Lavoro

Centri per l'Impiego? Oggi il lavoro si trova col passaparola

Sugli uffici territoriali (passati sotto il controllo delle Regioni) verranno convogliate risorse per 2 miliardi di euro. Ma in Italia il posto si trova attraverso altri canali

citta persone lavoro

Gianni Bocchieri

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I Centri per l'Impiego (Cpi) italiani sono 552, con 7.934 operatori assunti a tempo indeterminato e 686 a tempo determinato. Considerati livelli essenziali delle prestazioni perché devono garantire servizi per il lavoro a tutti a prescindere dalla residenza, i Cpi sono ora uffici territoriali delle Regioni, dopo quasi un ventennio in capo alle Province.
Il ministero del Lavoro coordina la loro attività, anche attraverso la sua Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal), prevista dal Jobs Act nella prospettiva del diverso esito referendario che avrebbe tolto alle stesse Regioni la competenza concorrente in materia di politiche attive per il lavoro.

Questo modello organizzativo non è inedito in Europa. Anche Olanda e Germania hanno agenzie nazionali, con un numero di operatori molto diverso: 17 mila operatori dell'olandese Werkbedrijf per circa 17milioni di abitanti e 100 mila operatori della tedesca Bundesagentur fur Arbeit per una popolazione di 82 milioni di abitanti.

Per quanto riguarda le risorse impiegate nei servizi pubblici all'impiego, l'Italia investe circa 600 milioni di euro ogni anno, rispetto ai 5 miliardi di Francia e agli 11 della Germania.

Il rafforzamento dei Cpi viene presentato come indispensabile per la gestione del reddito di cittadinanza, soprattutto nella sua declinazione di contestuale misura di ricollocazione dei disoccupati nel mercato del lavoro e di integrazione del reddito per portare tutti sopra la soglia di povertà. In particolare, i Cpi dovrebbero riqualificare i disoccupati con percorsi formativi e offrire loro le tre offerte di lavoro che dovranno essere accettate per mantenere la prestazione economica del reddito di cittadinanza.

A questo scopo, è stato preannunciato l'investimento di 2 dei 10 miliardi destinati al reddito di cittadinanza per il rafforzamento dei Cpi, ponendo la questione se essi potranno essere pronti per il prossimo mese di marzo - data stabilita per l'avvio del reddito - ad assolvere i nuovi compiti assegnati. Finora, i Cpi hanno intermediato appena il 3 per cento dei nuovi inserimenti lavorativi, a fronte del 33 per cento realizzato da reti familiari e personali. Le differenze quantitative di operatori e di risorse con gli altri Paesi economicamente avanzati sono spiegabili anche per il fatto che il nostro servizio pubblico all'impiego è stato storicamente relegato a svolgere funzioni di carattere burocratico e amministrativo, di acquisizione di dichiarazioni da parte dei disoccupati e di rilascio di certificazioni.

Non sono mai stati Public employment services, cioè non hanno mai erogato veri e propri servizi di formazione finalizzata all'inserimento lavorativo e di accompagnamento per la ricerca attiva di un'occupazione. Non sono nemmeno nodi di una rete di raccolta delle ricerche di personale da parte delle imprese, per la mancanza di un sistema informatico nazionale che consenta la fruizione diretta di servizi ai disoccupati senza la necessità di un passaggio fisico presso un ufficio.

Proprio su questo versante, il Jobs Act ha segnato il più evidente fallimento per la sua incapacità di costruire la sua prevista rete nazionale dei servizi per il lavoro e di fornire le misure di politica attiva, a cui ora è solo teoricamente condizionata la fruizione delle indennità di disoccupazione.

Per evitare che il reddito di cittadinanza corra gli stessi rischi di fallimento, oltre a un serio piano di rafforzamento dei Cpi con l'assunzione di professionalità attualmente inesistenti (orientatori, formatori, psicologi del lavoro), sarebbe utile coinvolgere anche le agenzie per il lavoro e gli operatori privati accreditati dalle Regioni, pur mantenendo la regia del mercato del lavoro in capo alle istituzioni pubbliche e alle loro articolazioni territoriali. Del resto, anche in Olanda e Germania le agenzie nazionali ricorrono all'acquisto di servizi specialistici di accompagnamento al lavoro, preoccupandosi solo di raggiungere il risultato di riportare i disoccupati al lavoro. 


(Articolo pubblicato nel n° 43 di Panorama in edicola dall'11 ottobre 2018 con il titolo "Oggi il lavoro si trova attraverso altri canali")



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