Lavoro

Articolo 18, chi lo ha ancora e chi non lo ha più

Per la Cassazione, gli impiegati pubblici mantengono le vecchie tutele contro i licenziamenti dello Statuto dei Lavoratori. Tutti gli altri no

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Andrea Telara

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Per i dipendenti statali, resta in vigore il vecchio articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, quello che dà diritto a essere riassunti dalla propria azienda o dal proprio ente, nel caso in cui un licenziamento sia dichiarato illegittimo dal giudice. A stabilirlo è stata ieri la Corte di Cassazione, che ha confermato quanto già sostenuto a suo tempo dal ministro della Pubblica Amministrazione, Marianna Madia. Per gli impiegati pubblici, dunque, non valgono né le regole del Jobs Act (la riforma del lavoro del governo Renzi) né quelle della legge Fornero (l'altra riforma del welfare varata nel 2012 dall'esecutivo guidato da Mario Monti).

Jobs Act e articolo 18, cosa cambia per i licenziamenti


Cosa cambia dopo questo questo pronunciamento della suprema corte? Accade che la platea dei lavoratori italiani risulta ormai sostanzialmente divisa in tre parti. La prima è composta appunto da circa 3 milioni e mezzo di dipendenti pubblici che hanno ancora le tutele dell'articolo 18. Se vengono mandati via dal loro ente e fanno causa in tribunale, gli statali hanno infatti diritto a essere reintegrati al loro posto, cioè riassunti, qualora un giudice del lavoro stabilisca che il licenziamento non aveva una giusta causa o un giustificato motivo.



La Legge Fornero e il Jobs Act

L'altra platea, sul fronte opposto, è rappresentata da quei lavoratori per i quali le tutele dell'articolo 18 sono ormai un miraggio. Si tratta di coloro che lavorano in imprese con meno di 15 dipendenti (che l'articolo 18 non l'anno mai avuto) e quelli che sono stati assunti (in qualsiasi azienda, di qualunque dimensione) con un contratto a tempo indeterminato firmato dopo il 7 marzo del 2015, cioè successivamente all'entrata in vigore il Jobs Act. Per i contratti stipulati dopo quella data, infatti, l'obbligo di reintegro sul posto di lavoro è stato quasi completamente abolito. In caso di licenziamento ingiusto, il lavoratore ha diritto solo a un indennizzo in denaro, proporzionale agli anni di servizio. La riassunzione obbligatoria scatta solo in casi eccezionali, cioè per i licenziamenti discriminatori, dovuti per esempio a pregiudizi razziali, sessuali o religiosi.


Il Jobs Act


Infine, c'è un ultima platea di lavoratori che si trova in una sorta di limbo. Si tratta dei dipendenti del settore privato soggetti alle regole della legge Fornero del 2012 ma non a quelle del Jobs Act, che si applicano appunto alle nuove assunzioni post-2015. Chi aveva già un contratto di lavoro prima del marzo dell'anno scorso e se l'è tenuto ben stretto senza cambiare azienda, avrà una tutela contro i licenziamenti più forte rispetto ai neo-assunti ma attenuata rispetto ai dipendenti pubblici. La legge Fornero ha infatti abolito l'obbligo di reintegro (ai sensi del vecchio articolo 18) nei licenziamenti che avvengono per ragioni economiche, ad esempio per il taglio di un reparto o di una funzione. Quando invece risulta che il dipendente è stato lasciato a casa per ragioni disciplinari (ad esempio perché non ha ubbidito agli ordini di servizio), spetta al giudice stabilire se bisogna reintegrarlo o meno sul posto di lavoro. Anche per chi è soggetto alla legge Fornero, l'obbligo di riassunzione da parte dell'azienda c'è solo in un caso, cioè quando emerge che il licenziamento era dovuto a una discriminazione. Dunque, se un tempo l'articolo 18 proteggeva tutti i lavoratori pubblici e quelli delle imprese con più di 15 dipendenti, oggi ci sono invece alcuni che ce l'hanno e altri che non ce l'hanno più. Ormai, infatti, il legislatore usa ben tre pesi e tre misure, a seconda delle situazioni.


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