Economia

Mes: cos'è e come funziona il "fondo salva stati"

La riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità è tema di dibattito politico nazionale. Ecco cosa cambierà e come

La bandiera dell'Unione europea

Barbara Massaro

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Il MES, il cosiddetto Fondo Salva Stati è un meccanismo burocratico che va a limitare la libertà degli Stati membri dell'Eurozona o è una boccata d'ossigeno per quei Paesi a rischio defoult?

Ruota intorno a questo interrogativo il dibattito delle ultime settimane circa la rifoma del cosiddetto MES, ovvero il Meccanismo Europeo di Stabilità.

Cos'é il MES

Si tratta di un'organizzazione intergovernativa dell'Eurozona istituita nel 2012 con lo scopo di andare in aiuto dei Paesi in difficoltà economica. Come fosse un enorme fondo cassa dove i ricchi mettono di più e i poveri di meno e quando qualcuno ha problemi si rompe il porcellino. Detta così sembra l'uovo di Colombo che ci salverà tutti, ma le cose sono un po' più complesse.

Il MES ha una dotazione di 80 miliardi di euro il 27% dei quali arrivano dalla Germania che, con ogni probabilità, non utilizzerà mai i propri risparmi e quindi detta le regole per gli altri. Il MES, inoltre, emette titoli con la garanzia degli Stati che ne fanno parte e per questo è in grado di raccogliere sui mercati finanziari fino a 700 miliardi di euro.

I parametri per accedere al MES

Il problema è che per gli Stati in difficoltà non basta alzare il ditino e chiedere l'aiuto da casa, ma per attingere a quella che sembra l'oasi nel deserto devono sottoscrivere tutta una serie di condizioni da lacrime e sangue.

Il primo luogo devono accettare la sorveglianza della cosiddetta Troika il comitato costituito da Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale che avrà il compito di vigilare sulla realizzazione di una serie di riforme e cambiamenti nazionali imposti giocoforza dall'Europa.

Si tratta di misure politicamente impopolari come il taglio della spesa pubblica, l'aumento delle tasse, nuovi leggi sul lavoro nazionalizzazione o privatizzazione di enti, pensioni stipendi pubblici e così via. In pratica è l'Europa che decide la linea politica del paese in crisi. Al momento del MES hanno usufruito Grecia, Cipro, Portogallo e Irlanda.

La riforma del MES

Da tempo si parla di una riforma di questo Meccanismo, una riforma che però va in due direzioni antitetiche. I Paesi ricchi (sostanzialmente quelli del nord Europa) chiedono maggiori garanzie sui prestiti e maglie più strette affinché le nazioni meno forti non prendano alla leggera i propri impegni finanziari sapendo che tanto poi ci pensa il MES, mentre le nazioni potenzialmente in difficoltà (tra cui l'Italia) vorrebbero che la mano dell'Europa stesse lontana dalla sovranità popolare.

Da inizio 2018 il braccio di ferro tra "ricchi" e "poveri" (per dirla in soldoni) della zona Euro prosegue senza sosta nel tentativo di arrivare a una riforma equa che non strozzi le nazioni in difficoltà ma che non marci sulle tasche dei paesi più forti.

Tra i punti chiave della riforma i meccanismi di accesso al credito. I paesi più indebitati, tra cui l'Italia, chiedevano che le linee di credito precauzionali del MES (che si chiamano in termini tecnici PCCL e ECCL) venissero concesse anche senza bisogno di sottoscrivere un accordo dettagliato di riforme impopolari.

Nella versione finale questa richiesta è stata sì accolta, ma a patto che i paesi che hanno bisogno di accedere al MES rispettino i parametri di Maastricht e in realtà su 19 Paesi dell'Eurozona, ben 10 (e cioè i più indebitati e quindi quelli che avrebbero potenzialmente bisogno del MES) questi parametri non li rispettano. 

Vittoria dei "poveri" invece è stata l'introduzione del cosiddetto backstop per il Fondo di risoluzione unico, un fondo finanziato dalle banche europee ideato per aiutare istituti finanziari in difficoltà. Ora il MES potrà finanziare il Fondo di risoluzione fino a 55 miliardi rendendo le banche più sicure.

E poi c'è la terza modifica, quella vinta dai "ricchi" che non solo non piace all'Italia ma preoccupa i più deboli

La riforma cerca di rendere più facile ristrutturare il debito pubblico di un paese che chiede aiuto al MES. Questo significa che i privati che hanno prestato denaro alle nazioni in crisi perderanno parte del loro investimento  nel momento in cui scatterà un pacchetto di aiuti con un complesso sistema di compravendita di titoli di Stato.

Questo determina sì che un paese in difficoltà possa restituire meno di quello che deve ai suoi creditori, ma implica che i creditori, consci del maggior rischio del proprio prestito, finiscano per chiedere interessi proporzionalmente elevati al livello di difficoltà del Paese in oggetto.

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