Perché il protezionismo è dannoso

A Davos il nodo della questione sono i rapporti Cina-Stati Uniti, il cui deterioramento minaccia la stabilità economica mondiale

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Stretta di mano fra Donald Trump e Xi Jinping. Mar-a-Lago, Palm Beach, Florida, 6 aprile 2017 – Credits: Jim Watson /AFP /Getty Images

Claudia Astarita

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Al World Economic Forum di Davos, il santuario della globalizzazione, si parla solo di protezionismo. E di come l'atteggiamento miope e le scelte politiche incoerenti di alcuni paesi possano finire col rimettere in discussione i risultati ottenuti grazie a decenni di progressiva integrazione. Nell'edizione del 2017 sono stati Angela Merkel e Xi Jinping a presentarsi come i paladini del libero mercato. Oggi alle loro voci si sono aggiunte quelle di Emmanuel Macron e Narendra Modi, il premier indiano. Ma dichiarazioni a parte, i passi indietro sul piano della globalizzazione sono sempre più preoccupanti.

Cosa sta succedendo?

Marcon ha aperto il suo discorso sottolineando come la globalizzazione stia attraversando una fase di "crisi profondissima". Il leader francese ha esternato la propria preoccupazione per quello che ha definito un "progressivo ritorno verso frammentazione dei mercati e protezionismo", sottolineando la difficoltà e il rammarico di condividere la consapevolezza che, in questo modo, stiamo diventando tutti più "deboli e vulnerabili". Secondo Macron stiamo perdendo anche le battaglie contro riscaldamento globale e a favore dell'uguaglianza di genere, situazione, questa, che non lascia più tempo per riflettere ma impone di passare all'azione. Anche creando un sistema a due velocità in cui "le nazioni più ambiziose che volgiono andare avanti possano farlo senza essere bloccate" da chi, invece, vuole imporre all'umanità pericolosi e traumatici passi indietro.

Tutti contro il protezionismo di Trump

Se Macron ha preferito attaccare Donald Trump velatamente, la collega Angela Merkel è stata molto più esplicita. Dopo aver confermato il pericolo legato al "vuoto" lasciato dagli Stati Uniti negli accordi sul commercio, sul clima e sugli scacchieri dell'Africa e del Mediterraneo, la cancelliera tedesca ha messo in evidenza quello che ormai dovremmo aver imparato tutti dalla storia, ovvero che "isolarsi dal resto del mondo non aiuta e che il protezionismo non è la risposta giusta", che bisognerebbe "cercare soluzioni multilaterali e non unilaterali", e farlo con "pazienza". Toni e argomenti condivisi anche da Paolo Gentiloni, secondo il quale "rispettare e proteggere gli interessi dei cittadini statunitensi" è giusto, ma per farlo non è necessario mettere in discussione "l'intelaiatura di quelle relazioni commerciali che si sono rivelati estremamente utili per la crescita" dell'economia globale; Narendra Modi, che citando Gandhi ha esclamato "non voglio che i muri e le finestre della mia casa siano chiusi da tutte le direzioni, ma che il vento di tutti i Paesi entri con calma. Ma non accetterò che i miei piedi siano sradicati da questi venti"; e dal leader canadese Justin Trudeau.

Il punto di vista americano

Nel discorso inaugurale della sua presidenda, a gennaio 2017, Donald Trump ha dichiarato di voler "proteggere gli Stati Uniti da tutte quelle nazioni che copiano i nostri prodotti, rubano le nostre aziende, e polverizzano i nostri posti di lavoro. Alzando muri ritroveremo la nostra forza e il nostro benessere". Ebbene, da allora, oltra a rinunciare a ratificare la tanto controversa Trans Pacific Partnership e a ipotizzare di rivedere i termini del Nafta e di un accordo commerciale con la Corea del Sud Trump non ha  fatto molto.

Da dove deriva questo terrore per la deriva protezionistica dell'economia mondiale? Il presidente americano avrà anche portato avanti poche iniziative concrete, ma ha autorizzato una lunghissima serie di indagini per scoprire chi realmente minaccia commercialmente l'America e come. E visto che i risultati di tutte queste inchieste sono stati consegnati alla Casa Bianca a fine 2017, è possibile che nel discorso sullo Stato dell'Unione di fine gennaio Trump decida di annunciare le contromisure necessarie per "salvare l'America". Scelta legittima, se non fosse per il fatto che gli Stati Uniti, senza commercio, non possono sopravvvere. O almeno questo è ciò che sostiene la Camera di Commercio americana.

C'è poi chi crede che qualche anticipazione in merito alle scelte future possa arrivare anche nel discorso che Trump farà a Davos venerdì, ed è difficile sperare in una improvvisa inversione di rotta visto che nel giorno di apertura dei lavori del World Economic Forum l'Amministrazione americana ha fatto scattare una nuova serie di dazi su vecchi e nuovi settori, dalle lavatrici ai pannelli solari, che colpiscono soprattutto Cina, Corea del Sud, Messico, Canada e Europa.

Il problema della Cina

Il bersaglio principale dell'America first di Trump è la Cina. E non è certo un caso che la Repubblica popolare abbia deciso di mantenere un profilo molto basso a Davos 2018, inviando Liu He al posto di Xi Jinping a rappresentare il punto di vista del paese. Che resta pro-integrazione e anti-protezionismo.

Anche i fedelissimi di Trump, in vista del discorso di venerdì e dei successivi appuntamenti chiave in calendario, hanno iniziato a mettere le mani avanti. Sottolineando come il mondo si stia rivoltando contro gli Stati Uniti accusandolo di "imporre il protezionismo", quando l'unico obiettivo del paese è quello di rimettere mano a un sistema di accordi commerciali che si è esteso troppo in fretta per eliminare i numerosi problemi e ambiguità che lo contraddistinguono.

Washington contro Pechino

Ma il nodo della questione resta la Cina, e per tanti analisti l'esito del braccio di ferro con Xi Jinping potrebbe influenzare molto le scelte economiche americane nel breve e nel medio periodo. Una previsione che ha ben poco di conformante se si considera che la Repubblica popolare di oggi non ha nulla in comune con quella di dieci anni fa e che la volontà di scendere a compromessi in Oriente si è praticamente azzerata.

Le relazioni tra i due giganti economici sono andate avanti per decenni nell'illusione che i due modelli di sviluppo potessero convergere. O meglio, che il modello cinese potesse essere plasmato e poi assimilato a quello americano. E invece le cose sono andate diversamente. Oggi la Cina è orgogliosa sia delle differenze del suo modello di crescita rispetto a quello occidentale sia di affermare che non cambierà mai ne' mai interiorizzerà i valori occidentali. In virtù di questo, gli Stati Uniti hanno smesso di considerarla un paese in transizione con cui "impegnarsi" a costruire qualcosa, trasformandola in un rivale a tutti gli effetti.

Le conseguenze di questo nuova visione sono drammatiche, e potrebbero rimettere in discussione non solo gli accordi commerciali esistenti, ma anche i flussi di investimenti bilaterali e peggiorare l'interazione tra i due popoli. Il botta e risposta Cina-Stati Uniti sui dazi potrebbe finire con l'innescare una guerra commerciale disastrosa, per loro e per il resto del mondo visto che stiamo parlando delle due principali economie globali. Scenario, questo, che aiuta a giustificare i toni preoccupati dei leader presenti a Davos.

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