Economia

Il capitalismo in America è in crisi?

La tesi provocatoria in un libro di una giornalista del Time. Che già fa discutere

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Manifestazione davanti alla Borsa di New York – Credits: Mario Tama/Getty Images

Makers and Takers: The Rise of Finance and the Fall of American Business è il titolo del nuovo saggio della giornalista del Time Rana Foroohar, nel quale si esamina lo stato del capitalismo statunitense. Il volume promette di aprire un dibattito acceso, perché la tesi portata avanti è che in America il modello capitalistico sia in una crisi profonda e che senza adeguati interventi rischi il collasso. Un'idea provocatoria, visto che gli Stati Uniti sono sempre stati gli alfieri del capitalismo, ma che è costruita su una solida analisi fattuale.

I vantaggi di un sistema bacario efficiente

Sin dalla fine del Settecento, argomenta Rana Foroohar, il sistema bancario ha svolto una funzione essenziale: raccogliere capitali e convogliarli verso investimenti in attività produttive. Il meccanismo ha funzionato alla perfezione fino agli anni Settanta del secolo scorso, creando posti di lavoro, generando ricchezza e, in ultima analisi, fungendo da motore per la crescita economica.

Perché questo meccanismo virtuoso si è inceppato

Negli ultimi decenni, il sistema si è inceppato. Per usare una metafora in voga, si è creata una discrasia fra Wall Street (il mondo dell'alta finanza) e Main Street (il mondo delle imprese). I dati usati dalla ricercatrice non lasciano spazio a molti equivoci. Nonostante le grandi dimensioni del settore finanziario, le risorse che gestisce e che vengono incanalate verso l'industria stanno decrescendo, visto che agli investimenti tradizionali si preferiscono quelli nell'immobiliare e in borsa. Secondo gli analisti, la quota dei capitali delle istituzioni finanziarie statunitensi che è utilizzata in attività produttive è solamente del 15%, a fronte di oltre il 50% per la maggior parte del Ventesimo Secolo.

La crisi del modello americano

Fra i risultati del fenomeno, ci sono disoccupazione, disuguaglianze di reddito e minor coesione sociale. Al punto che alcuni economisti si sono spinti a dire che il modello di capitalismo di Stato prescelto da Paesi autoritari come la Cina o la piccola Singapore sia più efficace di quello americano. Per Rana Foroohar, alla base di tutto c'è l'errata convinzione che la finanza sia al vertice della macchina dell'economia nazionale. Il male di cui soffrono gli Stati Uniti è, invece, proprio la "finanziarizzazione" dell'economia, termine con il quale l'autrice definisce un complesso di fenomeni che vanno dalla crescita delle dimensioni del settore finanziario (dal 4% del 1980 al 7% di oggi); lo squilibrio fra i prestiti a debito a fronte di quelli all'imprenditoria; la lotta per garantire incrementi esponenziali dei valori azionari; il rafforzato ruolo politico di finanziari e CEO.

Ecco chi ha rovinato l'economia americana

Responsabili di tutto questo sarebbero ampi settori della classe dirigente americana, sia politica che economica, a partire dagli anni Settanta. Rana Foroohar, in particolare, punta il dito contro la deregulation reaganiana, unita all'espansione delle borse e alla diffusione di un modello che ha collegato sia il sistema di assistenza sanitario che quello pensionistico ad investimenti finanziari. Le norme sui mercati azionari approvate sotto la Presidenza Clinton e la politica monetaria di Alan Greenspan quand'era alla guida della FED avrebbero fatto il resto, creando un sistema che si poggia su un enorme indebitamento privato per sopravvivere e che produce effetti paradossali: si pensi alla Apple, che preferisce ricorrere all'indebitamento piuttosto che rimpatriare capitali in suo possesso, sfuggendo così al fisco statunitense.

Rana Foroohar non propone una ricetta facile per risolvere problemi di simili proporzioni, ma ci offre un interessante spaccato delle trasformazioni del capitalismo americano e dei rischi che corre.

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