Lamborghini: il paradiso della classe operaia

Come produrre auto per milionari e fare felice perfino la Fiom: succede alla Lamborghini dopo il matrimonio felice tra l’efficienza tedesca della Volkswagen e la creatività italiana. Che partorisce una supercar per i 50 anni della casa.

Un modello Lamborghini Veneno (Credits: Alberto Bevilacqua)

Damiano Iovino

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All’alba del 5 marzo scorso due americani e un saudita si erano già piazzati davanti ai cancelli del Salone dell’auto di Ginevra. Quando alle 7 hanno aperto, sono stati tra i primi a entrare per correre a vedere il giocattolo comprato qualche mese fa, dopo averne visto solo qualche disegno. Un giocattolo da 3 milioni di euro più tasse, la Veneno, che raggiunge i 100 chilometri all’ora in 2,8 secondi e arriva a 354 kmh: pensata, disegnata, costruita pezzo per pezzo e assemblata dalla Lamborghini a Sant’Agata Bolognese per celebrare i 50 anni della casa. Oltre al prototipo per il salone, ne saranno costruiti solo tre esemplari per gli appassionati che per primi hanno firmato il contratto.

«Gliele daremo entro la fine dell’anno» dichiara soddisfatto Stephan Winkelmann, 48 anni, dal 2005 presidente e amministratore delegato della Lamborghini, uno dei grandi marchi italiani che dal 1998 fa parte della galassia Audi Volkswagen, come la Italdesign di Giugiaro (acquistata nel 2010) e la Ducati (nel 2012). Del resto la Lamborghini è stato il banco di prova per miscelare l’efficienza germanica con la creatività italiana. Un mix che ha funzionato e che l’amministratore delegato del gruppo Volkswagen, Martin Winterkorn, fan del made in Italy e circondato da manager italiani (come il designer Walter De Silva e l’ex Fiat Luca De Meo), vuole ora replicare con le altre due acquisizioni: la Giugiaro ha già aumentato del 20 per cento i suoi dipendenti.

Il numero uno della Lamborghini Winkelmann, nato a Berlino ma cresciuto a Roma, spiega che per il gruppo tedesco «è stato un fiore all’occhiello acquistare la Lamborghini, dato che solo l’Italia e la Gran Bretagna vantano una tradizione nelle supersportive». «Dopo l’acquisto le cose sono andate molto bene: nel 2000» ricorda «avevamo 400 dipendenti, oggi sono quasi un migliaio e prevediamo un incremento di altre 60-70 unità nel 2013. Amplieremo l’azienda con un nuovo centro logistico e, dato che teniamo alla tutela dell’ambiente, entro il 2015 abbatteremo del 30 per cento le emissioni di CO2».

La Veneno, come la famosa Miura del 1966, prende il nome da una razza di tori aggressivi ed è la ciliegina sulla torta di un 2012 positivo per la Lamborghini: fatturato cresciuto del 46 per cento a 469 milioni di euro, e 2.083 auto consegnate (più 30 per cento).

Per capire come si arriva a questi risultati, basta fare un giro a Sant’Agata Bolognese, dove nel 1963 il produttore di trattori Ferruccio Lamborghini fondò l’azienda. Si respira un forte senso di appartenenza, dagli ingegneri in camice bianco alla signora che, armata di phon, osso e martelletto, stende su cruscotti e sedili il meglio delle pelli di sette animali per ogni auto, all’operaio che usa un avvitatore elettronico nella catena di montaggio dove l’ergonomia è studiata al millimetro per evitare sforzi inutili.

