Perché le imprese hanno dubbi sul contratto a tutele crescenti

Da una ricerca della multinazionale GiGroup risulta che oltre l'80% delle aziende vorrebbe eliminare tipologie contrattuali. Non aumentarle

Giuliano-Poletti

Il ministro del Welfare, Giuliano Poletti – Credits: Ansa

Redazione

-

Sorpresa: a circa 6 mesi dal decreto di Giuliano Poletti, ministro del Lavoro, che ha abolito la necessità di indicare la causale nelle assunzioni a tempo determinato, solo il 40% delle imprese ha modificato le proprie abitudini nell’assuzione dei dipendenti. E, tra quelle che hanno cambiato abitudini, la maggioranza ha abbandonato le assunzioni a tempo indeterminato abbracciando le opportunità della nuova normativa: assunzioni a tempo determinato senza causale. Ma, soprattutto, non sono affatto entusiaste del cosiddetto contratto "a tutele crescenti".

Sono i risultati più importanti di una ricerca realizzata da Gi Group, multinazionale italiana leader nella gestione del personale, che ha interpellato 500 imprese (piccole, medie e grandi). Dalla ricerca si scopre che dopo il decreto Poletti della scorsa primavera, solo l’8% ha aumentato le assunzioni utilizzando contratti a tempo indeterminato mentre il 23% le ha diminuite, anche se si ammette che la crescita del numero di contratti a tempo determinato, lentamente viene erosa quell’area di lavoro che va sotto il nome di “cattiva precarietà” come, ad esempio, le false partite Iva e il lavoro nero.


I contratti meno amati dalle aziende


Sull’articolo 18, tema caldissimo in questi giorni, il 42,5% delle imprese interpellate da GiGroup, cioè la maggioranza, preferirebbe che quell’articolo fosse eliminato del tutto e che non venisse introdotto dopo 3 anni dalla data di assunzione, come sembra far supporre l’emendamento del governo al disegno di legge delega che va sotto il nome di “job Act” appena approvato dalla commissione Lavoro del Senato. Le aziende, piuttosto, sono favorevoli ad un indennizzo monetario anche sostanzioso e ad assicurare al lavoratore un supporto alla riocollocazione. Un altro 32,6% non ritiene utile l’introduzione di una nuova tipologia di contratto, quella a tutele crescenti, mentre il 24% crede che la tutela possa, invece, essere reintrodotta dopo tre anni dall’assunzione.

Ma, soprattutto, ciò che le preoccupa è il fatto che il nuovo contratto, a quanto si evince dall’emendamento del governo, il contratto a tutele crescenti diventi una nuova tipologia di rapporto di lavoro accanto a quelle già esistenti: l’87,4% del campione interpellato, infatti, sostiene che le forme contrattuali siano già troppe: eliminerebbero, in un’ottica di maggiore semplificazione, il “contratto a progetto” e le “associazioni in partecipazione”.

 

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Il Jobs act e la spinta ai contratti di solidarietà

Ridisegnato l'ambito di applicazione e le regole per favorire la formula del "lavorare meno, lavorare tutti"

Articolo 18 e Jobs Act, i problemi ancora aperti

Il Parlamento ritarda a decidere sulla riforma del Lavoro. Perché resta da sciogliere il nodo sulla disciplina dei licenziamenti

Cassa integrazione, cosa cambia con il Jobs Act

Con gli ultimi decreti della riforma del lavoro, arriva un tetto per la durata della cig. Contributi più alti per le aziende che la utilizzano spesso

Commenti