Lavoro

Pensioni minime, quanto costa alzarle davvero

Il ministro del Lavoro Di Maio vuole portare a 780 euro al mese gli assegni più bassi. Ma , per riuscirci, ha bisogno una montagna di soldi

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Andrea Telara

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Portare le pensioni minime a 780 euro al mese. E’ la promessa che il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, ha più volte fatto nell’ultima campagna elettorale e anche nelle scorse settimane, annunciando l’approvazione di provvedimenti significativi in materia di previdenza  da parte del governo. 

L’idea avanzata dal ministro è di finanziare la maggior spesa necessaria ad alzare le minime (che oggi ammontano a 500 euro al mese) con un taglio alle pensioni d’oro, superiori a 4mila o 5mila euro netti al mese. Prendere ai più ricchi per dare ai poveri, insomma, questa è la strada seguita dal ministro. Sarà però ben difficile far quadrare tutti i conti, senza tradire le promesse elettorali. 

Milioni di persone, miliardi di spesa

Per rendersene conto basta passare in rassegna alcune e cifre, tra quelle pubblicate ogni anno dall’Inps. In Italia ci sono oltre 2,3 milioni di pensionati che guadagnano nel complesso meno di 500 euro lordi a mese. Il loro assegno medio è di 3.600 euro all’anno, corrispondenti a meno di 300 euro al mese. Portare i loro redditi a 780 euro, dunque, significa mediamente più che raddoppiarli. Considerando che per tali trattamenti lo Stato spende oggi già oltre 8,3 miliardi di euro, dare a tutti questi pensionati ciò che promette Di Maio significa dover sborsare oltre 8 miliardi in più ogni 12 mesi. 

Non va dimenticato, poi, che ci sono molti altri i italiani in pensione (almeno un paio di milioni) che guadagnano tra 500 e 700 euro al mese. Anche a loro, tenendo fede alle promesse di Di Maio, occorrerebbe dunque dare un’integrazione di reddito per portarlo alla soglia di 780 euro mensili. La maggior spesa per lo stato, insomma, rischia di essere ben più alta rispetto agli 8 miliardi calcolati in precedenza. Considerando che con i tagli agli assegni d’oro si può risparmiare qualche centinaio di milioni di euro (clicca qui per leggere le stime riportate da Panorama.it), le promesse di Di Maio cozzano per adesso con la logica dei numeri. 

Soluzioni alternative

Una soluzione possibile, ovviamente, è trovare altri soldi in altri capitoli di spesa, senza limitarsi ai tagli alle pensioni d’oro. Oppure, un’altra soluzione è limitare la platea dei beneficiari degli aumenti. Non tutti gli italiani che percepiscono un assegno minimo dall’Inps sono infatti in condizioni di disagio economico, spesso perché hanno risparmi da parte o vivono con un coniuge e con dei familiari che dispongono di redditi più alti. 

Dunque, circoscrivendo gli aumenti delle rendite minime ai soli pensionati che sono sotto la soglia di povertà, la platea dei beneficiari degli aumenti promessi da Di Maio  scenderebbe a 400-500mila persone. Pure in questo caso, però, il conto per lo stato non sarebbe bassissimo. Ipotizzando  che a ciascun pensionato povero venga data un’integrazione di 300 o 400 euro al mese, la maggior spesa totale sarebbe alla fine pari a circa 1,5-2 miliardi di euro. Non è poco ma si tratta comunque di una cifra più abbordabile per il tiratissimo bilancio dello stato italiano. 


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