Guerra dei dazi: come la Cina si prepara a gestire un disastro economico

Fallimenti e ristrutturazioni pianificate e svalutazione competitiva per controbilanciare l'offensiva di Trump

Dazi

Dazi doganali - 20 giugno 2018 – Credits: iStock - wildpixel

Claudia Astarita

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A Pechino l'atteggiamento nei confronti della disputa commerciale con gli Stati Uniti è stato improntato alla prudenza e al realismo e anche se non sono mancate inevitabili ritorsioni ai dazi decisi da Trump, la reazione è stata misurata. La volontà di dimostrare al mondo che l'ascesa della potenza cinese non sarà traumatica spiega le scelte cinesi solo in parte.

Perché i dazi sono un problema per la Cina

La realtà è che i dazi americani stanno facendo danni: del resto, è convinzione unanime che il tasso di crescita del Pil quest’anno sarà più basso rispetto all'anno scorso. E così la Cina sta correndo ai ripari: all’esterno, ostentando un atteggiamento conciliante e diffondendo proclami di fiducia nel sistema del commercio internazionale basato sul multilateralismo. All'interno, preparandosi alla possibile ondata di fallimenti aziendali delle imprese votate all'esportazione e private di sbocchi per i loro prodotti e, probabilmente, sfruttando lo stimolo dato dal cambio monetario per rafforzare la propria competitività.

La campagna mediatica per giustificare i fallimenti

Da un lato, i tribunali si stanno preparando a gestire un numero crescente di casi di bancarotta, come rivelato dal People's Court Daily, organo ufficiale del giudiziario. L'obiettivo non è solo quello di attrezzarsi per fronteggiare un carico di lavoro significativamente superiore rispetto al passato, ma anche e soprattutto quello di definire nuove modalità operative. Per salvaguardare il tessuto industriale nazionale, infatti, sarà necessario un approccio che non si limiti alla vendita all'incanto dei singoli beni delle aziende fallite, ma costruire operazioni che incoraggino ristrutturazioni.

Il rischio di una svalutazione competitiva

Sul piano del rafforzamento della competitività, invece, non è escluso che Pechino ricorra allo strumento delle svalutazioni competitive. Al di là dei proclami ufficiali (ancora questa settimana il Ministero degli Esteri cinese rifiutava accuse del genere), la Banca centrale sta iniettando miliardi di yuan nel sistema economico, con l'effetto di deprezzare la moneta, il cui valore è sceso dell'8% in quattro mesi. Difficile ipotizzare gli scenari dei prossimi mesi, ma sembra che sia stato innescato un circolo vizioso che non fa ben sperare.

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