Economia

L'Italia vuole entrare nei caveau della Svizzera

Il sistema di credito elvetico è nel mirino della magistratura. I futuri accertamenti potrebbero valere decide di miliardi di euro

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Ci volevano i soldi frutto di evasione fiscale perché Italia e Francia si ritrovassero per una volta unite contro un «nemico» comune. Che, in questo caso, si chiama sistema bancario svizzero. Nonostante dal 2018 sia in vigore lo scambio automatico d’informazioni fiscali tra l’Unione europea e la Confederazione elvetica, quest’ultima infatti resta sotto stretta osservazione da parte delle autorità fiscali dei maggiorenti dell’Ue che più hanno interesse a dare la caccia agli evasori.

L’offensiva congiunta tra Roma e Parigi finora ha preso di mira soprattutto il gigante bancario svizzero Ubs, sollecitato dall’Italia a fornire «informazioni su persone fisiche con domicilio in Italia i cui nomi sono sconosciuti», e antipasto di un patteggiamento che lo scorso giugno ha portato l’istituto elvetico a versare nelle casse dello Stato italiano 111 milioni di franchi svizzeri (circa 100 milioni di euro), per chiudere un vertenza fiscale risalente al periodo 2012-2017. Il passo successivo è la ricerca di un’imponente massa di denaro che potrebbe oscillare tra i 92 e i 126 miliardi di euro.

La Francia non è stata da meno: lo scorso febbraio un tribunale d’Oltralpe ha condannato il gruppo Ubs a una multa record di 3,7 miliardi di euro per frode fiscale aggravata dal riciclaggio, cui si sono sommati altri 800 milioni di risarcimenti per lo Stato. In totale, dunque, una sanzione da 4,5 miliardi di euro. La magistratura ha infatti riconosciuto Ubs colpevole di aver aiutato alcuni clienti francesi a eludere le tasse tra il 2004 e il 2012, e a riciclarne i proventi (cosa che ha costretto Ubs a stanziare oltre 2 miliardi e mezzo di dollari per tutelarsi da potenziali perdite derivanti da futuri contenziosi e nuove leggi a suo danno). Non solo: il 26 luglio, il Tribunale federale ha accolto il ricorso dell’Amministrazione federale delle contribuzioni e stabilito che Ubs dovrà consegnare ai francesi i dati personali di oltre 40 mila suoi correntisti.

Ma questo, per quanto pesante, è soltanto l’inizio. Il ministero delle Finanze italiano ha annunciato una stretta sui rapporti tra correntisti italiani e banche svizzere, in parte già in atto. Il contenzioso si articola su tre assi normativi: il primo da anni prevede che qualora una banca straniera conceda un credito a un residente in Italia, i redditi conseguiti siano oggetto di tassazione nel nostro Paese (peraltro quasi nessuna banca ha mai applicato tale norma); un altro punta a creare strumenti per accusare eventualmente di abusivismo le banche estere che svolgono attività di consulenza, vendita o gestione senza le necessarie autorizzazioni di Consob e Banca d’Italia; il terzo asse è di carattere penale, e colpisce in modo diretto consulenti, avvocati e commercialisti che siano stati coinvolti (passivamente o attivamente) nell’offrire strutture societarie, consulenze e altri servizi.

Tanto attivismo da parte italiana si spiega con i numeri: in Svizzera, infatti, almeno sino al 2013 era depositato qualcosa come il 70 per cento dei capitali italiani fatti espatriare all’estero. Secondo alcune stime, il «tesoretto» degli evasori italiani corrispondeva all’epoca a una cifra compresa tra 137 e 171 miliardi di euro, 44 dei quali sono però rientrati tra 2015 e 2017 grazie alla voluntary disclosure, lo strumento ideato dal Fisco per regolarizzare la posizione tributaria dei contribuenti, che obbliga le banche a fornire informazioni precise sui correntisti.

La Svizzera, come prevedibile, ha reagito con preoccupazione al programma italiano: secondo il Consigliere nazionale Marco Romano, «l’attuale contesto internazionale votato al protezionismo e alla necessità per molti Stati di cercare contribuenti “scappati” per far quadrare i disastrosi bilanci pubblici, è fonte di grossi conflitti. Il governo svizzero deve tutelare i propri istituti finanziari e chi ci lavora». Ciò nonostante, un vero dibattito in seno alle associazioni bancarie e principali partiti elvetici non c’è ancora.

