Bad bank: cos'è e perché l'Italia ne ha bisogno

Sulle spalle delle banche italiane pesano 300 miliardi di crediti deteriorati. E l'Europa non può permettersi un nuovo crac in stile Bankia

– Credits: Carlo Carino Imagoeconomica / Imagoeconomica

Massimo Morici

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In Italia si torna a parlare di bad bank. Un neologismo, mutuato dall’inglese finanziario, che indica la creazione di una società in cui far confluire i cosiddetti asset tossici, ossia i crediti deteriorati (i prestiti che possono andare incontro a una possibile perdita di valore) e tutti gli investimenti iscritti a bilancio con elevato valore nominale ma un valore di mercato prossimo allo zero.

Gli istituti di casa nostra, infatti, continuano a non passarsela bene e, in molti casi, hanno una forte necessità di ricapitalizzazione.

Un destino che accomuna le piccole banche, schiacciate dalle troppo elevate sofferenze nei bilanci, alle grandi banche, alle prese con i rigidi parametri imposti dalla vigilanza europea che chiede una maggiore solidità patrimoniale.

Stando alle cifre circolate nelle scorse settimane, per rimettere in sesto il sistema creditizio italiano occorrerebbero dai 6 a 10 miliardi, mentre secondo il Financial Times, che cita alcuni analisti, il sistema bancario italiano avrebbe bisogno di un veicolo da 9 - 12 miliardi di euro in cui far confluire i crediti deteriorati degli istituti, sebbene Banca d'Italia e FMI abbiano escluso la necessità di creare questo strumento.

La stima è comparsa all’interno di un articolo, pubblicato lunedì sul quotidiano della City, che raccontava dell’ipotesi, al vaglio dai vertici di Intesa Sanpaolo (prima banca italiana per asset), di creare una bad bank interna, sulla scia di quanto fatto nel Regno Unito da RBS, che lo scorso anno ha scaricato 38 miliardi di sterline di asset tossici in un veicolo appartenente al gruppo.

Al pari della banca nazionalizzata britannica, anche Ca’ de Sass, nonostante i conti in ordine, avrebbe bisogno di liberarsi quest'anno di 55 miliardi di euro di crediti in sofferenza o incagliati. E la soluzione sarebbe anche in questo caso il trasferimento dei prestiti deteriorati in un veicolo interno.

Per rafforzarsi ulteriormente, inoltre, la banca guidata dal ceo Carlo Messina starebbe prendendo in considerazione anche la cessione di quote azionarie per 2 miliardi di euro (in Alitalia e Telecom Italia), mentre UniCredit (seconda banca italiana per asset), che al 30 settembre 2013 aveva in portafoglio 47 miliardi circa di crediti in sofferenza, ha già concluso due accordi per la cessione di crediti non perfoming: 950 milioni a Cerberus e un altro pacchetto da 700 milioni ad AnaCap Financial Partners.

La notizia fa il paio con alcune indiscrezioni, apparse tra martedì e mercoledì sui dispacci dell'agenzia Reuters e in un articolo di Mf - Milano Finanza, secondo cui Mediobanca starebbe valutando la creazione di un veicolo per raccogliere i crediti problematici delle banche italiane di media dimensione; uno strumento, quest'ultimo, che potrebbe diventare operativo entro l’estate, dopo che i 15 principali gruppi bancari avranno passato gli stress test dell'Eba.

Grazie a una bad bank, infatti, gli asset tossici delle banche verrebbero trasferiti in una nuova società, che avrà il compito di liquidare questi asset attendendo che migliorino le condizioni di mercato, in modo da poter lasciare gli istituti liberi di funzionare regolarmente.

Ma perché l’Italia (e l'Europa) ha bisogno di una bad bank "preventiva"? In pratica si vuole evitare, in scala ridotta, un crac in stile Bankia, la banca salvata da Madrid grazie alla creazione di un veicolo in cui sono stati scaricati 50 miliardi di asset tossici e, soprattutto, ai 18 miliardi di euro spediti da Bruxelles.

Non scordiamoci, infatti, che sulle spalle delle banche italiane pesa una montagna di crediti deteriorati: secondo recenti stime di Bankitalia sono circa 300 miliardi di euro.

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