Aziende

Regioni italiane: quali sono le più virtuose e le meno virtuose

Solo quelle che hanno sostenuto le aziende in settori competitivi sono riuscite a battere la crisi

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La sede della Regione Lombardia – Credits: GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images

Per essere più forti e competitive a livello economico le regioni italiane dovrebbero contribuire (per quello che possono) a creare un ambiente favorevole al privato, dove poter far prosperare le imprese che operano nei mercati a elevata concorrenza e che sono in grado di competere su quelli internazionali.

Sono di questo tipo le aziende in grado di assumere in pieno i rischi di impresa, di prendere capitali in prestito, di investire e creare occupazione.

Non è un decalogo d'intenti di politica economica, ma il risultato di un'indagine di Confartigianato Lombardia su dati Istat sulla spaccatura Nord - Sud del paese.

Un divario, in termini di Pil (ricchezza prodotta), che resta ancora ampio: nel 2007 vedeva il Mezzogiorno al 67,7% di quello del Centro Nord e nel 2015 è sceso solo al 66,3%. Ma andiamo con ordine.

Il privato che traina

La particolarità dello studio è l'utilizzo della metafora del "treno": non per indicare le regioni che corrono di più, ma i settori occupazionali che, regione per regione, costuiscono il motore e la potenza economica.

Per capirlo, Confartigianato ha individuato quattro componenti della società italiana e le "locomotive" sono una particolare categoria di lavoratori: "gli occupati, indipendenti e dipendenti che lavorano in imprese competitive e in crescita". In tutto sono circa 17,8 milioni di italiani, pari al 33,6 per cento della popolazione.

I settori al traino

Al traino, tre vagoni. Il primo è quello dei settori protetti, dove "un'elevata regolazione frappone consistenti barriere all’ingresso di nuovi competitori e mantiene elevati i prezzi": sono poco meno di 1,6 milioni di italiani (3 per cento) occupati in settori a bassa concorrenza, come energia, finanza e assicurazioni, ma anche l'agricoltura, protetta dal sistema dei sussidi della Ue.

Poi troviamo il secondo vagone, quello più affollato della spesa pubblica. Vi trovano posto circa 10,5 milioni di italiani (37 per cento della popolazione) il cui reddito prevalente è garantito dallo Stato. Detto altrimenti, è il vagone dei pensionati e dei dipendenti pubblici.

In ultimo, il vagone zavorra, quello dei disoccupati e degli inattivi senza reddito: sono qausi 14 milioni di di italiani tra coloro in cerca di occupazione, studenti, i neet (i giovani che non studiano e non lavorano) e coloro che, per un motivo e per un altro, non si offrono più sul mercato del lavoro. Rappresentano il 26,4 per cento della popolazione sopra i 15 anni.

Le aree più virtuose

Ogni regione è dunque un treno (o un trenino). Quali i convogli con la locomotiva più potente e quali con i vagoni più pesanti? Se una locomotiva in Italia, in media pesa per il 33,6 per cento della popolazione, troviamo 14 regioni sopra la media (tutto il Centro Nord) e sei regioni (il Sud e le isole) sotto.

Le più potenti si trovano in sei regioni: la Lombardia (42,4 per cento), Emilia Romagna (40,1), Bolzano (39,9), Veneto (39,7), Trento (38,8) e Marche (38). Al Sud c'è solo l'Abruzzo, l'unica regione meridionale che si piazza poco sotto la media nazionale al 32 per cento, mentre la Calabria al 19 per cento chiude la classifica.

Il peso del settore pubblico

Quanto al vagone del pubblico, al primo posto troviamo le tre regioni autonome del Nord, molto al di sopra della media nazionale (37 per cento): Valle d'Aosta (45,2 per cento), Bolzano (43,2), Trento (41 per cento) e Friuli Venezia Giulia (42,5 per cento). Tra le regioni non autonome, spiccano Marche, Piemonte (entrambe a 39,9 per cento) e Umbria (40,8).

In ultimo, il terzo vagone (la zavorra), dove viaggiano gli italiani fuori dal mercato del lavoro. Mentre nel Centro Nord, con l'eccezione del Lazio, le percentuali sono tutte inferiori alla media nazionale, che comunque è piuttosto alta (26,4 per cento), nel Mezzogiorno le percentuali sono preoccupanti. Se in Abruzzo è del 27,4 per cento (non molto al di sotto della media nazionale), in Calabria, Sicilia e Campania si supera il 40 per cento.

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