Qui è la rosa, qui danza: i momenti d’essere di Landolfi e Manganelli
Qui è la rosa, qui danza: i momenti d’essere di Landolfi e Manganelli
Cultura

Qui è la rosa, qui danza: i momenti d’essere di Landolfi e Manganelli

In un saggio dal titolo Mimetismo e psicastenia leggendaria pubblicato sulla rivista surrealista Minotaure nel 1935, Caillois parla di quelle forme di schizofrenia chiamate psicastenia che determinano nei pazienti la perdita del senso della propria identità nell’ambiente. Riferendosi a …Leggi tutto

In un saggio dal titolo Mimetismo e psicastenia leggendaria pubblicato sulla rivista surrealista Minotaure nel 1935, Caillois parla di quelle forme di schizofrenia chiamate psicastenia che determinano nei pazienti la perdita del senso della propria identità nell’ambiente. Riferendosi a questi ultimi Caillois scrive:

Alla domanda: dove ti trovi? essi rispondono invariabilmente: so dove sono ma non mi sento nel punto dove mi trovo. Per queste anime spodestate, lo spazio sembra essere diventato una forza che divora. Lo spazio li insegue, li accerchia, li fagocita. Finisce per sostituirsi a loro. Allora il corpo si separa dal pensiero, l’individuo oltrepassa il confine della propria pelle e occupa l’altro lato dei sensi. Egli tenta di guardarsi da qualsiasi punto dello spazio. Sente che sta diventando lo spazio stesso, uno spazio oscuro dove le cose non possono essere collocate. Egli è simile ma non simile a qualcosa, solo simile e basta. E inventa spazi da cui è convulsivamente posseduto. Tutte queste espressioni gettano luce su un unico processo: la depersonalizzazione ottenuta dall’assimilazione allo spazio… Il senso della propria personalità, inteso come la percezione della distinzione dell’organismo dall’intorno, della connessione tra coscienza e un punto nello spazio, non può che essere gravemente compromesso.

Se avvertite questo stato di cose come naturale, questo post è per voi. Chi conosce questo stato dell’essere, chi, per esempio, a stento sopravvive a una serata in pizzeria, o teme di non poter portare a casa la pelle dopo un sabato pomeriggio in una via del centro, sa anche, se la vita è stata abbastanza clemente, che alcuni istanti – che per altri sono naturali – sono viceversa miracolosamente perfetti. Come se ci fosse concessa una tregua dall’impresa di mettere un piede dietro l’altro mentre piove e abbiamo una puntura di zanzara sulla caviglia che non possiamo grattare perché dobbiamo reggere un ombrello rotto e il telefono squilla, improvvisamente il corpo si adatta allo spazio senza stridore, le case, gli edifici, i volumi delle cose non sono più contundenti, pur mantenendo la loro esistenza autonoma, senza avvolgere o soffocare. Sembrano invece significare qualcosa. Sembra che il pensiero di essere altrove diventi ad un tratto impensabile. Vogliamo essere qui, dove è la rosa, a danzare.

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A qualcuno capita in alcune città in particolare, ad altri succede in presenza di determinate condizioni ambientali o davanti a certi paesaggi. La nostra voce, anche, sembra uscire più fluida, sonora; le parole si formano senza sforzo, e sembrano addirittura non distanziarsi troppo dal contenuto dei nostri pensieri. La solitudine, di solito intollerabile quanto la presenza di altri, è di colpo una condizione come un’altra. Sono quelli che Virginia Woolf chiama momenti d’essere: non si vuole essere altrove che qui dove siamo, e non vogliamo essere che noi a muoverci dentro questo corpo, all’interno di queste coordinate spaziali. L’insorgere del momento d’essere rende tutto significativo, rende importante il fatto che qualcosa sta per succedere, nel senso che tra il verificarsi del fatto e il suo non verificarsi, finalmente, c’è differenza.

La letteratura ha sempre raccontato, più o meno esplicitamente, l’emergere di questa scossa della realtà che afferma la sua presenza e insieme il suo significato sottile e vivo muovendosi sotto i piedi di chi annaspa. Il più delle volte sono piccoli eventi a provocarla, consapevolezze che emergono all’improvviso grazie a un mutamento ambientale, gesti di gentilezza o al contrario sensazioni di illuminante violenza, come nel caso di Freud che  formulò la sua teoria del perturbante dopo essersi perso per le vie di «una piccola città italiana di provincia» dalle cui finestre si affacciavano donne dipinte, cioè prostitute.

Il luogo letterario più denso di questo tipo di riassestamenti è il racconto di viaggio: riorganizzando la nostra materia e la nostra biografia il viaggio ci riposiziona, attivandoci spesso nostro malgrado, come sanno tutti quelli che sono costretti a viaggiare. È quasi un programma l’inizio de La montagna incantata, con la spiegazione del perché sia necessario, al fine di sentire la realtà, portare il proprio corpo altrove nello spazio creando un piegamento del tempo e della sua percezione.

