Ilva e lo spettro della cassa integrazione

L'azienda è pronta alla cigs per 6-8 mila dipendenti. Ecco perché potrebbe essere l'anticamera del baratro

Lo stabilimento Ilva - (credits: Ansa)

Marino Petrelli

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Uno tsunami sta per abbattersi sull’Ilva: se la situazione non dovesse sbloccarsi entro pochi giorni, l’azienda potrebbe mettere in cassa integrazione straordinaria tra i 6 mila e gli 8 mila dipendenti. Parole provenienti direttamente dai vertici dell’azienda e che sono, in parte, confermate dal ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, il quale, pur non fornendo numeri al riguardo, dice che “sta per essere presentata una richiesta importante di cassa integrazione da parte dell’azienda”.

“Siamo in attesa di conoscere l’evolversi della situazione, ma così facendo si rischia di trascinare la situazione nel baratro. Questo annuncio non prefigura nessuna possibilità di far tornare al pieno funzionamento lo stabilimento – ci dice Rocco Palombella, segretario generale della Uilm e una vita passata all’interno della fabbrica -. Il vero problema è l’effetto di marcia diseconomico che si è generando in questi mesi. Per essere a pieno regime, lo stabilimento dovrebbe produrre circa 25 mila tonnellate di acciaio al giorno, al momento se ne producono 17 mila. Se si aggiunge la mancanza di liquidità, questo blocca tutto e il salasso è notevolissimo”.

La minaccia da parte dell’Ilva arriva immediatamente dopo l’ennesimo no al dissequestro “vincolato” dell’acciaio. La procura della Repubblica di Taranto, titolare dell'inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici dell’Ilva, ha espresso parere negativo sulla nuova istanza di dissequestro della merce finita e semilavorata che è ferma nei capannoni dello stabilimento perché considerata provento di reato, in quanto prodotta nei mesi in cui gli impianti dell'area a caldo erano sotto sequestro senza facoltà d'uso.

Ogni decisione sul sequestro dell’acciaio, circa 1,7 milioni di tonnellate di prodotto che vale circa un miliardo di euro, è stata pertanto sospesa dai magistrati in attesa del pronunciamento della Consulta sui profili di incostituzionalità sollevati dalla procura ionica sulla legge 231, la cosiddetta “salva Ilva”. “Questi sette mesi sono stati un tutti contro tutti e nessun potere, giudiziario, politico, economico, ha preso decisioni concrete per lo stabilimento – aggiunge Palombella -. Gli operai sono snervati e aggiungo, assumendomi la responsabilità di quello che dico, che ho l’impressione che i Riva siano fuori dalla partita perché non hanno più voglia di prendere decisioni importanti. A quel punto, quale privato verrebbe ad investire su un’azienda del genere, sapendo anche la feroce battaglia che viene fatta da mesi per la questione della salute dei cittadini, delle bonifiche e della riqualificazione urbana della città di Taranto?”.

CLINI: "SENZA DISSEQUESTRO NESSUN PIANO B"

II perno della discordia continua a essere l’acciaio fermo nei capannoni dello stabilimento poiché secondo l’autorità giudiziaria è stato prodotto in modo illegale, nel periodo in cui gli impianti dell’area a caldo erano a loro volta sotto sequestro. Secondo Giuseppe Vignola, procuratore generale presso la Corte d’Appello di Lecce, “dissequestrare l’acciaio non è possibile perché c’è un giudizio pendente alla Corte costituzionale”. “Ha ragione Clini quando dice che non esiste un piano B se la Consulta dovesse dire che la legge 231 è incostituzionale. Il mondo della siderurgia non può aspettare i tempi della nostra Corte. La concorrenza va avanti – spiega ancora il sindacalista della Uilm -. Se lo stabilimento non produce, l’acciaio se lo vanno a prendere da altre parti e questo rischia il blocco totale delle attività a livello nazionale. Senza dimenticare tutto quel mondo legato agli appalti che sta cominciando ad andare in sofferenza. Alcuni di essi sono già stati bloccati”.

Taranto si è risvegliata arrabbiata, nervosa, in fibrillazione. Gli operai dei primi turni non hanno voglia di parlare, altri formano comitati spontanei davanti la porta della direzione, altri ancora chiedono certezze economiche e uno stipendio sempre in bilico. Uno di questi, raggiunto telefonicamente da Panorama.it, dice chiaramente: “Abbiamo avuto il pagamento della tredicesima in ritardo, non osiamo immaginare quando si tratterà di pagare il mese normale. Ci devono dire che futuro avrà questo stabilimento che, tra addetti diretti e indiretti, da lavoro a 20 mila persone e produce il 75 per cento del pil provinciale e l’8 per cento di quello regionale. La nostra comunità di lavoratori ha dato tantissimo a questo territorio, ora pretendiamo rispetto e chiarezza”.

Intanto c’è allarme tra i sindacati perché l’impatto di una chiusura definitiva sarebbe di almeno 9 miliardi di euro per il “sistema paese”. Inoltre, l’entità della nuova cassa integrazione sarebbe rilevante. Gli amministratori locali hanno stimato costi pari a 7 milioni di euro al mese che la Regione Puglia non è in grado di sostenere. “Non posso ancora quantificare di quale entità sarà la cig, anche perché resta da capire se sarà una cassa per riorganizzazione o ristrutturazione dell’azienda. Considerato che il costo totale degli stipendi mensili è di circa 76 milioni di euro, una cifra presumibile è del 10 per cento del totale, quindi intorno agli otto milioni – conclude Palombella -. Una cosa è certa: non si possono fare in tutti gli impianti le rotazioni in cassa. Se si ferma l’area a caldo, non si possono sostituire gli operai con quelli dell’area a freddo perché hanno mansioni e qualifiche diverse. Anche questo è un problema che dovrà essere risolto”.  

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