Mps, i derivati e i cinque motivi della crisi

Contratti nascosti e gestiti male, un bilancio con 6,2 miliardi di perdite, il ruolo (importante) del Pd, l'operazione Antonveneta, i soldi (mal spesi) della Bce. Ora l'operazione pulizia deve andare fino in fondo

Giuseppe Mussari, presidente dimissionario dell'Abi (Credits: PAOLO CERRONI / Imagoeconomica)

Stefano Cingolani

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La Banca d'Italia dice: siamo stati ingannanti, e Banca d'Italia dice il vero. Il Sole 24 Ore scrive che il poker dei derivati ha sbancato il giocatore. E ha ragione anche lui. Ma c'è soltanto l'imbroglio dietro il crac del Monte dei Paschi di Siena, la quarta banca italiana? E i malefici derivati sono stati sottoscritti solo per voglia di speculare, una sorta di sindrome da Madoff o da Calisto Tanzi, visto che è stata evocata addirittura Parmalat?

Forse c'è dell'altro, e allora la vetta del Monte diventa la punta di un iceberg che finirà per travolgere il titanic bancario? Le risposte sono che sì c'è dell'altro, no gli amministratori senesi non hanno agito solo per speculazione e sul sistema creditizio italiano bisognerà fare una indagine seria, approfondita, indipendente. Quanto alla politica, c'entra e come, al contrario di quel che sostiene Stefano Fassina, responsabile economico del Pd. Ma andiamo con ordine.

1) I contratti derivati sottoscritti con Dresdner Bank prima e poi con Nomura (Alexandria), e quello con Deutsche Bank (Santorini), sono stati nascosti ai consiglieri di Rocca Salimbeni e alla vigilanza della banca centrale. Il contratto diventato pietra dello scandalo (Alexandria 2009 che doveva spalmare le perdite sui titoli di stato) è stato scovato da Alessandro Profumo, arrivato nell'aprile 2012 al posto di Giuseppe Mussari con il compito di fare le pulizie e preparasi a ricevere il sistema pubblico senza il quale la banca non può andar avanti (i Monti bond di 2 miliardi che si aggiungono ai Tremonti bond i 1,9 miliardi decisi nel 2009). Ma se ne parlava da tempo, tra denunce anonime e interviste televisive (a volto coperto) le voci di dentro parlavano eccome, spaventate dalla brutta aria, dalla crisi e dai rischi di perdere il posto. I contratti derivati non sono la crusca del diavolo, ma vanno maneggiati con cura; nel caso del Montepaschi sono stati gestiti malissimo: prima perdite sui cdo, poi perdite sui titoli di stato, poi altri buchi sui tassi di cambio. Tutto nella frenesia di coprire un debito con un altro debito. I buchi, dunque, nel bilancio Mps esistevano prima dei derivati.

2) Le cifre del resto sono impressionanti. Dal 2011 ai primi nove mesi del 2012 la banca senese ha accumulato 6,2 miliardi di perdite. Ha in pancia titoli di stato per 26 miliardi (due volte e mezzo il capitale, ma in qualche modo questo ha un valore “patriottico”); derivati per 11 miliardi; e ben 17 miliardi di crediti a rischio. Come si è arrivati a questo punto? Per capirlo bisogna ricordare che cos'è il Montepaschi e qui la politica è regina.

3) Il sistema Siena era un esempio perfetto di consociativismo a egemonia di sinistra. Se n'è già scritto molto, ma vale la pena ricordare che il Monte è la mammella che dà il latte all'intera città. Tutti vivono della denaro distribuito attraverso la Fondazione e la banca che lei controlla con maggioranza assoluta. Gli organismi dirigenti sono di nomina politica: il Pci e suoi satelliti prima, i Ds (ora Pd) e alleati poi, hanno sempre avuto il patronage. Ma le scelte erano condivise con gli altri poteri forti della città, dalla Curia alla massoneria. Non c'è nulla di nuovo in questo, anzi molto d'antico. La novità è che il meccanismo s'inceppa. Quando?

4) Nella seconda metà degli anni '90 la foresta pietrificata, come veniva chiamato il sistema bancario italiano, si scuote. Comincia una girandola di fusioni che fa nascere gruppi più grandi non sempre più solidi. Il processo viene stimolato e seguito dalla Banca d'Italia. Antonio Fazio ne ha sempre fatto un motivo d'orgoglio. Ma a Siena lo considerano un nemico. Il Monte, per uscire dal suo non più splendido isolamento, mette gli occhi sulla Bnl, posseduta dal Tesoro. Fazio chiede che la Fondazione scenda sotto il 50%. Ma i senesi rifiutano e la Banca d'Italia nega l'autorizzazione. E' il 2002. La sinistra incolpa il governo Berlusconi e lo stesso governatore. Intanto, la fortezza si apre: in banca è arrivato Vincenzo De Bustis, banchiere molto vicino a Massimo D'Alema, portando in dote la Banca salentina e i suoi prodotti finanziari dai nomi hollywodiani (come Mayway, 4you). Cominciano i guai, anche giudiziari. Nel frattempo al vertice della fondazione arriva Mussari sostenuto da D'Alema, Giuliano Amato e Franco Bassanini.

Un sodalizio potente che si spezza nel 2005 quando Mps rifiuta di partecipare alla scalata Bnl al fianco di Unipol. Bassanini ha sostenuto in una intervista a Panorama di aver difeso, insieme ad Amato, l'indipendenza del Monte. Due anni dopo arriva la rivincita con l'acquisizione di Antoveneta. Certo, il prezzo è alto: 9,5 miliardi mentre il Banco Santander, guidato dal suo fondatore don Emilio Botin, lo ha pagato poco più di sei miliardi. Molti sollevarono dubbi, allora. Ma la Banca d'Italia diede il via libera. Era l'anno delle mega fusioni: prima Intesa-Sanpaolo, poi Unicredit-Capitalia; il Monte non voleva restare isolato. Ma era anche l'anno in cui scoppiava la crisi dei subprime. Le prime gravi avvisaglie emersero in agosto. L'operazione Antonveneta avvenne in novembre. Non era meglio consigliare prudenza anche da parte di via Nazionale? Ora sull'acquisizione di Antonveneta indagano i magistrati, pende il sospetto di aggiotaggio. Si parla di operazioni estero su estero per un miliardo e mezzo di euro. Vedremo cosa emergerà dalle indagini. Ma la questione non è giudiziaria, bensì di politica bancaria. La stessa che deve accendere un faro sullo stato di salute del sistema creditizio.

5) Nell'inverno 2011-2102 la Bce ha salvato il sistema bancario con mille miliardi di prestiti all'1% senza limiti di tempo. Di questi, 250 miliardi sono andati alle banche italiane che li hanno usati per riaprire i rubinetti della liquidità e per acquistare i Btp dei quali le banche estere si liberavano: circa 145 miliardi in un solo anno. Adesso, appesantiscono i bilanci. E si aggiungono alla montagna di crediti in sofferenza o a rischio, saliti da 75 a 121 miliardi. Rispetto a questo, i derivati potenzialmente pericolosi rappresentano una piccola quota dell'attivo (Intesa il 9%, Unicredit il 12,4, Ubi il 4,5). Ma il rischio spesso non ubbidisce alle percentuali. La complessità dei contratti rende i derivati una sorta di domino: se cade una tavoletta trascina tutte le altre. L'abbiamo già visto con i subprime: erano una infima parte del credito immobiliare americano, ma sei anni dopo ancora ne stiamo pagando i costi. Dunque, l'operazione pulizia deve andare fino in fondo. Una pulizia finanziaria, ma anche politica

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