A me per esempio succede, di solito, in treno all’altezza di Orte, venendo verso Roma. Una volta è stato proprio eclatante. È difficile da spiegare, ma d’altra parte sto qui apposta: mentre leggevo la biografia di Roberto Baggio, dal finestrino ho assistito al solidificarsi in scagliette farinose di tutta una esperienza acquosa che si era accumulata dal nord e che potrei indicare col nome di “piombo”, il quale piombo poi, al suono di qualcuno che starnutiva, mi si è sfaldato nella bocca come quella farina di cui sono fatti i dolcetti spagnoli noti col nome di polvoròn, fino a che il Cinquecento dei ducati e il Novecento degli allevamenti industriali hanno fatto una media stramba simile a “5″ nella mia mente, in cui si stava facendo largo l’idea del sonno domestico attraverso il permanere contrario del mio corpo dentro lo spazio angusto del vagone del treno.

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Ve l’avevo detto che era difficile.

Invece, ho scelto due racconti di viaggio (o meglio: di eventi che accadono in viaggio) che sono al contempo limpidissime descrizioni di momenti d’essere. Sono esperienze, non a caso, fatte dai due scrittori italiani più ironici che conosca, ed è questo il motivo per cui non c’è nessuna retorica né lagnosità nel racconto della loro commozione.

Il primo: Tommaso Landolfi è a Terracina, dove vuole visitare la cattedrale. Si trova nel mezzo di una cerimonia, con vecchi che si genuflettono e prelati che pronunciano formule in latino. A un certo punto compare «un vescovo o il vescovo», verso il quale si dirige dal coro un piccolo corteo.

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Anch’io mi ero avvicinato, con un’arietta impertinente, ma non giungevo ad attirare il suo sguardo: avrei voluto, chissà poi perché, leggergli in fondo all’anima. La solfa da ultimo finì, il silenzio divenne ancora più teso, e allora cominciò una cosa inaspettata e meravigliosa. Seguito da qualcuno recante bacino e asciugatoio, avanzatosi verso il primo dei miserabili vecchioni sedenti in fila (che nel frattempo s’era scalzato e di sotto ai pantaloni mostrava le mutande colle legacce), quell’uomo meraviglioso gli si inginocchiò davanti e li lavò simbolicamente, poi gli baciò, un piede; e lo stesso gesto antico ripeté con tutti gli altri.
Poi si rialzò definitivamente e per qualche ragione o per qualche ulteriore lettura di chierici si fermò lì; da quel chinarsi i capelli castani, prima accuratamente pettinati, gli si erano alquanto scomposti sulla fronte. Fu allora che mi guardò un attimo. Mi pare di vederlo arrossire leggermente (non dico di vergogna); e quel rossore e quella scompostezza di capelli me lo resero più prossimo, più caro.

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A questo punto a Landolfi si avvicina un tipetto allampanato dall’aria ironica, un ateo anticlericale, che comincia col tono di chi la sa lunga a deridere polemicamente la natura di farsa di quella messinscena: e il Risorgimento, e Porta Pia, e il cuscino sotto i ginocchi del vescovo, e sicuro il vescovo ha baciato quei piedi senza convinzione e pensando ai casi propri…

Basta, basta, ho capito; ma qui da rispondere ce n’era. Per tenersi al nocciolo della mia risposta, e che tra il fare (ossia proprio e modestamente l’eseguire) e il non fare una cosa, qualunque possano essere i nostri sentimenti, c’è una gran distanza, e che di conseguenza chi compie un atto senza convinzione fa pur sempre un alcunché: ovvero, dicendolo più chiaro, che l’atto genera il sentimento non meno di quanto il sentimento generi l’atto. (…) Con ciò non intendevo neppure che quel presule non pensasse ai casi propri, ma solo che qualcosa di meraviglioso aveva, se non altro, fatto.

Giorgio Manganelli è a Akureyri, in Islanda; cammina lungo il lago Mývatn:

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… alla mia sinistra me ne separa un groviglio di lava, interrotto da minuti, instabili sentieri; l’acqua tocca la riva con leggerezza, senza alcun suono. Alla mia destra, la lava si stende in larghe tavole, si aprono anfratti. (…) La solitudine è completa, se supero quella svolta non vedrò neppure la chiesa, sempre chiusa, e il cimitero minuscolo; sulla strada, una dura pista, passa qualche rara macchina, interessata ad un qualche altrove.

Quando arrivai a questo lago innocente e carico di fatture, mi accadde, dapprima, di toccare la solitudine come una infinita prigione senza via d’uscita, una definitiva assenza di dialoghi, una perdita irreparabile. Poi la solitudine cambiò senso, come può cambiare la direzione del vento, e di colpo caddi in un sonno duro, profondo, un sonno di tutto il corpo. Mi risvegliai in quel silenzio come in un luogo amico. Ed ora, mentre cammino lungo questo silenzio d’acqua, interrogo quell’antica solitudine, che ho ritrovato qui, come fossi giunto alla sua casa, alla dimora pacifica, dalle porte aperte sempre.

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