La nippo-Europa senza dazi

Iniziano a Bruxelles i negoziati per un’area di libero scambio tra l’Unione e un Giappone che vuole tornare la tigre economica degli anni Ottanta

La bandiera giapponese (Credits: Getty Images)

Marco Pedersini

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«Il Giappone è tornato» ha detto il premier giapponese Shinzo Abe durante la sua ultima visita negli Stati Uniti «esporteremo di più, ma anche le importazioni cresceranno». Come? Non solo con quel mix di politica monetaria aggressiva (credito facile alimentato dalla banca centrale e svalutazione dello yen) e stimoli fiscali battezzato «Abenomics». Il ritorno della terza economia mondiale passa anche attraverso la creazione di aree di libero scambio. Se quella con gli Stati Uniti e 10 paesi del Pacifico è ancora da impostare, quella con l’Unione Europea ha già un percorso definito: il 15 aprile gli inviati di Tokyo atterreranno a Bruxelles per quattro giorni di discussioni.

I giapponesi parlano volentieri di tre obiettivi: togliere i dazi che subiscono le loro auto (10 per cento), i loro camion (22 per cento) e i loro prodotti elettronici (14 per cento). L’Europa non fa mistero del suo interesse a entrare nelle ferrovie e nel mercato dei trasporti pubblici giapponesi. I produttori di automobili europei, però, sventolano allarmati uno studio della società di consulenza Deloitte: se si tolgono i dazi alle importazioni dal Sol levante, i veicoli giapponesi venduti in Europa nel 2020 saranno quasi 1,1 milioni (oggi 755 mila). Conseguenza, in posti di lavoro: tra i 34 mila e i 72 mila occupati in meno in tutta Europa. «Lo sappiamo bene, infatti per quanto ci riguarda non si abbasseranno i dazi se il Giappone non toglierà le barriere burocratiche con cui ostacola le importazioni» assicurano a Panorama dalla Commissione europea. Per il Consiglio europeo questo è un punto decisivo: se Tokyo non accetterà di facilitare le procedure entro un anno, salteranno i negoziati.

Il commissario europeo al Commercio, Karel De Gucht, è ottimista: «Un’area di libero scambio con il Giappone ci darebbe 400 mila posti di lavoro e uno 0,8 per cento in più al pil europeo». «Abbiamo grosse riserve» ha detto invece Ivan Hodac, segretario generale dell’associazione dei produttori di auto europei, «vogliamo che i veicoli costruiti secondo gli standard Ue possano essere venduti in Giappone. Oggi invece siamo costretti a modifiche costose e ad altre certificazioni inutili».

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