Intanto, dopo alcuni tentennamenti, il primo ad aver regolato il proprio contenzioso è stato Credit Suisse: in seguito a maxi-perquisizioni avvenute nel 2014 e legate alle polizze assicurative, nell’ottobre 2016 l’istituto ha negoziato il pagamento di 101 milioni di euro con l’Agenzia delle entrate e ne ha patteggiati altri 8,5 con la procura di Milano. Da allora, alcune banche hanno preferito regolarizzare le tasse non pagate sui crediti concessi a residenti italiani, mentre altre hanno imboccato la strada del «ravvedimento operoso».

Non è la prima volta che gli istituti bancari della Confederazione sono sotto attacco. Secondo Luca Soncini, già dirigente bancario e docente di strategie bancarie all’Università della Svizzera italiana «è dalla metà degli anni Novanta che un gruppo di Paesi spinge con particolare forza sul tema della trasparenza fiscale contro Inghilterra, Lussemburgo, Svizzera e altri “paradisi” che per anni hanno fatto spallucce, in una sorta di coalizione per la difesa della privacy sui conti bancari off-shore».

Di certo, però, in tempi di stagnazione economica (Francia) e di ricerca spasodica di miliardi da destinare alla prossima manovra economica (Italia), il sistema risulta sempre più allettante e soprattutto inarrestabile. È stata la crisi economico-finanziaria del 2008 a cambiare le cose, portando già l’anno seguente il G20 di Londra ad azioni mirate contro il segreto bancario svizzero. Non a caso, al punto 15 del comunicato finale di quel G20 era stato inserito un passaggio lapidario: «The era of banking secrecy is over» ovvero «l’era del segreto bancario è finita».

Da allora la Svizzera, consapevole di essere finita nel mirino dei potenti della Terra, ha deciso di rispondere varando la cosiddetta Weissgeldstrategie, ovvero la strategia del «denaro pulito», un’iniziativa finalizzata a dimostrare come sulla piazza finanziaria svizzera - che in totale conta 266 istituti bancari - non esista «alcuna volontà deliberata di attirare capitali sospetti o non dichiarati». Ad affermarlo è stata l’Associazione svizzera dei banchieri, la massima associazione di categoria del Paese.

Ma già nel 2010 sono arrivati altri guai. Stavolta dagli Stati Uniti, che avevano appena varato il Facta (Foreign account tax compliance act), ossia una legge che si estende a livello internazionale per combattere ogni forma di evasione fiscale che riguardi i cittadini americani, e che numerosi altri Paesi hanno poi fatto propria (l’Italia l’ha adottata nel 2014). Al Facta ha fatto seguito nel 2013 lo Swiss bank program, accordo sottoscritto dal ministero delle Finanze di Berna e dal dipartimento di Giustizia di Washington che, di fatto, ha messo con le spalle al muro tutte le banche rossocrociate, costrette non solo a collaborare ma - per oltre 80 di esse - anche a pagare multe salate per un totale di circa 5 miliardi di dollari.

Da allora, i forzieri nascosti tra le Alpi sono stati intaccati da aggressivi programmi stranieri di amnistie e regolarizzazioni che, di fatto, hanno costretto il sistema bancario della Svizzera a collaborare per non rischiare l’isolamento sul piano internazionale. Oltre ai principali Paesi europei, anche Brasile, India, Israele, Argentina, Colombia, Messico, Corea del Sud, Pakistan e altri hanno lanciato la classica «last call» ai propri contribuenti, sulla scia del provvedimento americano.

Di certo, il mutato sistema bancario internazionale sarà per la Svizzera uno dei temi caldi alle elezioni generali del 20 ottobre, con cui verranno rinnovati il Consiglio nazionale (Camera bassa) e quello degli Stati (Camera alta). Il Paese che più al mondo ha costruito la propria identità sul segreto bancario e ne ha fatto la bandiera del successo in campo economico-finanziario, oggi fatica a trovare un ruolo e un modello alternativi sui quali incardinare il futuro della propria stabilità.  

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