Brexit: perché Londra vorrebbe ripensarci

Teresa May non è d'accordo, ma per i cittadini e l'economia il passo indietro comportebbe solo vantaggi

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Bruxelles, Theresa May al vertice Ue, 20 ottobre 2017 – Credits: Dan Kitwood/Getty Images

Claudia Astarita

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"Il risultato del referendum non è stato una decisione di chiudersi al mondo, perché la storia della Gran Bretagna è profondamente internazionalista", sono queste le parole che il Premier britannico Teresa May ha utilizzato per spiegare come Brexit non vada interpretata come un segnale per rinnegare la natura europeista della Gran Bretagna, di cui invece il paese resta fiero, ma un modo per aiutarla a ritrasformarsi in una potenza globale.

Un coro di voci contro la Brexit

Eppure, si moltiplicano le voci secondo cui un passo indietro sarebbe realmente possibile. Ne parla l'opinione pubblica seguendo l'onda della stampa nazionale, ne parla il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, e lo ipotizza anche un nuovo fronte europeista capitanato dall'ex-premier laburista Tony Blair, l'ex-leader liberaldemocratico Nick Clegg e l'ex-premier conservatore John Major. La loro proposta è quella di organizzare, verso la fine dell'anno, un secondo referendum per chiedere agli inglesi di esprimersi sul completamento della procedura di uscita dall'UE o sull'interruzione della stessa alla luce dei termini dell'accordo che dovrà definirne i dettagli che nel frattempo verrà negoziato. 

La Gran Bretagna ha davvero cambiato idea?

Tra chi non è d'accordo con questa possibilità naturalmente troviamo l'ex leader dell'Ukip Nigel Farage, che un paio di settimane fa ha twittato un Maybe, just maybe, we should have a second referendum on EU membership. It would kill off the issue for a generation once and for all, ovvero forse, ma solo forse, dovremmo organizzare un secondo referendum sulla nostra appartenenza all'Unione Europea, e questo chiuderebbe una volta e per tutte il dibattito sulla questione. Convinto che il movimento pro-Brexit sia oggi più forte che mai. E invece, quello della membership europea continua ad essere un tema particolarmente scottante nel Regno Unito. E da quando hanno iniziato a circolare i vari report che mettono in evidenza le difficoltà economiche cui il paese dovrà far fronte nell'era post-Brexit il tasso di indecisione della popolazione è aumentato ancora di più.

Brexit: i punti chiave

I punti chiave del negoziato sono tanti. Primo tra tutti il problema temporale: Europe a Regno Unito devono negoziare un accordo che definisca punto per punto i termini della separazione e le conseguenze della stessa. Ancora, al Regno Unito spetterà il compito di negoziare accordi commerciali con tutti i paesi membri, tutto entro ottobre, per dare tempo ai vari parlamenti nazionali di approvarli prima dell'uscita definitiva dall'Unione, in calendario per la fine di marzo 2019.

Già questo non è un ostacolo facile da superare. In parte perché i negoziati commerciali richiedono molto tempo, ma in parte perché è realistico immaginare che i paesi europei si manterranno su posizioni piuttosto rigide per scongiurare che l'esempio dell'Inghilterra venga seguito da altri nell'Unione. Ma Teresa May ha già detto di essere pronta ad "andare avanti senza aver trovato un accordo con i singoli paesi dell'Unione" se le circostanze renderanno inevitabile procedere un questo modo.

Il problema della transizione

Superato questo ostacolo, andranno definiti i termini della "transizione post-Brexit", vale a dire quel periodo in cui i regolamenti europei continueranno a rimanere in vigore mentre il paese cercherà di allinearsi ai nuovi che nel frattempo saranno stati implementati. Una transizione che, in linea teorica, dovrebbe chiudersi con il 31 dicembre del 2010 e che gli operatori economici inglesi e non hanno già definito troppo breve per permettere loro di adattarsi alla nuova realtà britannica.

Altri punti da chiarire: isolamento e confini

Teresa May continua a ripetere che la Gran Bretagna vuole rilanciare il suo profilo globale, ma il futuro più realistico che si proietta all'orizzonte per il paese è quello di un isolamento profondo. Il livello di integrazione economica mondiale è enorme, e non si può pensare di rinegoziare tutto con tutti in una manciata di mesi. Un approccio di questo tipo creerebbe solo confusione e incertezza, e quindi difficoltà, soprattutto per gli inglesi, che si ritroverebbero boicottati ed emarginati dai mercati. 

Lasciando l'Unione l'Inghilterra dovrebbe trovare anche un modo per "compensare" Scozia e Irlanda del Nord, che non vogliono assolutamente lasciare l'Europa, ma che inevitabilmente saranno costrette a farlo qualora non fosse possibile individuare un compromesso accettabile per loro. Per non parlare dei cittadini, perché fino ad oggi il Premier ha garantito che gli europei continueranno ad essere benvenuti in Inghilterra e gli inglesi all'estero continueranno a godere dei vantaggi legati alla libera circolazione (tessera sanitaria europea inclusa), ma non è possibile sapere, oggi, se in fase di negoziato l'Europa deciderà di togliere al Regno Unito qualcuno dei privilegi attuali.

Scenari possibili

Al momento l'impressione generale è che la Brexit resti un problema più britannico che europeo. E' certamente positivo l'appoggio esplicito dato da Bruxelles alla possibilità che Londra possa cambiare idea e decidere di interrompere i negoziati e rimanere nell'Unione, perché se anche l'Europa rimanesse fossilizzata su una linea troppo intransigente il numero di scenari possibili ne risulterebbe significativamente ridotto. Tuttavia, se all'interno del Regno Unito nei prossimi mesi saranno le voci anti-Brexit a prendere il sopravvento, è ragionevole immaginare che, per favorire il passo indietro ed evitare quella che Bruxelles ha definito un disastro per tutte le parti coinvolte, l'Europa possa assumere un atteggiamento più rigido, ma se Teresa May riuscirà a rimanere in sella, il futuro di un'Europa senza Regno Unito diventerà sempre più reale.   

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