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(Ansa)
Economia

Il costo sociale ed economico del Covid sull'impresa Italia

A patire maggiormente sono proprio le piccole medie imprese, il cuore del tessuto economico, sociale e culturale dell'Italia. Che andrebbe tutelato

Il futuro c'è, ma non è per tutti. Mentre la terza onda pandemica inizia la sua lenta discesa il settore produttivo italiano si lecca le ferite e fa i conti con quel che l'aspetta nel domani.

Il futuro dell'impresa

Secondo una recente analisi del rapporto tra Covid e Impresa realizzata da Ipsos le aziende italiane, per superare la crisi economica, non possono far altro che puntare tutto su digitalizzazione, innovazione, immissione di nuovi prodotti sul mercato e sostenibilità. Su questo investiranno, nel futuro immediato, 2 aziende su 3 con la possibilità di intravedere più opportunità che rischi in un domani tutto da reinventare.

Il problema, però, è che questo ottimismo se lo possono permettere solo le grandi imprese che, nel 61% dei casi, iniziano a intuire la luce in fondo al tunnel.

Al contrario, le aziende più piccole (small business – fatturato inferiore ai 2,6 Ml €) depongono le armi e cedono il passo sconfitte dalla crisi. Solo un piccolo imprenditore su 4, infatti, intravede una qualche opportunità di sopravvivere nel post-pandemia perché impossibilitato sia per motivi strutturali, sia per mancanze economiche, a salire sul carro dei vincitori che vanno a braccetto con innovazione e digitalizzazione.

Il prezzo sociale della crisi

Tradotto in termini pratici: se i grandi supermercati sono alle porte di una rivoluzione copernicana ormai irreversibile del concetto stesso di acquisto con il predominio dell'online e la necessità economica di cavalcare tale tendenza, il piccolo commerciante della bottega di quartiere non potrà – per natura e possibilità economica – stare al passo con i tempi e si vedrà costretto a chiudere.

Questo effetto domino riguarda l'intero comparto del terziario nel suo annus horribilis che si è chiuso con la perdita di quasi 10 punti percentuali nel valore aggiunto prodotto dal comparto.

Ma non è solo questo. Le Pmi infatti sono imprese che vanno oltre al semplice valore economico. Sono tradizione, storie di famiglia, eccellenze del territorio, prodotti unici, artigianalità, cultura. Perdere tutto questo andrebbe ad incidere non solo sul pil e sull'occupazione ma proprio sulle basi storiche, sociali e culturali del paese. Come se stessimo rinnegando noi stessi, quello che siamo.

Il tracollo del terziario

Secondo gli ultimi dati che arrivano da Confcommercio è la prima volta nella storia economica d'Italia che si assiste a un tracollo di tale portata con i servizi di mercato che hanno perso 1,5 milioni di occupati e i consumi che nei quattro settori chiave, ovvero abbigliamento, trasporti, tempo libero, alberghi e ristorazione, sono crollati di 107 miliardi di euro.

Dietro a tutti questi numeri, però, non si trova solo la portata di una crisi economica di ingenti proporzioni, ma soprattutto, si nasconde una tragedia sociale che riguarda il tessuto connettivo italiano fatto di imprese piccole e piccolissime spesso unifamiliari composte da uomini e donne che di padre in figlio trasmettono negozi, ristoranti, locali, aziende e imprese destinate, oggi a chiudere.

Il prezzo che l'Italia si accinge a pagare al Coronavirus è, quindi, sì alto in termini economici, ma addirittura maggiore in termini sociali visto l'abbassamento delle aspettative di vita e guadagno di quel ceto piccolo borghese che ha fatto la fortuna del nostro paese.

Dal rapporto dell'Ufficio Studi Confcommercio chiamato 'La prima grande crisi del terziario di mercato' emerge che per la prima volta dopo venticinque anni di crescita ininterrotta, si riduce la quota di valore aggiunto del comparto terziario (-9,6% rispetto al 2019) al cui interno i settori del commercio, del turismo, dei servizi e dei trasporti arrivano a perdere complessivamente il 13,2%; i maggiori cali nella filiera turistica (-40,1% per i servizi di alloggio e ristorazione), seguita dal settore delle attività artistiche, di intrattenimento e divertimento (-27%) e dai trasporti (-17,1%).

Un'Italia a due velocità

A fronte del segno meno in questi settori tanto assiali nel dna italiano si prospetta un segno più del tutto nuovo nel futuro della grande impresa e delle catene commerciali destinate a cannibalizzare i piccoli imprenditori.

Come sottolinea Ipsos "Innovazione e digitalizzazione" sono gli asset chiave per la ripartenza e la voglia di investire in tecnologia e digitalizzazione è crescita del 21% (pari al 41% degli intervistati) in maniera proporzionale alla consapevolezza che qualsiasi cosa succeda bisogna essere equipaggiati al meglio per affrontarla.

Parlare di digitale, quindi, significa parlare di prodotti innovativi con l'11% delle aziende che dichiarano di voler investire nel lancio di prodotti totalmente nuovi perché il mondo è cambiato. Prodotti basati sulle nuove dotazioni tecnologiche e rispondenti alla nuova realtà.

Aumenta, poi, il numero di aziende che si stanno attrezzando per la vendita on line e soprattutto passa dal 28% al 36% il numero delle quelle che non ricorrono ai market place ma che sviluppano l'Ecommerce sul proprio sito o attraverso canali controllati dall'azienda stessa.

Tutto questo, ovviamente, a scapito del commercio tradizionale e dell'impresa basata sul passaparola e sulla sapienza artigianale.

Crollano i consumi

Un ulteriore gradino nella discesa agli inferi delle microimprese viene fatto se si considera che ogni piccolo commerciante è anche un consumatore che, vista la situazione economica, avrà meno possibilità di spendere e consumare e quindi contribuire al funzionamento del sistema paese.

Basti pensare che gli effetti della pandemia hanno impattato in maniera consistente anche sui consumi con quasi 130 miliardi di spesa persa di cui l'83%, pari a circa 107 miliardi di euro, in soli quattro macro-settori: abbigliamento e calzature, trasporti, ricreazione, spettacoli e cultura e alberghi e pubblici esercizi.

…e l'occupazione

Quanto alle conseguenze sull'occupazione, i servizi di mercato registrano la perdita di 1,5 milioni di unità su una flessione complessiva di 2,5 milioni dopo aver creato, tra il 1995 e il 2019, quasi 3 milioni di nuovi posti di lavoro.

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Barbara Massaro