«Siamo egoisti, ma con sentimenti altrui» Pessoa e la psiconevrosi intermittente del più grande filosofo mai inesistito
«Siamo egoisti, ma con sentimenti altrui» Pessoa e la psiconevrosi intermittente del più grande filosofo mai inesistito
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«Siamo egoisti, ma con sentimenti altrui» Pessoa e la psiconevrosi intermittente del più grande filosofo mai inesistito

C’è un eteronimo di Pessoa poco conosciuto, non invadente come Àlvaro de Campos, né inquieto come Bernardo Soares, né filosoficamente anticattolico come Alberto Caeiro, ma di questo allievo, come Ricardo Reis. Si chiama Antonio Mora.…Leggi tutto

C’è un eteronimo di Pessoa poco conosciuto, non invadente come Àlvaro de Campos, né inquieto come Bernardo Soares, né filosoficamente anticattolico come Alberto Caeiro, ma di questo allievo, come Ricardo Reis. Si chiama Antonio Mora.

Ma mentre Reis, come dice l’ortonimo Pessoa in un abbozzo di prefazione alla sua opera (mai realizzata), è un monarchico che «ha intensificato e reso artisticamente ortodosso» il paganesimo teorizzato da Caeiro, Antonio Mora vuole provare che il paganesimo è la verità, che bisogna tornare all’epoca dei Greci, e il resto, in primo luogo il cristianesimo, è menzogna.

Non è un caso che Antonio Mora, unico in tutta la affollata solitudine di Pessoa, sia recluso nella clinica psichiatrica di Cascais, dove Pessoa in persona (si perdoni il gioco) lo va a trovare. Il racconto del colloquio con lui è messo in appendice al trattato Il ritorno degli dei, firmato ovviamente da Antonio Mora.

Il dottor Gomes che lo guida nella visita spiega a Pessoa che Mora è affetto da paranoia. In realtà, è anche isterico. E la paranoia è accompagnata da psiconevrosi intermittente. Fin qui, tutto regolare, essendo ospite di una casa di matti. È il contenuto del suo delirio ad essere «originale», ma il dottor Gomes non spiega oltre, perché hanno quasi raggiunto, ormai, Antonio Mora, avvolto da uno strano chiarore.

«Alto e di una stranezza alla quale a meraviglia si confaceva il suo abito bianco, i capelli tutti bianchi, bianca la barba e uno sguardo vitreo e altero, in cui forse unicamente un osservatore prevenuto avrebbe potuto notare una luce che ne tradiva l’alienazione».

Pessoa confessa di aver sentito, al momento delle presentazioni, non solo «quell’inquietudine e quel timore che i pazzi sono soliti ispirare», ma anche un certo «rispetto – una sorta di venerazione».

Mora sta declamando il proemio del Prometeo incatenato di Eschilo, poi, assicurandosi che non verrà interrotto, inizia a spiegare la sua personale teoria: il cristianesimo ha turbato tutta la nostra civiltà, ha infradiciato di sé l’epoca odierna, e noi conserviamo nell’organismo i geni di una razza decadente e corrotta di «schiavi, ladri e prostitute».

«Il progresso umano», dice a Pessoa, «dalla Grecia ai giorni nostri, è stato una serie di errori di origine sentimentale. Ciò è derivato dal fatto di esserci consegnati al sentimento per qualsiasi cosa». È per questo che oggi noi in parte viviamo «in alcuni nostri sentimenti, disgraziatamente fondamentali – nella decadenza dell’impero romano».

La stessa abolizione della schiavitù è «sorta in noi dal crimine contro la natura: ci condanna a un perpetuo vizio di schiavo nella nostra stessa anima. Conserviamo nello spirito la macchia del proletario; non produciamo, riproduciamo. Non creiamo, copiamo, perfezioniamo la nullità de dettaglio».

E ancora «è nonostante, e non a causa della democrazia, che la società moderna progredisce, anche se in buona parte in modo illusorio, in ciò in cui progredisce».

La decadenza appesta la sessualità, che come negli endorcismi suscita al suo attivarsi la nullità, il precipizio della dignità nella storia dei corpi dopo l’epoca dei Greci: come per Nietzsche, il cristianesimo ha ribaltato e tradito la Natura:

«Assenza di semplicità e di nudità. Bugiardi sempre, viviamo mentendo (indignazione della donna nei confronti delle prostitute ecc. – ogni nostro discorso sociale, tanto dell’uomo, quanto della donna – è menzogna». La soluzione è una ripaganizzazione degli sguardi e dei corpi. Pessoa prova a replicare che quella greca era una società di pederasti. E lui:

«E la nostra? Di onanisti. Alla nostra normale copula uniamo una mentalità da onanisti. Siamo egoisti, ma con sentimenti altrui. Viviamo confusi, perché (…) Non viviamo la nostra vita; è la nostra vita che ci vive. Le nostre vite sessuali creano in noi una mentalità da onanisti. Anche nell’amplesso il sentimento che proviamo è un sentimento da onanisti. Per questo la copula è un onanismo mascherato».

Antonio Mora, tra i tutti 72 eteronimi di Pessoa, è l’unico ad essere internato in una clinica per pazzi.

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