livello di efficienza e ridotto l'organico dei dipendenti: il piano del governo Prodi per la privatizzazione delle ferrovie, che prevedeva la nascita di quattro società separate, fallì proprio per l'opposizione dei sindacati, che assediarono l'ufficio di Burlando, l'allora ministro di Trasporti".

La storia, come i comportamenti, si ripete: lo scriveva Machiavelli cinquecento anni fa, ma sembra valere ancora oggi.

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