Economia

L'Iran in crisi prepara la sua criptovaluta

Alla vigilia dell'entrata in vigore delle sanzioni Usa: dimezzato il valore della moneta, si temono proteste in piazza. Ecco le misure del governo di Teheran, che riguardano anche l'Europa

Iran crisi

Eleonora Lorusso

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La data più temuta dall'Iran, dallo scorso aprile, è il 7 agosto quando Washington dovrebbe far scattare le temute sanzioni contro Teheran. E' una delle conseguenze dell'uscita degli Stati Uniti dagli accordi sul nucleare iraniano. Ma la più immediata è stata una svalutazione senza precedenti della moneta iraniana, iniziata ad aprile, da quando la Casa Bianca guidata da Trump ha deciso l'abbandono del programma che permetteva alla Repubblica islamica di mantenere rapporti commerciali col mondo in cambio dello stop all'arricchimento dell'uranio.

In 3 mesi il Riyal iraniano ha dimezzato il suo valore, facendo sprofondare nel baratro il Paese, già alle prese con una forte crisi economica, che aveva scatenato proteste e manifestazioni di piazza a inizio anno. Da qui l'idea di prepararsi al lancio di una criptovaluta nazionale che permetta all'Iran di trasferire e scambiare denaro in ogni parte del mondo, aggirando l'embargo commerciale imposto dagli Usa.

La crisi del Riyad

La moneta iraniana, dall'annuncio dell'uscita Usa dagli accordi sul nucleare, ha subito un calo costante raggiungendo il minimo storico sabato 28 luglio nel mercato non ufficiale. Il dollaro è stato scambiato a 97.500 Riyal, contro gli 85.500 di una settimana prima. La moneta ha dimezzato il suo valore da inizio anno, complice  anche un'economia già in crisi.

Ora che l'entrata in vigore delle sanzioni è imminente la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente. Molti iraniani hanno fatto incetta di dollari in vista del 7 agosto, quando potrebbero scattare le nuove sanzioni americane. Dopo aver sostituito il capo della Banca centrale iraniana, il 25 luglio, il governo ha messo a punto un piano di incentivi per gli investitori privati che dovrebbe spingere molte imprese, soprattutto europee, a non abbandonare i programmi di scambi commerciale con la Repubblica islamica.

Il problema è rappresentato dalle possibili "ritorsioni" annunciate da Washington nei confronti di coloro che, allo scattare delle sanzioni, continueranno a fare affari con l'Iran. E' il caso del colosso francese dell'auto Renault, che proprio nei giorni scorsi ha annunciato il dietrofront, dopo aver invece dichiarato l'intenzione di non lasciare l'Iran. Si allunga dunque la lista di coloro che si sono già messi al riparo da possibili sanzioni Usa, come Maersk, Total, Peugeot, General Electric, Boing, Reliance e Siemens.

Le sanzioni e l'embargo Usa

L'accordo sul nucleare iraniano del 2015 aveva lasciato inalterato lo stato delle principali sanzioni Usa nei confronti dell'Iran, le cosiddette sanzioni primarie: sono quelle nei confronti di cittadini americani coinvolti in attività commerciali con Teheran. Le intese fortemente volute da Obama, invece, sospendevano le sanzioni secondarie, che colpivano soggetti terzi come ad esempio i partner europei in rapporti commerciali con l'Iran.

Con la reitroduzione di queste ultime, finirebbero nel mirino tutte le transazioni finanziarie nelle quali sono coinvolti la Banca centrale e altre istituzioni iraniane, dunque anche l'acquisto di petrolio dal Paese mediorientale, che passa necessariamente dagli Enti istituzionali di Teheran.

Dal momento in cui la Casa Bianca farà scattare le nuove imposizioni, i paesi terzi avranno 180 giorni per adeguarsi, riducendo ad esempio le stesse importazioni di greggio dall'Iran.

