Aziende

L'alimentare italiano e la grande abbuffata

Le aziende del cibo Made in Italy stanno vivendo una stagione d'oro: merito di due tendenze globali che premiano una cucina nata in casa

Oscar Farinetti

Guido Fontanelli

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Irca è un nome che vi dirà poco o nulla. È un’azienda di Gallarate (Varese) che produce semilavorati per la pasticceria e la panificazione. La cosa interessante è che questa impresa è stata appena ceduta al fondo Carlyle per un valore astronomico: 520 milioni di euro, due volte il fatturato e 13 volte l’Ebitda (il margine operativo lordo). Valutazioni da maison del lusso. Così come la famiglia Caprotti non si aspettava certo di vedere piovere sul suo tavolo un’offerta da 7,3 miliardi di euro per i supermercati Esselunga. In questo caso si era fatto avanti il gruppo cinese Yida Investment, una conglomerata con interessi nell’immobiliare, nelle energie alternative, nella salute e nelle estrazioni minerarie. 

Una proposta molto allettante che però la famiglia non ha neppure preso in considerazione, visto che era in gestazione l’accordo tra gli eredi del fondatore Bernardo (consulenti Citigroup e Mediobanca) per condurre l’Esselunga in borsa entro il 2020. Ad attirare i cinesi erano i conti estremamente buoni della catena di supermercati, tra le poche rimaste a capitale nazionale. Ma anche la possibilità di entrare nel mercato alimentare italiano, dove l’Esselunga è molto forte. 

Del resto, il cibo Made in Italy continua a crescere e solletica molti appetiti, sia nei prodotti tradizionali, sia nelle nicchie ad alto tasso di sviluppo: «Quasi tutte le settimane riceviamo manifestazioni d’interesse» conferma Massimo Monti, amministratore delegato di Alce Nero, specializzata in alimenti bio, che con 74 milioni di fatturato è presente in 30 mercati esteri e ai primi di luglio annuncerà l’ingresso nei prodotti freschi.

Ricette italiane su Google

«In tutto il mondo avanzato il food è in grande espansione», spiega Luigi Consiglio, presidente della società di consulenza strategica Gea e uno dei maggiori esperti del settore alimentare in Italia. «I carburanti di questa crescita sono soprattutto due: da una parte i consumatori vogliono imparare a cucinare a casa, come dimostra il boom di programmi tv come MasterChef, e allo stesso tempo chiedono i piatti pronti. Sono due fenomeni poderosi. Pensi che l’azienda che è cresciuta di più in Europa lo scorso anno è la tedesca HelloFresh, che ti porta a casa tutti gli ingredienti di cui hai bisogno per la ricetta che hai scelto di realizzare». I ricavi di HelloFresh sono passati da 2,3 a 304 milioni in quattro anni.

In questo scenario globale l’agroalimentare italiano non poteva che esplodere: in un Paese come l’Australia, all’altro capo del mondo con 23 milioni di abitanti, ogni mese su Google vengono effettuate 6 milioni di richieste di ricette italiane. «Abbiamo il cibo più desiderato del mondo» sottolinea Oscar Farinetti, fondatore della catena Eataly, che nel giro di pochi anni è diventata un marchio globale. «Non solo abbiamo il maggior numero di specialità concentrate in un singolo Paese, ma la nostra è una cucina facile, leggera, nata in casa e quindi semplice, accessibile a tutti. Il futuro dell’agroalimentare italiano è meraviglioso. E siamo solo all’inizio». Anche Farinetti continua a ricevere offerte da parte di potenziali acquirenti: e lui non solo resiste alle tentazioni, ma rilancia con il progetto di collocare in borsa il 30 per cento di Eataly il prossimo anno. «Non ne abbiamo bisogno, ma mi piacerebbe che le famiglie italiane partecipassero alla nostra avventura come piccoli azionisti».

Export alimentare: + 8%

I dati macro confermano il quadro positivo tratteggiato da Consiglio e Farinetti: nel primo trimestre di quest’anno l’export alimentare italiano è cresciuto dell’8 per cento ed è arrivato a quota 7,7 miliardi. Un dato «oltre qualsiasi previsione» ha commentato Luigi Scordamaglia, presidente di Federalimentare, che ha aggiunto: «È un nuovo record per il settore che rappresentiamo e che si conferma trainante per tutto l’export italiano. Un risultato eccezionale frutto di un sistema Paese che finalmente funziona in maniera efficiente e coordinata». Perfino nella ostica Cina il cibo italiano va bene: come rivela un’analisi della Coldiretti su dati Istat, nel primo bimestre del 2017 le esportazioni agroalimentari nazionali hanno messo a segno un balzo del 17 per cento a valore. E nei prossimi 3-5 anni l’agroalimentare italiano potrà doppiare la boa dei 50 miliardi di export (oggi è a 30 miliardi) se, sostiene il Boston consulting group, continuerà a puntare sulla qualità, sfruttare i trend salutisti nei Paesi avanzati e servirsi delle piattaforme di e-commerce. 

«Il settore alimentare italiano ha potenzialità infinite» insiste Luigi Consiglio di Gea, «le nostre imprese hanno un know-how che nessun altro ha. Però, per avere successo a livello globale bisogna essere riconoscibili. Oggi le imprese sono schiacciate tra una grande distribuzione dominata dai discount, e dall’e-commerce. In questa grande marmellata emergi solo se hai un marchio forte».

