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'Scena padre': otto racconti sul mestiere del genitore

Tenuti nascosti per secoli dalla Storia, i padri si riprendono la scena. In punta di piedi, senza alzare la voce. Fragili, spaventati, maldestri, ma in prima linea sul "luogo del delitto". Una pinta di caffè e una caraffa di ironia: otto padri-scrittori si vedono così.

Scena padre, particolare della foto di copertina – Credits: © Peter Marlow / Magnum / Contrasto

Einaudi ha chiamato a raccolta un pool di scrittori per un'antologia di racconti sulla paternità: Scena padre . Titolo che potrebbe, per estensione, riferirsi alla scena letteraria italiana di quest'ultimo scorcio, profondamente segnata dal codice paterno in saggistica (punta dell'iceberg, Il complesso di Telemaco di Massimo Recalcati, ovvero genitori e figli dopo il tramonto dei padri) e in narrativa (vedi il successo de Gli sdraiati di Michele Serra), fino al graphic novel (l'irresistibile Diario del cattivo papà di Guy Delisle).

Parafrasando una bella poesia del pedagogo e scrittore polacco Janusz Korczak, "è faticoso frequentare bambini". Bisogna scendere al loro livello, abbassarsi, rimpicciolirsi. Eppure non è questo che stanca. Al contrario, è l'obbligo di innalzarsi all'altezza dei loro sentimenti. Allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. "Per non ferirli". È una sensazione segretamente (inconsciamente) condivisa dagli otto scrittori che firmano Scena padre, accomunati anche dal fatto di essere genitori davvero, "nella pratica di tutti i giorni": Sandro Bonvissuto, Andrea Canobbio, Ascanio Celestini, Diego De Silva, Marcello Fois, Ernesto Franco, Valerio Magrelli, Antonio Pascale.
 
Il padre irrompe sulla scena in punta di piedi, cercando di non far rumore, alla vana, tragicomica rincorsa di un manuale di istruzioni. Padri fragili, vulnerabili, precari, eppure presenti al compito evolutivo che assegna loro la nostra epoca de-edipizzata. Non incarnano più il dogma, il modello ideale, l'autoritas disciplinare ma, come ha spiegato Recalcati, sono una figura imperfetta e umanizzata, incapace di offrire una soluzione ai dilemmi dell'esistenza ma capace di mostrare, "attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso".

Ruotano intorno all'esordio di questo speciale mestiere i racconti di De Silva, Canobbio, Celestini, Magrelli, già sensibile esploratore (dalla parte del figlio) del legame ancestrale in Geologia di un padre . "Ogni figlio dà fuoco alla giovinezza dei genitori". Perché il rito iniziatico della nascita, di fronte a quell'urlo mai sentito, al taglio del cordone ombelicale, a quell'odore prima di tutti gli odori, consegna all'uomo in sala parto un senso di straniamento e illimitata impotenza? Il primo trauma di un padre è la percezione di una solitudine filogenetica. Per qualche tempo ancora la madre non crede che il figlio sia un essere distinto da sé, mentre lui sì. Per nove mesi, si è allenato a pensarlo con la testa.

L'istante violento che separa alla nascita la relazione simbiotica fra madre e figlio, riassunto da Chateaubriand in uno scacco di stampo leopardiano ("mia madre m'inflisse la vita"), è metaforizzato nelle peripezie di spaventati fantasmi che percorrono chilometri notturni in bui corridoi con un fagotto in braccio, la schiena che si spacca, il tempo che si sfarina, il dolore muto davanti a malattie sconosciute, la rottura della continuità. Sono i novelli padri a cui Melanie Klein, madre della moderna psicoanalisi infantile, assegnò una funzione redentoristica: il padre prende su di sé la tragedia della nascita per bonificare lo spazio tra madre e bambino, in funzione della sopravvivenza. Perché non basta fare un figlio, "bisogna adottarlo".

Ruotano attorno all'idea della paternità come macchina del tempo culturale i racconti di Bonvissuto, Pascale, Fois, Franco. Come ha detto Sigmund Freud in Compendio di psicoanalisi, citando a sua volta Goethe: "Ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo se vuoi possederlo davvero". Lo scambio d'amore tra figlio e padre si consuma in queste storie poco nell'area del linguaggio e molto in quella degli sguardi, cui appartiene quel "rimprovero sottile che le generazioni si scambiano l'un l'altra per genetica". Diventare padri somiglia cioè a un trionfale ingresso nel regno dell'incomprensione. Che si annuncia con l'improvvisa distanza dalla compagna di cui non si gode più l'esclusiva.

Scena padre non promette consigli, non spiega ai padri cosa succede quando smettono di essere figli e diventano genitori, né cosa fare quando diventano intrusi nella coppia divenuta famiglia. Non edulcora le notti bianche né occulta fantasie omicide. Non insegna ai grandi come aiutare i piccoli a relazionarsi con quello che gli esce dal sedere. Non aiuta a trovare la forza di esserci quando occorre e di sparire quando è venuto il momento. La leggerezza è il suo segreto per toccare corde intime e segrete.

Ma i lettori che hanno avuto in sorte la fortuna di essere contemporaneamente padri e figli riconosceranno forse in questo spaesamento generazionale uno dei meccanismi proiettivi più complessi e misteriosi legati alla paternità, poco esplorato anche in letteratura: il ritorno inconscio al proprio padre, anche quando non ci somiglia affatto e non se ne condivide neppure un'idea. Con le parole di Ernesto Franco: "Quasi padre e quasi figlio. Senza mai finire di essere né l'uno né l'altro. Essere per sempre quello che si sta cambiando giacca".

Bonvissuto, Canobbio, Celestini, De Silva, Fois, Franco, Magrelli, Pascale
Scena padre
Einaudi
144 pp, 17,50 euro

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