Tra polli e gioielli. L’insospettabile ferocia degli oggetti
Tra polli e gioielli. L’insospettabile ferocia degli oggetti
Cultura

Tra polli e gioielli. L’insospettabile ferocia degli oggetti


Tra manie di ordine e ebbrezza del disordine non c’è differenza alcuna. Non c'è dubbio. Semmai, il dubbio è se chi ha l’ossessione delle liste sia più sadico o masochista, e se la tendenza a fare classifiche (i 10 film più belli che hai visto, i tre libri che porteresti sull’isola deserta) sia più specchio di una personalità narcisista e regressiva a carattere psicotico.

Se la psiche non è acqua, il modo in cui scrittori, pittori, registi eccetera buttano le loro carte sul tavolo da gioco parla di loro più che non le loro biografie.

Carlo Emilio Gadda era una persona ipercerimoniosa, dai modi cavallereschi, eccessivi per reticenza. Al telefono con qualcuno si profondeva in complimenti e richieste di scuse, alle quali faceva seguire, appena attaccato, una lunga lista di insulti a carattere sessuale e/o corpofagico-anale. Questo è solo un aspetto della distonia tra piani della realtà che caratterizza la personalità nevrotica di CEG.

Non a caso, forse, Gadda è uno di quelli la cui scrittura ricalca le spire di una psiche avvitatissima, tassonomica ai limiti della psicosi, maniacale quando si tratta di descrivere i dettagli di oggetti disposti secondo un ordine o un’appartenenza a un insieme.

Ho parlato già dell’ebbrezza priva di responsabilità dell’enumerazione, quella che Eco chiama vertigine della lista: nel caso di Gadda questa volontà ordinatoria e cumulativa è rafforzata da un furore disperato, proprio delle personalità nevrotiche, di annullamento del disordine attraverso una ridisposizione estetica e spesso violenta degli oggetti, come se fosse un macellaio che dalla carneficina del frigorifero dovesse ricavare pezzi di corpi sanguinolenti da esporre sul bancone di vendita secondo un ordine accattivante.

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Pieter Aertsen, La bottega del macellaio

Conosco solo un altro scrittore capace di farlo con la stessa meticolosa e elegante brutalità: Thomas Mann.

Mann scrive Le confessioni del Cavaliere d’industria Felix Kull prima del ’54, il Pasticciaccio di Gadda esce nel ’57 e la Cognizione del dolore nel ’63, dopo una gestazione trentennale. È improbabile che l’uno abbia letto le bozze dell’altro, quindi questa somiglianza è tanto più emozionante:

Questa è la Cognizione del dolore
… come nel corso di tutta una interminabile estate egli non avesse cibato se non aragoste in salsa tartara, merlani in bianco con fiotti di majonese, o due o tre volte il peje-rey; e piccioni arrostiti in casseruola con i rosmarini e le patatine novelle, dolci, ma non troppo, e piccolette, ma di già un po’ sfatte, inficiate, queste, nel sugo stesso venutone da quegli stessi piccioni: farciti alla lor volta, secondo una ricetta andalusa, con l’origano, la salvia, il basilico, il timo, il rosmarino, il mentastro, e pimiento, zibibbo, lardo di scrofa, cervelli di pollo, zenzero, pepe rosso, chiodi di garofano, ed altre patate ancora, di dentro, quasiché non bastassero quelle altre messe a contorno, cioè di fuori del deretano del piccione; che erano quasi divenute una seconda polpa anche loro, tanto vi si erano incorporate, nel deretano: come se l’uccello, una volta arrostito, avesse acquistato dei visceri più confacenti alla sua nuova situazione di pollo arrosto, ma più piccolo e grasso, del pollo, perché era invece un piccione. 

Questo il Krull:
la bottega era zeppa fino al soffitto di leccornie. Spesse file di prosciutti e salsicce, quest’ultime in ogni forma e colore, bianche, gialle, rosse e nerastre; (…). Scatole di latta e di conserve, tè e cacao, vasi variopinti di marmellata, di miele e di frutta (…). Un’aragosta adagiata sul ghiaccio allargava le sue branchie; in cassette aperte brillavano d’un tinta d’oro grasso le aringhe ben compresse l’una all’altra; frutta prelibate, fragole e uva, da far ricordare la terra promessa, si alternavano con piccole scatole di sardine e con gli appetitosi vasetti bianchi del caviale e del pasticcio del fegato d’oca. Dal piano superiore lasciavano pendere i loro colli spennati splendidi polli e tacchini. Vi erano sul banco carni e salumi da affettare, coi relativi lunghi coltelli lucenti di grasso.

