«Una specie d’anarchia superiore in cui la profonda inquietudine prende fuoco»: la sindrome del “fuori sesto”
«Una specie d’anarchia superiore in cui la profonda inquietudine prende fuoco»: la sindrome del “fuori sesto”
Cultura

«Una specie d’anarchia superiore in cui la profonda inquietudine prende fuoco»: la sindrome del “fuori sesto”

«Il tempo è fuori dal suo cardine. Che sorte maledetta che proprio io sia nato per rimetterlo in sesto», dice Amleto sollecitato dal fantasma del padre. Il lamento per qualcosa che sta fuori dalla sua squadra, che …Leggi tutto

«Il tempo è fuori dal suo cardine. Che sorte maledetta che proprio io sia nato per rimetterlo in sesto», dice Amleto sollecitato dal fantasma del padre. Il lamento per qualcosa che sta fuori dalla sua squadra, che non è dritto o non occupa il posto che dovrebbe occupare, mentre ciò che dovrebbe esserci vaga disperato nel nulla, ci suona bizzarro se a pronunciarlo è il «re dei folli» che imita Yorick, il buffone di corte. Ma, come disse Carlo Emilio Gadda, Amleto non è folle, è invece un «loico» di grado superiore, un individuo «deliberato e lucido», che ha fatto della logica la sua suprema legge. Il tentativo di ridurre il fastidio di vivere un tempo lussato, che avanza fuori da ogni logica, e il desiderio di mettere le cose al loro posto per mezzo della simulazione della follia – che è più folle, perché più lucida, di qualsiasi reale deragione – è l’ossessione dei cosiddetti «anarchici incoronati», che soccombono alla tirannia di una legge morale e al contempo vogliono assoggettare ad essa le giunture slogate del loro presente.

Il Caligola di Albert Camus, in origine «principe relativamente mite», alla morte della sorella amante scopre che «il mondo così com’è non è soddisfacente»: attraverso il delitto e il pervertimento di ogni regola morale socialmente accettata, tenta di esercitare la libertà di «prendere in parola quelli che lo circondano, costringerli alla logica, livellare tutto intorno a sé con la forza del suo rifiuto e la follia della distruzione cui lo trascina la sua passione». È il desiderio per il corpo della sorella che non permette al tempo di lenire la sua pena, laddove l’amore sarebbe stato tollerabile, perché l’amore si illude di sopravvivere alla morte e a questo mondo, mentre il desiderio esige la distruzione e la negazione del mondo e di sé stessi: «Non c’è niente che mi vada bene, né in questo mondo né in quell’altro. Eppure sono certo, e anche tu lo sei (tende le mani verso lo specchio piangendo) che mi basterebbe l’impossibile».

Come, ancora, l’Eliogabalo di Antonin Artaud, quattordicenne principe di Emesa in Siria, divenuto imperatore di Roma grazie alle macchinazioni di sua madre Giulia Soemia che lo concepisce con Caracalla nella «culla di sperma» delle fornicazioni per il potere, rispondendo allo stesso tirannico richiamo della logica («Negli amori, nella facilità e, si può dire, nella abiezione sessuale di Giulia Soemia, in questa varia mescolanza di seme, vi sono una volontà e dell’ordine. Vi è anche dell’unità, una specie di logica misteriosa non priva di crudeltà. E prima di tutto crudeltà verso se stessa»), Eliogabalo entra a Roma, «al mattino di un giorno del marzo del 218, all’aurora, in un periodo che corrisponde pressappoco alle idi di marzo. Davanti a lui vi è il Fallo, tirato da trecento fanciulle dai seni nudi che precedono i trecento tori».

Insediatosi, caccia dal Senato gli uomini e pone le donne al loro posto. Va in giro per la città e piange davanti alla miseria dei poveri, mentre «Tutti quelli che manda alle galere, quelli che castra, che fa flagellare, egli li prende fra gli aristocratici, i nobili, i pederasti della sua corte personale, i parassiti del palazzo»; nel parossismo, nella frenesia di imporre la sua tirannia anarchica, fa eleggere un ballerino a capo della guardia pretoriana; uomo e donna, dio di un eros solare e polimorfo, sposa la prima vestale, custode del sacro fuoco («non come un maharajah d’anteguerra prende, all’Opéra di Parigi, la prima ballerina e se la sposa, ma con un intento blasfemo e sacrilego»); pone in ogni città, in qualità di prefetti, persone dedite alla «corruzione professionale della gioventù».

«Nella prima riunione solenne» domanda brutalmente «ai grandi dello Stato, ai nobili, ai senatori, ai legislatori di ogni ordine, se anch’essi hanno conosciuta la pederastia da giovani, se hanno praticato la sodomia, il vampirismo, il succubato, la fornicazione con gli animali, e pone loro la domanda, dice Lampridio, nei termini più crudi». Imbellettato, «passa, scortato dai suoi prediletti e dalle sue donne, fra le vecchie barbe, dando loro pacche sul ventre e chiedendo loro se si sono fatti anch’essi inculare da giovani; e questi, pallidi per l’onta, che curvano la testa sotto l’insulto, rimuginando la loro umiliazione». La sua fine a diciotto anni sarà quella di un Dioniso delle fogne: fatto a pezzi, gettato negli escrementi, scuoiato, limato perché le ossa delle spalle possano passare per un condotto del Tevere.

Come Amleto, Eliogabalo ama e persegue la verità e l’ordine attraverso il sovvertimento di tutti i valori: dice Artaud: «Ma l’Amore che è una forza non va senza la Volontà. Non si ama senza la volontà, la quale passa attraverso la coscienza; – è la coscienza della separazione consentita che ci conduce al distacco dalle cose, che ci riconduce all’unità di Dio. Si conquista l’amore prima attraverso la coscienza, e attraverso la forza dell’amore poi». Quella che Artaud definisce «una specie d’anarchia superiore in cui la profonda inquietudine prende fuoco» e che accomuna questi devoti al culto di sé e della propria verità che la Storia ci consegna come «pazzi», quell’inseguimento dell’impossibile attraverso la sfrenatezza e la sovranità sessuale, è ravvisabile nell’immagine deformata che Caligola vede riflessa nello specchio:

«Avevi deciso di essere logico, idiota. Se qualcuno mi portasse la luna sarebbe tutto diverso, non è così? L’impossibile diventerebbe possibile, e qualsiasi cosa cambierebbe, così, d’un colpo. La logica, Caligola, bisogna essere logici! Il potere fino in fondo, l’abbandono fino in fondo. Ah, io sono il solo a sapere che non esiste potenza senza incontrollata sottomissione al proprio destino profondo». E il destino profondo di questi logici coincide con la verità, una verità «molto semplice e perfettamente chiara, un po’ stupida forse, ma difficile da scoprire e pesante da portare»: «Gli uomini muoiono e non sono felici».

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