«Mi eccitava essere fedele a condizione che lei non lo fosse». Gelosia e autocombustione
«Mi eccitava essere fedele a condizione che lei non lo fosse». Gelosia e autocombustione
Cultura

«Mi eccitava essere fedele a condizione che lei non lo fosse». Gelosia e autocombustione

«Voglio prenderti da tutti i lati», scriveva Franz Kafka a Milena Jesenskà «quindi anche da quello della gelosia». Brutta bestia, serpente, veleno, acido, mostro. Rapace che rode il fegato a quei Prometei che azzardano il furto del fuoco …Leggi tutto

«Voglio prenderti da tutti i lati», scriveva Franz Kafka a Milena Jesenskà «quindi anche da quello della gelosia».

Brutta bestia, serpente, veleno, acido, mostro. Rapace che rode il fegato a quei Prometei che azzardano il furto del fuoco sottraendolo al mondo, ma derogano all’etimologia del nome del loro patrono-eroe, cioè “colui che prima riflette”.

Solo un malato di mente potrebbe asserire che la gelosia sia un sentimento bello. Oppure un genio.

Si parta da David Grossman, che in Col corpo capisco fa della gelosia un’elegia dolorosissima, tra funebre e eccitante: Shaul racconta a sua cognata che la moglie lo tradisce. Niente di più ordinario, un cliché stancamente scandaloso, una faccenda goldoniana. Logorio emotivo, ferita dell’orgoglio, avvilimento, indignazione? No, o forse tutto questo ma come in sordina rispetto alla gloriosa proclamazione di Shaul: «Il marito, mormora, sa persino di ogni volta che lei va dall’altro. Anzi, esige di saperlo. Lui – come dire – deve sapere tutto».

Vuole avere sempre davanti gli occhi, con violenta precisione, l’immagine dell’altro uomo che aspetta e si prende sua moglie:

«Lui sta a casa ad aspettarla», e Shaul sa «quanto tempo occorra alla moglie per arrivare a casa dell’altro, una precisione che spacca il minuto. L’accompagna lungo il tragitto fino a destinazione, sa dove parcheggia, come sale le scale, fino a che piano, il quarto, e anche quanti scalini deve fare».

Perché la rapina sia totale, la immagina non del tutto nuda: «Elisheva rimane col reggiseno preferito da Shaul, quello bianco, da cui lei sapeva sfilare, con gesto indistinto, un seno candido e caldo, ansioso di essere succhiato dalla sua bocca».

Non si risparmia nulla, nessuna piaga: «Senza muoversi lei sussurra: amo tanto il tuo viso. (…) gli si avvicina lentamente con la sua andatura stupenda, il fruscio delle sue cosce, e si siede sul bordo del letto, tende la mano, gli accarezza il braccio fremente, dalla spalla al pollice. (…) si lascia scivolare al suo fianco senza toccarlo. Lui borbotta che lei è troppo vestita per i suoi gusti, [lei] chiude gli occhi».

Da questo passo si intuisce perché il geloso sia più simile a Amleto che a Otello, e perché il tradito consenziente violi un’interdizione più bruciante di quella che impone di non rubare il fuoco, cioè quella di escludersene eppure bruciarne:

«Può darsi che lui la ecciti in modo diverso, toccando punti che un altro non può nemmeno immaginare e facendo cose che un altro non ha mai osato fare, benché lei lo desideri tanto. Per esempio sfiorarla con piccoli baci su tutto il corpo, dalla testa ai piedi, o prendere fra le labbra le dita paffute e bianche dei piedi, una dopo l’altra, lentamente, avvolgendole con la bocca e succhiandole con delicatezza».

«Passare la lingua intorno a ogni dito, mordicchiarlo, sentirne la peluria irta» non gli compete, benché sia «una cosa che Shaul da anni si strugge di fare ma non osa»; semplicemente, non gli appartiene: «appartiene a Elisheva e al suo uomo. In cuor suo lui sa bene che questo si addice più a loro».