Qualità è la parola d’ordine in casa Lamborghini, a partire dal personale. «Tra gli impiegati siamo passati dal 20 al 50 per cento di laureati, con un’età media di 39 anni, e le donne sono il 20 per cento dei dipendenti» sottolinea Winkelmann, per il quale «la formazione delle persone è fondamentale per la crescita dell’azienda. Qui la carriera è più veloce che in altre case: il contratto nazionale di apprendistato dura quattro anni e prevede due scatti di qualifica, da noi invece è dimezzato, si può passare dal 5˚al 7˚livello e diventa a tempo indeterminato. E anche la retribuzione è più alta dello standard: al 5˚livello si guadagna il 36 per cento in più». Una motivazione concreta che nasce anche dalle buone relazioni sindacali, ma non è il solo motivo per cui a Sant’Agata si lavora bene.

«Il rispetto della persona e la tutela dei diritti fanno parte della nostra storia» spiega Alberto Cocchi, che ha passato 28 dei suoi 52 anni in azienda, dove lavora nel settore formazione ed è delegato della Fiom, alla quale è iscritto il 40 per cento dei dipendenti: «Noi non diciamo sempre sì, però siamo riusciti a stabilire un confronto maturo, così cerchiamo di trovare sempre la via migliore per raggiungere gli obiettivi fissati dai manager».

A tutto questo si aggiunge l’orgoglio di lavorare in un’azienda che nella zona è un mito. Basta vedere la faccia della gente che si gira a guardare le Lamborghini che sfrecciano, annunciate dal rombo del motore: altrove darebbe fastidio, qui è musica. «Le prove delle auto che escono dalla catena di montaggio non si fanno su un circuito, ma nelle strade di campagna qui attorno» racconta Moreno Conti, un ex collaudatore che dopo trent’anni è ancora nell’azienda dove è entrato da ragazzo. Porta il cronista a fare un giro di prova con una Gallardo arancione, «la piccolina della casa, 10 cilindri, 5.200 cc e 560 cavalli di potenza»: mezz’ora di curve che ti arrivano in faccia veloci, sorpassi che durano un sospiro e sgasate quando si scalano le marce. «Non sono io, lo fa il cambio in automatico» puntualizza Conti, che naturalmente guida in modo impeccabile.

Dallo stabilimento ogni giorno escono sei Gallardo, un modello che dal 2003, quando è nato, è stato venduto in 13.800 esemplari, e 4,8 Aventador: motore 12 cilindri, 6,5 litri di cilindrata e 700 cavalli di potenza, uguale a quello della Veneno, che però ha 50 cavalli di potenza in più. La Gallardo ha telaio e carrozzeria in alluminio costruiti dall’Audi, l’Aventador invece è quasi tutta in carbonio fatto in casa nel reparto creato nel 2010.

«Le piccole aziende ad alta tecnologia devono essere molto flessibili, quindi spesso non producono tutto da sole» chiarisce Winkelmann «ma poiché sul mercato non c’era un carbonio degno del nostro livello, abbiamo deciso di investire, creando questo nuovo reparto». Qui si producono elementi in carbonio con i processi più avanzati e brevettati dalla Lamborghini, come l’Rtm-Lambo: è da questo reparto che esce la monoscocca in carbonio della Aventador, caso unico al mondo.

A monte della produzione c’è il reparto di ricerca e sviluppo, diretto da Maurizio Reggiani, dove prendono forma motori e linee delle Lamborghini. Nel suo laboratorio, dove l’azienda investe il 20 per cento del fatturato, contro il 5 per cento speso in media dall’industria automobilistica, lavorano 250 esperti, il 98 per cento italiani, età media 40-45 anni. «La nostra missione è creare qualcosa per stupire» spiega Reggiani «e con la Veneno siamo riusciti a stupire anche noi stessi. Abbiamo fatto un’auto tutta in composito, mettendo insieme due aree antagoniste tra di loro: il design e l’aerodinamica».

«Abbiamo investito molto, ma il mercato ci sta premiando» conclude Winkelmann: «Per 40 anni Lamborghini ha venduto in media 250 auto all’anno, ora siamo a più di 2 mila». Del resto, ci sarà un motivo se Batman, quando è in borghese, invece della Batmobile usa una Lamborghini Aventador.

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