Made in Italy: sette falsi miti sulle imprese italiane

Export, acquisizioni, brand: una ricerca dell'Università di Pavia mette in discussione i luoghi comuni sulle nostre aziende

Chairs with the Italian national colours

Protagonista è sempre il Made in Italy – Credits: DAMIEN MEYER-AFP/Getty Images

Massimo Morici

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Due aziende italiane su tre non utilizzano il marchio Made in Italy nel loro business internazionale e non è detto che l'export aiuti le aziende a risolvere i loro problemi di produttività e redditività. A sfatare alcuni dei luoghi comuni sulle imprese italiane è stata una recente ricerca commissionata dalla banca britannica HSBC ed elaborata dall'Università di Padova-CMR, che ha intervistato oltre 800 aziende italiane di medie e grandi dimensioni.

I risultati hanno messo in discussione sette miti sulle company italiane nel panorama internazionale. Eccoli.

Shopping lungo la Penisola

Il nostro paese è in vendita? Non proprio. Quasi la metà delle medie e grandi aziende italiane ha realizzato almeno un'acquisizione e, nell'81% dei casi, l'attività di shopping è avvenuta all'estero. Solo il 13% delle aziende di medie e grandi dimensioni italiane è stato acquisito da società estere.

L'export non sempre aiuta

L'export amplifica sia i comportamenti virtuosi che viziosi delle imprese. In dettaglio, i ricercatori dell'Università di Pavia hanno dimostrato che non sussiste alcuna relazione tra redditività e produttività da un lato e apertura verso l'internazionalizzazione dall'altro. Il livello più alto di produttività e redditività è infatti registrato sia tra le aziende che esportano oltre il 75% del proprio fatturato, sia tra i player nazionali. Le aziende esportatrici sono quelle che hanno già un elevato livello di produttività. Ciò consente loro di assorbire i costi non recuperabili legati alla loro internazionalizzazione.

Le aziende italiane innovano

L'innovazione non sembra essere più un problema. I risultati della ricerca evidenziano che solo una percentuale inferiore al 30% delle aziende non innova, mentre quasi il 90% degli esportatori più rilevanti ha introdotto innovazioni di prodotto e di processo negli ultimi tre anni. C'è insomma relazione tra esportazioni e innovazione: le aziende innovatrici hanno maggiori probabilità di aumentare il loro grado di internazionalizzazione.

Non solo manifattura

La manifattura non è l’unico ambasciatore delle esportazioni italiane: infatti, oltre il 65% delle principali società italiane che operano nel settore terziario esporta.

All'estero non per tagliare

In realtà solo il 22% di queste si reca all'estero ridurre i costi. Il principale motivo che spinge le aziende ad aprirsi ai mercati esteri è la presenza di clienti o fornitori chiave a livello locale (39%), oltre alla disponibilità di partner locali qualificati (20%) e alla vicinanza dei mercati di sbocco (18%).

Burocrazia: un problema ovunque

Secondo la ricerca, il 61% delle principali aziende italiane considera la burocrazia come la principale criticità nell'operare all'estero. Le altre barriere ai processi di globalizzazione riguardano la difficoltà di reperire adeguato capitale umano (47%), la protezione della proprietà intellettuale (per il 39% delle imprese), le differenze linguistiche e culturali. Inoltre, la corruzione rappresenta un aspetto problematico per una società su cinque (19%).

Italianità, ma non troppa

La maggior parte delle aziende italiane non usa il marchio "Made in Italy" nelle proprie relazioni internazionali: solo un terzo (il 35%) delle medie e grandi aziende intervistate lo fa, anche se chi lo impiega riconosce l’elevato valore aggiunto che genera (90%). Le aziende italiane che utilizzano questo marchio appartengono prevalentemente ai settori tessile, della moda (80%) e alimentare (59%).

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