Stefano Bartezzaghi, Il falò delle novità

Per immergersi nella creatività bisogna dimenticarsi di essere creativi. Fra David Foster Wallace e Ovidio, Calvino e Omero, filosofi e cantanti, Stefano Bartezzaghi ci racconta come si fa. 

Giulio Passerini

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Come ci dimostra Bartezzaghi, il modo migliore per affermare qualcosa sulla creatività è farlo con una negazione: la prima cosa che ci dice nel Falò delle novità , infatti, è che lui questo libro non voleva scriverlo, però poi l’ha scritto. E che doveva essere un libro contro la creatività, ma poi ci ha ripensato.

Strano? Niente affatto. La creatività conosce ragioni che la ragione non ragiona. O, più semplicemente, nel campo della creatività la logica del terzo escluso non vale, gli opposti si sposano, le antinomie sono ammesse: si può cambiare idea restando coerenti a se stessi in un ordine di idee superiore.

Perché ci sono i creatori e ci sono i Creativi, ci sono le lezioni di Munari e i Camparitivi in Triennale, esiste la creatività ed esiste la mitologia della creatività e a entrambe va riconosciuto il giusto peso e la giusta collocazione. Per ridurre la questione ai minimi termini, la prima usando le parole del filosofo Emilio Garroni può essere definita come l’insieme di processi che permettono all'uomo di adattarsi all'ambiente circostante; la seconda, come il modo migliore per farci dei soldi.

Non si tratta poi di mondi neanche così lontani, in fondo, dal momento che il concetto di creatività (figlia di Genio, nipote di Ispirazione) e la sua mitologia nascono con l’avvento della società dei consumi e della comunicazione di massa (“creativo” infatti non è l’artista, semmai lo stilista o il pubblicitario). Ma nel primo caso la creatività si presenta come propulsiva, “spinterogena”, partecipe del possibile e del nuovo; nel secondo invece, quello della sua mitologia, la creatività appare stanca, appesantita di retorica e, soprattutto, insterilita. È contro quest’ultima che lo scrittore scrive il suo pamphlet chiamando a raccolta filosofi, cantanti, scrittori e, su tutti, twitter.

Accetta il caos Bartezzaghi e a partire da circa duecento tweet sulla creatività, pescati sul social network in occasione del Festival della mente di Sarzana, analizza la mitologia suddetta nella sua espressione più spontanea ed entusiasta, partecipata e sincera. Un’analisi rigorosa, comicamente severa (memorabile il commento al tweet 14.1: “ha tutta l’apparenza della banalità più inservibile”), in grado di affrontare con la massima serietà definizioni come “Trovare un bottone tirolese in una spiaggia del Salento: questa per me è la creatività”. Un’analisi che, come ogni analisi che si rispetti, approda a dei risultati che mettono ordine e fissano alcuni punti nella massa di significati emergenti.

La qualità aerea della creatività appare fuori discussione: il vento (o soffio, o spirito, o anima) della ispirazione lascia il posto alla scintilla, alla fiamma, che sempre di aria necessita per svilupparsi. Ma al contrario dell’origine “naturale” della ispirazione, la fiamma ha bisogno di un innesco meccanico (come lo fregamento di un legnetto o l’urto di due pietre fra loro) indotto da una precisa volontà, e di materiale per bruciare: il gesto creativo deve quindi essere alimentato continuamente, consumare esperienze e visioni, oggetti e sensazioni, sostenuto da un’inesausta volontà di ricerca e di nuovo; da cui il titolo di questo pamphlet.

Nel falò della creatività, che brucia per generare idee sempre nuove, la logica viene sospesa per approdare a un ordine di idee superiore dove il linguaggio non è più solo lingua d’uso ma metalinguaggio, elemento performante in grado di “fare” le cose: capace di inventare pinguini che partecipano delle qualità del cioccolato (Kinder Pinguì), grammatiche della fantasia (Rodari), e numeri gemelli con i baffi (quelli della pubblicità dell’892, rimasta mitica per gli appartenenti a una certa generazione). La creatività, agendo da catalizzatore, mette sullo stesso piano reale e possibile favorendo l’avvento della novità tramite la forzatura degli schemi di pensiero del quotidiano.

Ma non si tratta di un’impresa facile, né da tutti: per essere creativi bisogna accettare di perdere il controllo, abbandonare gli schemi di pensiero a cui si è più affezionati e incamminarsi su strade sconosciute e dagli esisti incerti. Porsi dei limiti, persino: solo a Dio che ha fatto dal nulla compete l’essere creatore, a noi al massimo l’essere creativi. E per fortuna! Altro che sindrome del foglio bianco, altrimenti.

La creatività somiglia in questo a certe pratiche di sessualità cosiddetta “estrema” come il bondage o il sadomaso: in certi individui la costrizione e la passività coatta possono provocare picchi di piacere non raggiungibili nella sessualità “tradizionale”. La creatività, quindi, sa essere anche erotica.

Così come l’umorismo. La capacità di “far ridere” con giochi di parole o storie che forzano gli schemi tradizionali del reale è una delle manifestazioni della creatività maggiormente apprezzate, tradizionalmente ritenuta espressione di fascino e di sex appeal. Una risata, una sessione di bondage, una sedia con tre gambe o un vestito di Valentino, per quanto diversi, partecipano tutti della medesima natura estetica e morale: quella dell’essere espressione di creatività.

È vero infatti quello che un editor lungimirante ha voluto scrivere sulla bandella: questo è un libro per solutori avanzati. Unendo i puntini disposti da Bartezzaghi vien fuori il contorno della mitologia della creatività, ma poi starà al lettore decidere quali spazi colorare all’interno del disegno per ritrovare la sagoma del suo mito personale, cancellarla, e ricominciare tutto da capo.

@giuliopasserini

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