Economia

Pericolo banche: i dossier caldi del governo giallorosso

Dalla ricerca di soci privati per il Monte dei Paschi al rischio di nuove crisi fino al destino della Commissione d'inchiesta: tutti campi minati

Guido Fontanelli

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«Il sistema bancario? Le responsabilità politiche sono ben note e sono in capo al Pd, a quelli che l’hanno gestito. Le responsabilità enormi di quella gente, da Renzi a Boschi, le accerterà, spero, la commissione di inchiesta sulle banche e la magistratura». Così tuonava Luigi di Maio nel dicembre del 2017. Politicamente un tempo lunghissimo, attraversato da due governi, ma sul calendario non sono trascorsi neppure due anni. E il tema delle banche, usato come una clava dal leader del Movimento 5 Stelle contro il Pd, è ancora lì sul tavolo con tutte le sue grane attuali e future. Solo che ora ad occuparsene è un governo formato proprio da grillini e Pd. E dalle file dell’opposizione affilano i coltelli e si godono lo spettacolo.

Intanto si scontrano due visioni diverse: il Movimento 5 Stelle, insieme alla Lega, tifava per le nazionalizzazioni degli istituti in difficoltà, il Pd invece per un ingresso solo temporaneo dello Stato in vista di una soluzione di mercato. È quello che sarebbe previsto per il Monte dei Paschi di Siena, dove lo Stato ha rilevato il 68,5 per cento del capitale: entro il 2021, in base agli accordi con le autorità europee, bisogna trovare un nuovo azionista ma già a dicembre di quest’anno il governo dovrà indicare come intende raggiungere quell’obiettivo. E visto come sta andando il settore bancario non sarà facile convincere fondi privati ai investire nella banca senese.

Ancora caldo il dossier della Carige, la cui sopravvivenza per ora è stata garantita dall'aumento di capitale deciso dall’assemblea del 20 settembre. Nel primo semestre del 2019, Banca Carige ha accusato una perdita di 428,5 milioni di euro. Qui il governo dovrà mediare per trovare una soluzione e tranquillizzare l’Europa che teme un nuovo intervento pubblico.

Poi all’orizzonte avanza un’altra potenziale crisi, quella dalla Popolare di Bari. Nel 2018 ha registrato una perdita di oltre 420 milioni e adesso si è affidata alle cure dell’amministratore delegato Vincenzo De Bustis, già ai vertici del Monte dei Paschi e di Deutsche Bank Italia: il manager è alla ricerca di partner industriali mentre la Banca d’Italia sarebbe favorevole a creare una grande aggregazione di banche del Sud. Intanto i soci della popolare pugliese sono sul piede di guerra, dopo aver acquistato obbligazioni della banca che non riescono più a vendere. Insomma, un altro bubbone pronto a esplodere tra le mani di Pd e Movimento 5 Stelle.

I quali dovranno cercare di collaborare nella Commissione bicamerale d’inchiesta sul sistema bancario. A differenza di quella istituita nella precedente legislatura e guidata da Pier Ferdinando Casini, la nuova Commissione non analizzerà vicende e comportamenti che hanno provocato la crisi di istituti bancari ma guarderà al futuro, esaminando tutti i temi della normativa in materia di banche, finanza e tutela del risparmiatore e proponendo eventuali modifiche. Un campo di azione sterminato. Nella commissione di 40 parlamentari i partiti al governo potranno contare su 20 membri tra deputati e senatori (13 del M5s e 7 del Pd), a cui potrebbero aggiungersi due del gruppo Misto e uno di Leu. Anche in questo ambito i due partner di governo dovranno trovare una sintesi per non litigare.

Lo studio di AT Kearney

Nel frattempo altre banche potrebbero chiedere aiuto. In questi anni abbiamo visto saltare una decina di istituti (dalla Popolare di Vicenza a quella dell’Etruria), nazionalizzare il Monte Paschi, rischiare di fallire la Carige. È possibile che altri relitti emergano con l’abbassarsi della marea, ovvero con i tassi di interesse bassi, con le imprese in difficoltà e con la concorrenza delle Fintech. Ogni anno la società di consulenza AT Kearney conduce uno studio su i conti di 92 banche retail (tra cui le italiane Intesa Sanpaolo, UniCredit, Monte Paschi, Ubi e BancoBpm) attive in 22 mercati europei: essendo arrivata alla decima edizione, quest’anno l’indagine ha fatto un confronto tra la situazione del 2008 e quella del 2018. Risultato? Un decennio di passione. Le banche italiane hanno sofferto molto di più rispetto alla media europea: mentre negli ultimi dieci anni i ricavi per cliente negli istituti europei sono diminuiti dell’11,4 per cento, in Italia sono scesi del 28,4 per cento (anche se restano più alti rispetto alla media europea, 817 euro contro 620). Peggio è andata sugli utili per cliente, aumentati dell’8,7 per cento in Europa a quota 206,6 euro e crollati invece in Italia del 60,4 per cento a 141 euro. E sul fronte dei ricavi per dipendente, in Europa siamo a quota 253.940 euro mentre in Italia a 187.348 euro.

Trattandosi di un’analisi che esamina solo i conti di alcune grandi banche, è molto probabile che a livello complessivo il sistema bancario nazionale sia anche peggio e abbia molte aree grigie. «Le banche italiane» spiega Ettore Pastore, partner di A.T. Kearney, «sono state colpite di più rispetto alle europee per due ragioni principali: perché hanno subito più perdite su crediti, e  hanno una forte dipendenza da un tessuto imprenditoriale di aziende medie e piccole». Insomma, siamo in un mondo bancocentrico con poco capitale di rischio. Inoltre, la crisi economica seguita al 2008 ha messo a nudo i limiti degli istituti «radicati sul territorio», che si sono dimostrati estremamente fragili quando l’economia locale ha frenato bruscamente. «Non si può escludere che si aprano altre crisi» ammette Pastore «come del resto sta accadendo in Europa dove il numero di banche si sta restringendo».

Il problema è che accanto a una crisi di tipo congiunturale legata all’andamento delle imprese clienti e ai tassi di interesse ai minimi, ce n’è un’altra strutturale: l’avanzata del digitale e delle normative che costringono le banche a dare più informazioni ai clienti (Mifid2) e a potenziali concorrenti (Psd2). «Le banche dovranno reinventarsi» sostiene Pastore «cercare di differenziarsi, il modello dell’istituto tradizionale che fa un po’ di tutto non ha molto futuro». In altre parole vince chi si specializza su alcuni segmenti del mercato: come ha fatto Corrado Passera con la sua Illimity per le medie imprese, o la Fineco e Mediolanum nel risparmio gestito. «Ma non dobbiamo essere troppo pessimisti: le banche possono ancora recupare spazio di manovra migliorando alcuni servizi, per esempio in campo previdenziale».

Resta il fatto che, come conclude lo studio di A.T. Kearney, per raggiungere i livelli di produttività media a livello europeo le banche italiane nei prossimi anni dovrebbero aumentare di almeno il 21 per cento i ricavi o, in alternativa, ridurre del 18 per cento i dipendenti.



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