Nell’affabulazione alimentare si esercita il sadismo schizzinoso e maniacale dei due grandi ossessivi. Negli elenchi di Gadda e di Mann non ci sono mai giochi di parole (à la Perec): l’enumerazione caotica non ha una vocazione alla sinfonia combinatoria della Torre di Babele, né fa ridere (se non per vie traversissime e niente affatto ridicole).

La tensione tra vocazione matematica e sproloquio, tra funzione (dell’ordine) e disfunzione (mentale, cumulatoria) risponde unicamente a una specie di impulso a dire e a comporre, a costringere la molteplicità nella regola severa della pagina: è cioè un riflesso nevrotico che vuole conseguire un risultato estetico.

Lo zoom sulle viscere, sulle carni molli e umide, sul numero come qualità degli oggetti, non è leggibile solo psicoanaliticamente. L’aspetto estetico colpisce gli occhi con la strategia equivoca della vetrina di suggerire la disponibilità di questi corpi allertando il nostro senso predatorio (quello sadico della suzione, per Freud) e facendo «venire l’acquolina in bocca».

L’insistenza estetica diventa atletica quando i due fanno una cosa che non smette di stupirmi: parlano di gioielli. Per l’uno e per l’altro, il gioiello, la pietra, è l’incarnazione di una perfezione perturbante, una specie di antimondo dove la frenesia tassonomica si moltiplica nel riflesso e si arresta di fronte alla materia sedimentata. È come se l’occhio che prima infilzava molluschi adesso si arrotolasse attorno alla scheggia, all’impurità della pietra.

Non a caso nel Pasticciaccio un topazio è il motore di tutta la trama, è il MacGuffin del racconto al pari dei soldi di Psycho, mentre nel Krull un astuccio di gioielli è questo e altro ancora, cioè il corpo del delitto amoroso a causa del quale il ladro (Felix Krull) esercita il suo sadismo verso la contessa derubata, che, in pieno furore masochistico, gode del furto subito e gli ordina di tenerlo, ribaltando la gerarchia del potere erotico come farebbe La pianista di Haneke.

Per entrambi, il gioiello è un nodo, e un oggetto di fissazione. Se nella manipolazione della carne di polli e molluschi era da vedere l’istinto ritentivo e predatorio della loro nevrosi, è nella descrizione dei gioielli e delle pietre, offerti ai nostri occhi senza scrupolo di abbagliarci, che si esercita l’irresistibile abilità del loro complicato sadismo.

Mann-Krull confessa:
davanti ad esse (alle gemme) non soltanto mi estasiavo, ma mi sprofondavo nello studio, cercavo di decifrare… pesavo con gli occhi: per la prima volta ebbi coscienza del mio amore per le gemme.

Ecco come si addentrano nella carne speciale, fredda e complicata, delle pietre, alternando nel loro «sparso splendore» montaggio feticistico e piani sequenza voyeuristici come nei film di Max Ophüls.

Gadda:
Una croce di granati, momenti rosso cupo dell’ombra domestica. Anelli, spille: meraviglia increduta, e il rubino e lo smeraldo risplendettero e giacquero, coinquilini d’un momento alla vereconda ambage della perla (…). Rubino e smeraldo si nominarono corporalmente sulla povertà bigia del panno, nel chiuso, muto splendore che è connaturato all’autonomia di certi esseri e ne significa la rarità, la dignità naturale ed intrinseca: quella mineralogica virtù che per mentiti ammicchi.

[Un bellissimo diaspro] pietra verdecupa in un tono lucido quasi di foglia palustre (…) con esigue venuzze d’un cinabro vermiglione come striature de corallo: quasi cagliato sangue, dentro verde carne del sogno.

Mann:
C’erano file di perle allineate su lembi di merletto, grosse come ciliegie al centro e regolarmente digradanti ai lati, con chiusura di brillanti di inaudito valore, diamanti posati su velluto, scintillanti in tutte l esfumature dell’arcobaleno, ben degni di ornare il collo, il petto e le chiome di regine; gemme dei più splendidi colori: rubini sanguigni, smeraldi verdastri e vetrosi, zaffiri dalle azzurre trasparenze che irradiavano un riflesso da stelle; ametiste delle quali si dice debbano la loro squisita tinta violetta ad una sostanza organica in esse contenuta, opali dai colori mutevoli a seconda del posto da cui li si contempla, singoli topazi e altre pietre in tutte le gradazioni della scala cromatica…

In entrambi, il rigore con cui catalogano le vibrazioni della materia, della carne o del suo contrario la pietra, è una ribellione alla insospettabile ferocia degli oggetti (come la chiama CEG nel Pasticciaccio): sadismo e masochismo insieme, feticismo e istinto autoptico insieme, attraverso l’esercizio di una ferocia ancora più furente di quella del mondo.


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