A ciò si aggiunga che, oltre alle esenzioni scadute lo scorso 12 maggio, ci sono altri provvedimenti la cui validità termina proprio in queste settimane, come l'Iran Sanctions Act, l'Iran Threat Reduction and Syria Human Rights Act e l'Iran Freedon and Counter-Proliferation Act, il cui mancato prelude effetti devastanti per il Paese.

Iran pronto alla criptovaluta?

Secondo Press TV, la creazione di una propria valuta digitale sarebbe solo questione di tempo. Se Bitcoin e altre criptovalute sono vietate nella Repubblica islamica, perché ritenute possibile veicolo di riciclaggio di denaro e sostegno del terrorismo, Teheran starebbe valutando l'ipotesi di immettere una propria "moneta crittografica nazionale". In un primo tempo, secondo l'agenzia di stampa iraniana, potrebbe essere usata solo per compensare le transazioni bancarie, fortemente limitate dall'embargo americano. Solo in seguito potrebbe diventare di "uso comune".

I precedenti

L'Iran non è il primo Paese che punta alla moneta digitale per affrontare forti crisi economiche e sanzioni internazionali. Anche in Venezuela è stato creato lo scorso febbraio il Petro, per fronteggiare un'inflazione da record che alla fine dello scorso anno aveva raggiunto il 2.735%, ma che nel 2018 potrebbe toccare il 6.000% (persino il 13.000%, secondo il Fondo Monetario Internazionale).

La situazione, però, non è migliorata nonostante il paese sudamericano, come l'Iran, possa contare su giacimenti di greggio.

Il futuro degli scambi commerciali

Una delle possibili vie d'uscita alternative dell'Iran alla crisi legata alle sanzioni potrebbe essere proprio la quotazione del greggio in Borsa. A parlarne pubblicamente è stato il vicepresidente iraniano, Eshq Jahangiri, secondo il quale l'iniziativa permetterà ai privati potranno acquistare il petrolio ed esportarlo, garantendo entrate anche alla Repubblica islamica. Si tratta di un escamotage per aggirare l'embargo Usa.

Teheran, però, si è anche rivolta alla Corte internazionale di Giustizia dell'Aja, per chiedere che siano risarciti i danni legati alla "reimposizione illegale di sanzioni" da parte di Washington. Il presidente Rouhani ha fatto presentare il 25 giugno scorso un appello all'organo delle Nazioni Unite perché agisca con gli Usa per lo sblocco dei fondi della Banca centrale iraniana. Si tratta di 2 miliardi di dollari che gli Usa avevano fatto "congelare" come risarcimento per i familiari dei marines vittime dell'esplosione di una caserma americana a Beirut nel 1983.

Le posizioni internazionali

Per ora l'Iran può contare su alcuni "alleati" forti, a partire dalla Cina, che si è subito dichiarata pronta a collaborare con Teheran per l'acquisto di greggio, aggirando le sanzioni Usa. Posizione analoga è stata assunta dalla Russia, ma anche Oltreoceano alcuni senatori democratici hanno criticato duramente la nuova linea dura dell'amministrazione Trump nei confronti dell'Iran, che ha segnato un'inversione di rotta rispetto alla politica di Obama.

D'altro canto non sono mancati invece severi moniti da parte di alcuni rappresentanti repubblicani all'Europa sull'ipotesi di raggiri alle sanzioni. Secondo il portale tedesco t-online.de, l'appello sarebbe arrivato tramite lettere alle rappresentanze diplomatiche negli Usa di Germania, Francia e Regno Unito, firmate tra gli altri da Ted Cruz, Marco Rubio e Tom Cotton. Vi si leggerebbe: "Vi invitiamo a rispettare tutte le sanzioni americane, anche per sottolineare la nostra particolare preoccupazione suscitata dai vostri tentativi di eludere le leggi statunitensi o contrastarle". Poi si aggiunge che qualsiasi attività in questo senso "può portare ad azioni del Congresso sulla cooperazione con l'amministrazione statunitense".

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