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Proteste dei tassisti: cosa c'è di giusto e di sbagliato

La deregulation del settore va fatta. Ma Ncc e tariffe devono essere ben regolamentate. Per andare incontro alle esigenze di un'unica categoria: gli utenti

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Taxi fermi in Stazione Centrale per la protesta dei conducenti - Milano, 21 novembre 2017 – Credits: ANSA/ DANIEL DAL ZENNARO

I tassisti in sciopero contro Uber, contro le auto a noleggio e contro il governo si battono in realtà per difendere il loro monopolio nella gestione di un servizio pubblico. E ciò è chiaramente contrario alle esigenze degli utenti. Questo è un punto fermo dal quale partire.

Perché protestano

Lo scontro in atto non è ideologico (contro le multinazionali) né culturale (contro il neoliberismo) come qualcuno vorrebbe far credere, si tratta piuttosto di un vero e proprio conflitto d’interessi come quelli che hanno accompagnato la storia: dai luddisti che distruggevano le macchine ai minatori inglesi, dai controllori di volo americani ai siderurgici italiani, tanto per fare esempi che s’allungano nel tempo e s’allargano nello spazio.

Dunque i tassisti conducono una battaglia contro i mulini a vento nel tentativo di bloccare il progresso? Dal punto di vista di chi usa un mezzo di trasporto sì, è proprio così. L’ampliamento dell’offerta, la concorrenza in un mercato aperto, senza lacci e lacciuoli imposti da istituzioni burocratiche o da minoranze arroganti, tutto ciò fa del bene a chi utilizza un servizio così come a chi acquista un prodotto.

Tuttavia non sempre chi vuol difendere il proprio lavoro, persino quando lo esercita in regime di quasi monopolio, ha torto del tutto. Ciò è vero per gli operai e anche per i conducenti di auto pubbliche. Il problema dunque andrebbe affrontato tenendo fermo il principio della libera concorenza, ma con il realismo che la composizione di interessi contrapposti richiede.

I tassisti vogliono proteggere innanzitutto le loro licenze che dal punto di vista economico sono una rendita permanente. Hanno speso per acquistarle e pensano che servano anche come garanzia per la loro pensione. Spesso le passano di padre in figlio o le vendono anche quando non dovrebbero. Ma quelle licenze sono comunque destinate a perdere valore per la presenza di nuovi soggetti e di innovazioni tecnologiche, dalla prenotazione telefonica alle odierne applicazioni digitali.

Regolamentare Ncc e tariffe: un dovere

La battaglia non è cominciata ora. Il primo scontro è avvenuto contro la liberalizzazione, poi s’è aggiunta la lotta al noleggio con conducente (Ncc) che risale al 1992 quando venne introdotta la legge quadro dei trasporti pubblici.

I taxi sono regolamentati, ma negli anni si è permesso agli Ncc di agire in un sostanziale vuoto legislativo, consentendo a questo servizio due pratiche particolarmente invise ai guidatori delle auto bianche. I conducenti possono lavorare in modo simile ai tassisti, senza lobbligo di partire e rientrare alla rimessa allavvio e al termine di ogni corsa. Né vi è un divieto per le auto Ncc che hanno ottenuto una licenza in un determinato comune di offrire i propri servizi anche in altri comuni diversi.

Regolamentare gli Ncc, dunque, è una richiesta giusta che tutela anche gli utenti da abusi e cattivo servizio. Nel 2008 è stata varata una legge, ma non è stata mai applicata. L’ultima proroga scade il prossimo 31 dicembre.

Una questione spinosa riguarda le tariffe, regolamentate per i taxi e libere per gli altri, e qui ovviamente gli utenti sono a favore degli Ncc. A questo punto entra in campo anche Uber che, dopo il blocco della piattaforma UberPop nel 2015 deciso dal tribunale di Milano, funziona come un servizio a noleggio attraverso UberBlack.

La battaglia alle Ncc si incrocia, così, con quella alla famigerata App. Il problema è che diventa sempre più difficile distinguere il confine tra chiamare una vettura con Mytaxi e prenotare un’auto con Uber. Il tentativo di bloccare tutto diventa davvero una battaglia simile al luddismo nella Inghilterra di fine ‘700.

Cosa vogliono davvero i cittadini

Non solo. Chiediamoci se i tassisti svolgono davvero il servizio che gli utenti chiedono. Qui non si tratta delle solite polemiche sterili contro l’autista truffaldino che non applica la tariffa o compie tortuosi giri per far correre il tassametro. Ma del rifiuto pressoché sistematico di accettare le carte di credito, o della scarsità di vetture nelle ore di punta e notturne, quando c’è brutto tempo, nelle giornate festive. La gestione degli orari e dei turni è un’altra pratica che non mette al primo posto i clienti.

Lo scontro con il Governo

I punti dolenti sono molti e forse è arrivato il momento di affrontarli tutti insieme. Il governo ha proposto un accordo che assegna alle Regioni la possibilità di contingentare le autorizzazioni, prevede lobbligo del ritorno in rimessa alla fine della giornata, ma estende la possibilità di operare su più rimesse e soprattutto di utilizzare applicazioni di proprietà privata per collegare utenti e autisti.

In sostanza, concede più libertà agli Ncc e, almeno a detta dei detrattori, spiana la strada alle app.

I tassisti chiedono una vera e propria nazionalizzazione istituendo un numero unico controllato dallo stato e mettendo fuori legge le piattaforme tecnologiche private. Sotto la bandiera della lotta alle multinazionali, passano dalla parte del torto, cancellando così anche le loro stesse buone ragioni.

Uscire dall’impasse non sarà facile. L’appello alla ragione basata sul buon senso non è bastato, tanto più che un governo agli sgoccioli e un parlamento alla vigilia di essere sciolto non possono realizzare in extremis quello che è stato troppo a lungo rinviato. Tuttavia, deve essere chiaro che gli interessi maggioritari restano quelli degli utenti. Trasformandosi in minoranza rissosa difficilmente i tassisti riusciranno a difendere le loro esigenze, quelle legittime s’intende.

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