L’impatto della riforma fiscale americana sulle aziende estere

Il Tax Cuts and Jobs Act contiene una riforma del sistema fiscale che modificherà anche la tassazione per chi investe negli USA

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di Stefano Schiavello (Head Italian desk in New York, STS/Deloitte)

Il “Tax Cuts and Jobs Act” approvato dalla House of Representatives, contiene un’ambiziosa riforma del sistema fiscale USA che, pur con le modifiche attese dall’analogo provvedimento attualmente al vaglio del Senato, avrà profondi impatti sia sulle aziende americane che quelle estere con investimenti negli USA.

Con riferimento alla corporate tax, le principali modifiche sono le seguenti:

  • riduzione del corporate tax rate dal 35% al 20%, a partire dal 2018;
  • passaggio dall’attuale regime di worldwide taxation a quello di participation exemption, con esenzione al 100% dei dividendi ricevuti e delle plusvalenze sulle cessioni di partecipazioni;
  • tassazione una tantum sugli utili esteri non rimpatriati, con aliquote ridotte (14% sugli asset liquidi e 7% sugli utili reinvestiti) rispetto a quella ordinaria del 35%;
  • al fine di contrastare meccanismi di base erosion, inclusione automatica nel reddito della controllante USA, del 50% dell’extra-profitto generato dalle controllate estere (determinato come differenza tra l’utile netto complessivo ed un routine return sul valore delle immobilizzazioni).

La riduzione del tax rate nominale dal 35% al 20% non si tradurrà automaticamente in una riduzione del tax rate effettivo, dovendosi tenere conto di numerose modifiche alla determinazione della base imponibile, tra le quali:

  • la deducibilità degli interessi passivi sarà ammessa entro il limite del 30% dell’ebitda (in linea con quanto previsto nei principali paesi europei, Italia inclusa), per le societa’ con fatturato superiore a 25M USD;
  • sarà consentita la deducibilità immediata del costo d’acquisto dei beni strumentali, per acquisti effettuati nei prossimi 5 anni;
  • le perdite fiscali potranno essere riportate a nuovo senza alcun limite temporale (attualmente vige un limite di 20 anni), ma potranno compensare solo il 90% dell’imponibile di ciascun esercizio futuro.
    L’impatto concreto di tali modifiche sul carico fiscale effettivo delle subsidiaries USA dei gruppi italiani dovra’ quindi essere valutato caso per caso.

La legge approvata dalla House contiene poi una norma che ricorda per alcuni aspetti la molto discussa border adjusted tax, che avrebbe reso indeducibili per le società USA (comprese le subsidiaries di gruppi italiani) i costi sostenuti per acquistare beni o servizi dall’estero, con un aumento immediato del costo d’acquisto pari all’aliquota della corporate tax. È prevista infatti una excise tax del 20% sui pagamenti (a fronte di acquisti di beni o prestazioni di servizi, fatta eccezione per gli interessi) effettuati da una società USA ad una consociata estera, a meno che quest’ultima non opti per la tassazione negli USA dell’utile realizzato sulla transazione (qualificandolo come ECI-effective connected income). Tale norma si applicherà solo in caso di pagamenti a consociate estere superiori a 100 milioni di dollari annui.

L’eliminazione del complesso sistema di worldwide taxation, avrebbe potuto consentire l’utilizzo, da parte dei gruppi italiani, delle controllate USA per detenere partecipazioni in societa’ estere (as es. quelle basate nel centro/sud-america visto che spesso il management USA ha responsabilità' per l’intera area geografica), reso fino ad oggi di fatto impossibile dalla complessita’ delle regole vigenti: non sembra tuttavia che le nuove regole, ancora oggetto di possibili modifiche al Senato, siano destinate a portare una reale semplificazione rispetto al passato.

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