Lavoro

Centri per l'impiego, coma si fa a farli funzionare

Il governo stanzierà 2 miliardi per gli uffici di collocamento prima di far partire il reddito di cittadinanza. Ma occorre una riforma profonda

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Andrea Telara

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Prima la riforma dei Centri per l'Impiego, poi il Reddito di Cittadinanza. E' la tabella di marcia disegnata dal governo Conte e dal ministro del lavoro Luigi Di Maio, per far partire il nuovo welfare prospettato dalla maggioranza Lega-5Stelle.  Il movimento grillino, si sa, ha promesso un sussidio universale di almeno 780 euro a testa al mese, a chiunque si trovi sotto la soglia di povertà. Chi vuole averlo, però, non potrà rifiutare più di due offerte di lavoro che arrivano dai Centri per l'Impiego, cioè gli uffici di collocamento pubblici oggi gestiti dalle Regioni.

Peccato, però, che i Centri per l'Impiego funzionino poco e male. Secondo le statistiche più aggiornate, il collocamento pubblico riesce a trovare un nuovo posto di lavoro soltanto al 3% circa dei disoccupati (dati Isfol 2015), contro più del 10% che si registra in altri paesi europei. I meno di 7mila dipendenti di queste strutture devono gestire un numero elevatissimo di disoccupati e di persone inattive disponibili a lavorare: circa 650 per ogni addetto, contro gli appena 60 di chi opera in analoghe strutture in Francia e Germania.

Scarse anche le risorse economiche a disposizione: in Italia i Centri per l'Impiego costano in totale poco più di 650 milioni di euro all'anno, contro gli oltre gli 11 miliardi della Germania, i 5 miliardi circa della Francia e gli 1,6 miliardi della Spagna. E' chiaro che, poggiandosi su un sistema così debole di assistenza alla disoccupazione, il Reddito di Cittadinanza rischia di trasformarsi in un pozzo senza fondo, cioè in un sussidio  che viene erogato a a tempo indeterminato poiché quelle due offerte di lavoro a cui il beneficiario non può dire di no in realtà non arriveranno mai.


Pochi soldi e poco personale

Per questo il governo vuol mettere sul piatto 2 miliardi di euro in più all'anno a favore del collocamento pubblico. Ma come si fa a farlo funzionare? Sul blog Phastidio.net dell'economista Mario Seminerio, il dirigente pubblico Luigi Olivieri, che si occupa da anni di questi problemi ed è editorialista di  diverse testate economiche, ha sottolineato la necessità di assumere subito nuovo personale: in Italia gli addetti dei Centri per l'Impiego sono appunto meno di 7mila mentre in Germania ve ne sono circa 100mila.

Secondo una stima del sociologo del lavoro Francesco Giubileo, editorialista de Lavoce.info, basterebbe spendere appena 310 milioni di euro in più all'anno per assumere migliaia di professionalità che servono oggi agli uffici di collocamento, tra psicologi del lavoro e titolari di master post universitari in discipline legate alla ricerca, selezione e formazione del personale. A queste assunzioni, si dovrebbero aggiungere attività di marketing e fiere sul territorio che agevolano l'incontro tra domanda e offerta di lavoro.


Modelli stranieri

Anni fa il giuslavorista Pietro Ichino, ex-senatore del Pd, invitò a prendere esempio dal funzionamento degli uffici di collocamento svedesi, che si basano su un modello decentrato dove  
“l’autonomia di gestione del budget da parte dei dirigenti è totale: possono assumere, licenziare e hanno la responsabilità del successo o meno di un determinato progetto”, ha ricordato Ichino, secondo il quale questa modalità di lavoro nei Centri per l'Impiego è pura “utopia”.


Le idee i suggerimenti per far funzionare il collocamento pubblico, insomma, non mancano di certo. E non mancano neppure i modelli all'estero a cui ispirarsi. Le uniche cose  carenti, almeno per adesso, sono i soldi. Compito del nuovo governo riuscire a trovarli.

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