Nuovi e vecchi campioni

L’industria alimentare italiana realizza un giro d’affari di 132 miliardi, genera un export da 30 miliardi e dà lavoro a 385 mila persone. Complessivamente è formata da 6.850 imprese al cui vertice c’è una squadra di multinazionali ultra consolidate con una lunga storia alle spalle: come la Ferrero (10,3 miliardi di fatturato, più 8,2 per cento sul 2015), il gruppo Cremonini (4 miliardi), la Barilla (3,4 miliardi), la Perfetti (il terzo gruppo mondiale delle caramelle con 2,7 miliardi di ricavi). Grandi aziende, ben radicate nei loro settori che però non smettono di investire e fare acquisti. La Ferrero di recente ha aperto a Singapore il primo centro di innovazione asiatico del gruppo: «Il nuovo centro» spiega in una nota il re della Nutella, presente in Asia con due stabilimenti in Cina e India, «è stato progettato per rafforzare la posizione globale di Ferrero come leader nell’innovazione e ospiterà diverse funzioni strategiche nei settori della salute e della nutrizione, delle nuove materie prime, della ricerca e sviluppo prodotto, dei bisogni del consumatore e delle attività di ricerca di lungo periodo». Il gruppo Cremonini non solo è leader in Europa nel settore delle carni bovine ma sempre più si è specializzato nella distribuzione delle eccellenze alimentari italiane in oltre 50 Paesi al mondo.

La Barilla sta aprendo in tutto il mondo una serie di ristoranti (l’ultimo a Los Angeles) e nel frattempo investe nella sostenibilità: nel 2016 il leader mondiale della pasta ha riformulato 150 ricette, togliendo l’olio di palma da tutti i prodotti da forno. Dal 2010 ha ridotto le quantità di sale per 740mila tonnellate, di grassi per 360mila tonnellate e di grassi saturi per altre 20mila tonnellate complessive. 

Dietro alle corazzate del cibo Made in Italy sta emergendo una flotta di aziende agguerrite sui mercati internazionali. Alcune sono molto note, come la Lavazza: sesto produttore mondiale di caffè, 1,9 miliardi di fatturato di cui il 60 per cento realizzato all’estero, la società torinese, reduce dall’acquisizione in Francia della Carte Noire, ha appena comprato l’azienda canadese Kicking Horse Coffee, leader canadese nel segmento del caffè biologico ed equo solidale. «Non volevamo rimanere nel guado» ha detto Antonio Baravalle, amministratore delegato di Lavazza. «Dobbiamo arrivare a circa 2,2 miliardi di fatturato nel giro di tre anni, di cui il 70 per cento all'estero, per avere una dimensione adeguata». Un obiettivo che può essere raggiunto non solo con la crescita organica, ma soprattutto comprando imprese in giro per il mondo.

Anche Granarolo (1,2 miliardi di giro d’affari nel lattiero-caseario) si sta dando da fare: negli ultimi anni ha ampliato la gamma dei prodotti per soddisfare i nuovi gusti dei consumatori e ha puntato sull’estero. Così al latte e ai formaggi si sono affiancati, tra gli altri, gli yogurt, i prodotti bio, gli snack, la pasta all’uovo e senza glutine, l’aceto balsamico, i piatti pronti vegetali, il prosciutto. Una raffica di novità alimentata dalle acquisizioni: «In quattro anni abbiamo comprato 30 aziende» ricorda Gianpiero Calzolari, presidente della Granarolo. «Del resto, per andare a conquistare i mercati internazionali ti devi presentare con il meglio del made in Italy, dai formaggi all’aceto balsamico fino alla pasta».

Altro esempio di impresa di successo sulle tavole globali è quello di Rana (600 milioni di ricavi), «costretta» a raddoppiare lo stabilimento americano perché non riesce a stare dietro alla domanda di ravioli e tortellini. E poi ci sono i casi della passata di pomodori Mutti, che esporta in 82 Paesi, del formaggio Auricchio, dei salumi Citterio, della Valsoia, giusto per citare alcuni marchi di aziende italiane in deciso sviluppo all’estero. E naturalmente Eataly (400 milioni di fatturato), fondata appena 13 anni fa e già considerata un brand globale. La rivista americana Forbes ha stilato la classifica delle 25 imprese più innovative e «disruptive» (distruttive, dirompenti) del mondo. L’unico marchio italiano presente nella graduatoria, guidata da Uber, è appunto Eataly che a fine settembre aprirà a Los Angeles il suo 40° negozio di eccellenze alimentari italiane.

A tutto "bio"

Eataly non è estranea a un altro fenomeno molto importante che sta investendo l’industria alimentare: il boom del biologico. «La catena di Farinetti è un ottimo partner» racconta Monti di Alce Nero, «che contribuisce allo sviluppo di un settore in grandissima espansione. Il bio da anni avanza con aumenti delle vendite a due cifre e con punte del 20 per cento all’anno». 

Gli spazi sono enormi: oggi i prodotti biologici rappresentano solo il 3 per cento del mercato del food e per le 60 mila imprese del settore si apre una prateria sconfinata. Soprattutto se la moda del cibo continuerà a tenere banco, sfidando in termini di attrattività finanziaria l’industria del lusso. «Sono convinto che questa tendenza durerà per anni» dice Farinetti. «Anche perché il cibo è un prodotto speciale: è l’unico che mettiamo dentro il nostro corpo».

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