Lavoro

Pensioni, perché la Cgil non dice sì all’accordo

Il sindacato guidato da Susanna Camusso ha un obiettivo: mettere in discussione tutte le riforme previdenziali degli ultimi anni

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Andrea Telara

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“Non c'è niente per i giovani, niente per le donne con lavori di cura e gli impegni presi non sono stati rispettati”. Sono diverse le accuse che Susanna Camusso, leader della Cgil, ha mosso negli ultimi giorni al governo, in vista dell'ennesimo vertice sulle pensioni previsto per martedì  21 novembre. 

Alla radio, in tv e in un’ intervista rilasciata al Corriere della Sera, Camusso ha fatto intendere chiaramente che la strada per un accordo con l'esecutivo sulle questioni previdenziali è tutta in salita. Mentre Cisl e Uil sembrano più morbide, il sindacato rosso appare invece irremovibile sulle sue posizioni e minaccia pure una mobilitazione, cioè uno sciopero,  agli inizi di dicembre. 

Le proposte del governo 

Ma perché la Cgil appare così poco propensa a mettere la propria firma su un accordo? Eppure, il premier Paolo Gentiloni sembra avere molto a cuore il raggiungimento di un’intesa e, nelle scorse settimane, ha presentato alle organizzazioni sindacali  un pacchetto di 7 proposte che, in tema di previdenza, hanno l'effetto di ammorbidire leggermente la Legge Fornero e le riforme che l'hanno preceduta. 

Principalmente, nel pacchetto di provvedimenti ideati dall'esecutivo c'è il blocco dell'età della pensione di vecchiaia per 15 categorie lavorative, che nel 2019 avranno ancora la possibilità di mettersi a riposo a 66 anni e 7 mesi come oggi, invece che subire un innalzamento a 67 anni  della soglia di uscita, come previsto invece dalla legge per la generalità  dei lavoratori. Per le stesse 15 categorie, l’esecutivo è disposto a bloccare anche la soglia della pensione anticipata, quella  che si ottiene soltanto sulla base dei contributi versati, indipendentemente dall’età: oggi questo tipo di trattamento viene maturato con 42 anni e 7 mesi di servizio, mentre nel 2019 il requisito dovrebbe salire per legge a 42 anni e 10 mesi. 

Da Dini a Fornero, passando per Maroni

Il governo tende la mano ai sindacati, insomma, ma per la Cgil offre ancora troppo poco. L'organizzazione guidata da Susanna Camusso chiede che venga creata una pensione di base per i giovani che, a differenza dei loro genitori, non avranno un assegno minimo per effetto della Riforma Dini del 1995. Camusso chiede poi l’estensione del numero di categorie che beneficeranno del blocco dell’età pensionabile perché, ha detto nei giorni scorsi la leader sindacale, “l’Italia è l’unico paese in cui l’età pensionabile cresce infinitamente assieme speranza di vita”. La Cgil propone infatti di introdurre un sistema più flessibile di uscita dal lavoro, in un’età compresa tra 62 e 70 anni, a scelta del futuro pensionato. 

Leggendo le dichiarazioni rilasciate da Camusso nei giorni scorsi, insomma, si capisce qual è il vero obiettivo del suo sindacato. Vuole cambiare alcuni cardini su cui poggiano le riforme previdenziali degli ultimi anni: non soltanto quella della Fornero, che innalzò di colpo l’età pensionabile nel 2011, ma anche quella di Maroni del 2005, che introdusse l’adeguamento dei requisiti di pensionamento alle speranze di vita. E nel mirino c’è persino la Riforma Dini del 1995, colpevole di aver introdotto  per tutti il meno vantaggioso sistema contributivo, senza creare un assegno minimo. Partendo da queste basi, l’accordo tra Cgil e governo sembra assai difficile da raggiungere. 

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