Armi, sulla legislazione la Ue dovrebbe prendere esempio dall'Italia

Secondo i produttori italiani, i provvedimenti europei rischiano di danneggiare solo il mercato legale, senza scalfire quello dal quale si riforniscono i terroristi

Olympics Day 8 - Shooting

Jessica Rossi, campionessa italiana di tiro a volo, vincitrice della medaglia d'oro ai Giochi olimpici di Londra 2012 – Credits: Getty Image

Sergio Luciano

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Vietare l'acquisto di armi e munizioni su internet, stabilire nuove norme comuni per la maggiore tracciabilità  delle armi da fuoco, divieto di possesso per i privati di armi semi-automatiche come l'Ak47 (il famigerato "Kalashnikov") anche se "disattivate in modo permanente": sono alcune delle modifiche alla direttiva europea sulle armi da fuoco proposte il 18 novembre scorso, cinque giorni dopo la strage Isis di Parigi, dalla Commissione Ue, appunto per reagire all'emergenza terrorismo.

Ma il “segnale” dato da Bruxelles sull’onda emotiva delle sparatorie di Parigi rischia di essere ininfluente rispetto al problema dell’uso criminale delle armi e del loro mercato nero, nuocendo invece gravemente all’industria legale del settore.

Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha detto che "la proposta di oggi aiuterà a evitare che le armi finiscano nelle mani dei terroristi”, ma gli addetti ai lavori sostengono con forza che l’osmosi tra il circuito legale del mercato delle armi e il loro uso criminale è praticamente assente. E si sa che il commando di Parigi ha utilizzato armi acquisite sul mercato nero dell’Est Europa. E che l’armeria della criminalità organizzata si è completamente rifornita proprio con le armi dismesse, a suo tempo, dopo la guerra dei Balcani e con quelle che da quella regione continuano a transitare.

La legge italiana

“Questa europea è una reazione emotiva, la verità è che la legislazione italiana è la più restrittiva e sicura d’Europa”, osserva pacatamente Stefano Fiocchi, presidente dell’Associazione nazionale dei produttori di armi e munizioni sportive e civili, aderente alla Confindustria: “Stringere ulteriormente i margini entro i quali può muoversi il mercato legale delle armi come gesto populistico in risposta ai fatti di sangue degli ultimi mesi è un errore. Si danneggia l’industria legale delle armi e delle munizioni e non si scalfisce minimamente il mercato nero che alimenta la criminalità”.

Le proposte europee

Le proposte europee più nocive, secondo l’Anpam, agli operatori legali del settore armiero – e contemporaneamente ininfluenti contro il mercato criminale - sono l'inclusione delle armi a salve nella lista delle armi da fuoco "per via della loro potenziale trasformazione in armi da fuoco", e la restrizione della detenzione delle armi disattivate, per il teorico rischio di una loro riattivazione, tecnicamente rarissima. Tracciabilità delle armi vendute legalmente, standard tecnici di disattivazione che rendano impossibile riattivarle (e basterebbe uniformare la procedura a quanto già si fa in Italia o in Germania), scambio intensificato di informazioni tra Stati sono tutti risvolti della normativa migliorabili, secondo Fiocchi, ma non lo sono quelli che danneggerebbero l’industria “sana” del settore senza il minimo effetto contro criminalità e terrorismo.

Eccellenze italiane

Oltretutto, la realtà italiana di questo comparto industriale è orientata a specializzazioni ed eccellenze che nulla hanno a che fare con le armi da guerra. Pochi sanno, ad esempio, quale assoluta leadership abbiano armi e munizioni italiane nel settore del tiro sportivo. Dei 133 atleti del Tiro a Volo presenti a Londra, provenienti da 59 paesi, il 90 per cento aveva scelto fucili Made in Italy, e l’80 per cento aveva fatto lo stesso per le munizioni. In particolare gli atleti del Trap e del Double Trap hanno tutti scelto i prodotti italiani.

Medagliere olimpico

E il medagliere olimpico delle armi italiane ha del clamoroso: come a Londra 2012 anche a Pechino, nel 2008, 15 medaglie su 15 sono state vinte con fucili italiani da atleti di 10 nazionalità diverse, per le munizioni siamo a 10 su 15; ad Atene 2004, 18 medaglie su 18 sono state vinte con fucili italiani da atleti di 13 nazionalità diverse, per le munizioni siamo a 14 su 18. E così via.

I produttori

In Italia - secondo i dati della ricerca dell’Università di Urbino “Carlo Bò”, Facoltà di Economia e Anpam - le imprese produttrici di armi civili in Italia sono 108, di cui la maggior parte ha la sede produttiva in Val Trompia (BS), uno dei distretti industriali italiani a maggior vocazione specifica - mentre i produttori di munizioni sono 125, compresi i produttori di componenti. Il totale delle imprese produttrici di armi, munizioni e componenti è dunque di 233, cui si aggiungono i terzisti, i fornitori le armerie per un totale di circa 2300 imprese, con oltre 11 mila addetti.

Le cifre del settore

La produzione - circa 600 mila armi da fuoco all’anno, di cui 450 mila lunghe e 150 mila corte - va per oltre l’80% all’export. La bilancia commerciale è molto positiva, con un attivo di circa 217 milioni di euro. Di munizioni ne vengono prodotte circa 1 miliardo l’anno. Il fatturato totale del settore in Italia ammonta a circa 500 milioni di euro.

Secondo i dati Anpam, comunque, il giro di affari complessivo che ruota intorno al settore si avvicina agli 8 miliardi di euro l’anno con quasi 100.000 occupati. L’Italia è infatti il primo produttore europeo di armi sportivo-venatorie (copre circa il 60% dell’intera offerta comunitaria) ed è il più importante paese esportatore nel mondo di armi sportive, commerciali e munizioni, in particolare negli USA (circa 45%).

 

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