Ma è un’altra l’immagine più intima e insopportabile: lei che, in piedi davanti all’amante, lo rade con devozione:

«Intaglia quel viso vicinissimo al suo allontanando di tanto in tanto, con un brontolio, la mano dell’uomo che dal basso si allunga verso di lei. Lo lava con scrupolo, lo rinfresca, lo trattiene fra le mani. In quei momenti, dice Shaul, lei ha un sorriso che io non conosco».

Così Shaul soffre, soffre, semplicemente ama soffrire.

Se ci si vuole spingere oltre, toccando quel punto del piano cartesiano in cui gli assi dolore-piacere e gelosia crollano e implodono, si legga Howard Jacobson, scrittore superbo e irresponsabile, sempre sovrano nei suoi proclami di soccombenza.

Il protagonista del suo Un amore perfetto, che come ebbe a dire l'autore gli somiglia più di sé stesso e dei suoi figli sommati insieme, non solo assiste con compiaciuto spasimo alla visione, vera e fantasiosa, dei seni della moglie toccati e «manipolati» da un altro, non solo arriva a dire di preferire l’eccitazione che gli dà il pensiero che lei si conceda a un altro al pensiero e persino al fatto che si conceda a lui, ma arriva a disporre un incontro e quindi una relazione tra sua moglie e un individuo freddo e spietato, il suo speculare perfetto.

Obbedisce alla tirannia di questa legge: «Più si ama una donna più si teme di perderla. Non è una strategia sensata – dell’immaginazione e del cuore – esercitarsi a perderla?».

Esercitarsi prevede l’entrata nell’amore «temerario e sanguigno», «l’ultima avventura erotica rimastaci in attesa dell’estinzione», possibile solo attraverso la creazione di un rivale. Il rivale non è «un compagno che goda con te dei favori della tua consorte, non un Jim per il tuo Jules o un Jules per il tuo Jim». Nemmeno «una pausa da te o una sorta di tua variante», e nemmeno «un Heatchcliff eterna-roccia-qualora-tutto-il-resto-perisse», ma «la spaventosa alternativa – giorno e notte, piova o splenda il sole – a te stesso. Tu come non ti è toccato di essere».

Perciò la scelta cade su un rivale crudele: egli non vuole solo soffrire in quanto soggetto amoroso tradito: vuole soffrire attraverso la sofferenza della moglie. Vuole trarre piacere dalla ingiustizia doppiamente patita.

Candidamente, col tono del folgorato, dice: «Mi eccitava essere fedele a condizione che lei non lo fosse».

Fa in modo di uscire da casa ogni giorno alle 4, affinché lei possa ricevere l’altro, Marius, nel suo letto. È un lavoro di bisturi e cesello, un ricamo con gli organi:

«Un amante come io lo ero stato per lei in passato – e chi è stato l’amante di sua moglie sa meglio di chiunque altro di quale perfido trasferimento di affetti lei sia capace, senza che nulla traspaia dal movimento di un singolo muscolo. Ecco, era esattamente ciò che avevo chiesto: la ferita del dubbio che non era un dubbio, la ferita stessa, il buco in petto, ed ero sconvolto».

Eccolo di nuovo, Amleto: non essere, vivere nel sonno, fare come tutti fanno, fingere di non vedere la realtà, oppure essere, cioè esercitare la sovranità fino alle estreme conseguenze, fino all’ustione definitiva e totale?

E ecco il genio: alla fine di Un amore perfetto non si sa se il marito auto-cornificandosi abbia soggiaciuto alla sua propria volontà calpestando quella di sua moglie; se l’abbia annientata, la sua volontà, a vantaggio del piacere e del pathos di lei; se abbia usato sua moglie per provare il piacere vicario di sottomettersi a Marius; o se, invece, sia stata lei a fingere di condurre quel gioco al massacro – e in questa ipotesi Marius non sarebbe che vittima e strumento di entrambi – allo scopo di obbedire alla volontà perversa di suo marito, consapevole di dargli, umiliandolo, il piacere più grande che potesse dargli.

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