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Generali-Intesa, i pro e i contro della fusione

La nascita di un colosso nazionale del risparmio metterebbe al riparo da mire straniere la compagnia triestina. Che perderebbe però la sua autonomia

Assicurazioni-Generali

Andrea Telara

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La profezia di Giovanni Perissinotto, manager che ha trascorso 33 anni dentro il gruppo Generali e l'ha diretto come amministratore delegato tra il 2002 e il 2012, sembra ormai desinata ad avverarsi. Secondo Perisinotto, infatti, la compagnia del Leone di Trieste è ormai contendibile e si avvia inesorabilmente a non avere più la sua tradizionale indipendenza, una caratteristica che l'ha resa nei decenni una delle perle rare del capitalismo finanziario italiano, una società capace di investire in forze all'estero, dall'Europa alle Americhe, passando per i paesi emergenti come la Cina.


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Quel gruppo Generali che ha conquistato i mercati di mezzo mondo ora sta per essere conquistato. O almeno così sembra, se andrà in porto il tentativo di scalata messo in cantiere (ma non ancora ufficializzato) dal gruppo bancario Intesa Sanpaolo. Cosa accadrà se questo arrembaggio arriverà in porto? E cosa ne sarà delle Generali se passeranno sotto il dominio di Intesa? Se lo chiedono da giorni quasi tutti gli analisti e gli osservatori della comunità finanziaria, i quali intravedono in questa operazione diversi pro e contro.


Colosso nazionale

Dall' aggregazione tra Intesa e Generali nascerebbe uno colosso del risparmio gestito che amministra un patrimonio superiore a 800 miliardi di euro. Avere in casa un gigante del genere non è di per sé un male per il nostro Paese, visto che il settore finanziario e assicurativo (come molti altri ambiti dell'economia italiana) rischiavano di essere in parte colonizzati da mani straniere. Soltanto pochi mesi fa, per esempio, i francesi di Amundi hanno comprato la società di gestione Pioneer, messa in vendita da Unicredit. E per mesi si è parlato pure di un possibile arrembaggio a Generali da parte di un'altra società francese: la concorrente Axa. Finendo nell'orbita di Intesa Sanpaolo, dunque, la compagnia triestina conserverebbe la sua italianità anche se, va detto, l'orgoglio nazionale centra ben poco con il tentativo di scalata della banca guidata da Carlo Messina.


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La vera ragione che muove l'arrembaggio è che Intesa Sanpaolo vuol rafforzarsi ancor di più nel settore assicurativo e sopratutto del risparmio gestito. E' lì che oggi si fanno più soldi mentre il business bancario tradizionale procede in affanno. Una raccolta di oltre 40 miliardi di euro annui nel mercato delle polizze vita, un patrimonio di oltre 430 miliardi in mano a Generali Investments e una massiccia presenza nel private banking (con la controllata Banca Generali): ecco tre fattori che possono trasformare la compagnia triestina in una gallina dalle uova d'oro per Intesa. Tanto più se un'eventuale aggregazione tra i due gruppi avvenisse con un'ops (un'offerta pubblica di scambio di azioni), senza che il gruppo bancario guidato da Carlo Messina venga costretto a metter mano al portafoglio. Un'ops, come hanno evidenziato gli analisti di Credit Suisse, non avrebbe effetti sui coefficienti patrimoniali dell'acquirente Intesa Sanpaolo e gli consentirebbe dunque di rimanere in regola con i dettami della Baca Centrale Europea.


Il rischio spezzatino

Non manca però l'altra faccia della medaglia. Un matrimonio tra Intesa e Generali potrebbe infatti far nascere un colosso dalle spalle ben robuste ma un po' troppo italiano e dunque concentrato sulle dinamiche del mercato domestico. Generali rischierebbe così di perdere quella vocazione internazionale che finora l'ha contraddistinta. Non a caso, da quando circolano le ipotesi di una scalata di Intesa Sanpaolo, si fanno strada anche le voci di uno spezzatino delle attività straniere della compagnia triestina, con i concorrenti di Allianz pronti a rilevare alcune attività oltreconifine, per esempio quelle sul mercato francese.


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C'è il rischio dunque che vi sia un processo di dimagrimento all'estero di Generali che per altro è già iniziato negli ultimi anni, con la vendita delle attività in 15 paesi, per esempio nel mercato statunitense, in quello messicano e da quello israeliano. A elencare queste cessioni, in un'intervista al Messaggero Veneto, dei giorni scorsi è stato lo stesso Perissinotto che ha bocciato pure il modello della bancassurance, l'integrazione tra gruppi bancari e compagnie assicurative che sembra piacere a Intesa Sanpaolo. “La bancassicurazione non ha mai funzionato bene”, ha detto Perissinotto, uno che di queste cose sicuramente se ne intende.


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