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Simona Vinci, 'Parla, mia paura' - La recensione

Diario dal precipizio: letteratura self help in un libro di sconcertante onestà

Parla mia paura

Parla, mia paura, particolare della copertina – Credits: foto © cryingjune / RooM / Getty Images

Come si fa quando un libro ti è parso troppo intimo, finito di leggerlo l'ho parcheggiato da qualche parte in attesa che mettesse radici. Ora sono ben piantate. Parla, mia paura è una outtake di La prima verità, ha raccontato Simona Vinci, il "capitolo mancato" del romanzo ambientato sull'isola-manicomio di Leros, premio Campiello 2016. Ma se lì il lettore aveva forse gli strumenti per mettere qualche distanza fra sé e i fantasmi, la presa diretta di questa narrazione lascia nudi e spiazzati come davanti a un tabù che si rompe. Perché di solito non parla, la paura, più sbrigativamente di solito costringe alla fuga. La fuga da se stessi: tutti l'abbiamo tentata almeno una volta nella vita.

Quando arriva l'Ora del lupo

Il tabù è la depressione, una malattia dai numeri esponenziali (secondo l'OMS, nel 2016 solo in Italia ne soffrirebbe circa il 12,5 per cento della popolazione) di cui si parla ancora poco. Forse perché non si sa cosa dire, non esistendo una cura a parte la "camicia di forza" chimica, forse perché il più delle volte da fuori non si vede. La sua "oscurità trasparente" - l'ossimoro di William Styron aggiunge una sfumatura al capolavoro di Giuseppe Berto, Il male oscuro - deriva dal fatto di essere una malattia e allo stesso tempo una condizione mentale ed emotiva: una malattia che si può scambiare per un problema psicologico, esistenziale. Se ne parla poco perché, lo sappiamo tutti, in questa società la prima vergogna è mostrarsi fragili, inetti, vulnerabili.

"Avevo bisogno di perdonarmi", confessa la Vinci, ma anche di offrire ad altri "la possibilità, se non di immedesimarsi, almeno di cogliere un riflesso di sé nelle mie parole". Sopraffina indagatrice della natura umana, la scrittrice di Budrio sfida la paura a mostrarsi, prestare il fianco alle divinità e ai demoni della rappresentazione. Benché non sia valido per tutti, l'unico potere che abbiamo è infatti "fidarci della nostra immaginazione e guidarla verso pensieri positivi, anche quando stiamo attraversando una selva oscura". Così è nato il progetto di questo libro letterariamente raffinato e di una franchezza disarmante, autocentrato eppure dotato di uno straordinario realismo empatico, capace di tradurre il male di vivere in un sottile bisogno di speranza.

Solitudini in un Giardino di suoni

Se Dei bambini non si sa niente, come suggeriva l'autrice vent'anni fa in un romanzo che fece scalpore per aver scoperchiato le zone oscure della bell'età, degli adulti sappiamo ancora meno: di come si manifesterà il primo sintomo e quando poi la paura prenderà il sopravvento, del perché uno riesca a conviverci e un altro no, quali forme degenerative assumerà l'apatia. Questo sembra dirci Simona Vinci dopo vent'anni, mentre la sua, la nostra generazione ha perso un altro prezioso compagno di viaggio come Chris Cornell.  "I'm the shape of the hole / Inside your heart" recita il verso, bellissimo, di By Crooked Steps riportato nell'incipit di un capitolo ("Sono la forma del buco / dentro il tuo cuore"). 

I Soundgarden erano già la colonna sonora di quel libro d'esordio, 1997: la sferzata inquieta di Black Hole Sun insieme a "quella canzone tristissima che dice che l'amore è come un suicidio". Ora fa impressione sentire accarezzare dentro l'involucro affettivo di Parla, mia paura, proprio la forma di quel buco d'angoscia così pieno di dolore, così simile all'amore. Nel maggio scorso il suicidio del leader dei Soundgarden (che nel frattempo i fantasmi sembrava averli sconfitti, tirando su perfino una famiglia...) è stato un duro colpo. Ci mancheranno per sempre le sue canzoni ma anche la rassicurazione di poter costeggiare l'abisso senza finir risucchiati.

Il prima e il dopo delle madri

Il tabù della depressione scoperchia a sua volta una foresta di disagi che Parla, mia paura costringe ad affrontare. Come in una seduta di autoanalisi scorrono sogni archetipali e a-priori affettivi, pezzi di quotidiano e fantasie di morte, sensi di colpa e scelte avventate, cataloghi di fobie e manuali di abbandono, pulsioni autodistruttive e incontri salvifici. In un capitolo molto delicato Simona Vinci racconta la lunga, dolorosa lotta interiore per ricucire la propria identità femminile, incagliata fra chirurgia estetica e maternità. E proprio le pagine dedicate allo sgomento dell'incontro con lo sconosciuto che abbiamo messo al mondo ("A mio figlio ho dovuto abituarmi. Mi sentirò in colpa per questo?") contengono l'unità minima di senso in questo vivere. Una testimonianza coraggiosa, che affratella.

La digressione sul tempo e sul ricordo si concretizza in una immagine bifronte: un amico scomparso tanti anni fa, una storia d'amore interrotta; una sera casalinga, mano nella mano con il marito e il figlio. È possibile ricreare l'esperienza attraverso il ricordo? Cos'è reale, ciò che è stato o ciò che si svolge adesso? Il dilemma è impossibile da sciogliere, conclude la scrittrice, se non accettando la coesistenza di passato e presente, la possibilità che non si annullino a vicenda: "Siamo dei sopravvissuti a termine. E non c'è colpa per questo". Come non c'è per la nostra fragilità, la maniera casuale in cui gioia e tragedia colpiscono gli esseri umani. 

Da Plutarco a Carl Jung, da Marguerite Duras a Sylvia Plath, da Pirandello a Samuel Beckett, da Ingmar Bergman ai Soundgarden. È lunga ed eterogenea la lista delle fonti di ispirazione in un diario dove si parte dall'io per allargare il cerchio. Secondo una classica visione romantica, la sensibilità artistica appare contigua all'ipersensibilità emotiva, quindi alla fragilità mentale nelle sue infinite varianti. Invece la depressione è una malattia democratica, indifferente allo status individuale e sociale. Così Simona Vinci finisce per ritrarre in questo diario anche lo specchio interiore della nostra epoca storica, infelice e col senso di colpa.

Le ultime, bellissime, pagine sono dedicate all'incontro con uno scrittore in crisi creativa che si ubriaca durante una pubblica presentazione a Venezia. "Tragico, geniale buffone", Vikram Seth tolse la maschera alla paura, la quale mise in scena il suo abisso. La gente pensava, come sempre, che fosse un gioco.

Simona Vinci
Parla, mia paura
Einaudi
124 pp., 13 euro

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