"La grande invenzione - Un'autobiografia", intervista a Pupi Avati

Il regista, che a 74 anni si racconta in un libro, dice la sua sul cinema e sulla società di oggi e anticipa un imminente progetto per la tv

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Pupi Avati – Credits: DueAFilm

Marida Caterini.

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"Questa mattina, nel dormiveglia ho sentito Lucio (Dalla) che mi diceva 'ho fatto male a morire, mi sono pentito'. È a quell'ora, quando non è ancora giorno fatto, che si sentono le voci e non ci si meraviglia". Inizia così La grande invenzione - Un'autobiografia di Pupi Avati, editore Rizzoli. Un libro nel quale, attraverso l'educazione sentimentale del grande regista, il lettore compie un lungo viaggio nell'Italia del Novecento, dal fascismo ai nostri giorni, tra la via Emilia e Hollywood. Panorama.it ha incontrato Pupi Avati all'indomani dell'uscita del volume e alla vigilia del suo approdo sul piccolo schermo. Regista di 45 film, tra cui l'ultimo nel 2011 è Il cuore grande delle ragazze, una passione per il jazz a cui ha dovuto rinunciare per l'entrata nella band in cui suonava da ragazzo di Lucio Dalla che lo sovrastava  troppo in bravura, Avati è stato anche rappresentante di surgelati per quattro anni. Nel libro racconta la sua carriera, il suo incontro con Pasolini, Fellini, Tognazzi, gli anni in cui cadde in disgrazia. Ma il fine è soprattutto mostrare al pubblico che l'ha tanto apprezzato il lato vero della sua personalità, più che della sua professionalità.

Anche lei, come tanti suoi colleghi, ha ceduto alle lusinghe dell'autobiografia?
"Io ho una debolezza che mi porto dentro fin da piccolo: pur essendo una persona egocentrica, ho sempre la sensazione di essere rimasto in un angolo. Così, quando la Rizzoli mi ha proposto di raccontare la mia vita ho avuto un'idea. Scrivere non una biografia, ma la mia vicenda umana vista attraverso la parte positiva di me stesso. Questo libro rappresenta tutto il mio mondo che non è nei film, la mia parte intima, segreta, trasognata, infantile, perché a 74 anni ancora mantengo in vita dentro di me il ragazzetto che sono stato e che pretende di avere sempre il suo ruolo".

L'inizio del libro, con il suo dialogo con Lucio Dalla, esce dagli schemi del reale.
"È il retaggio della mia cultura contadina che fa conservare, anche dopo la morte, il legame con le persone care. Non importa se è solo una sensazione o un'illusione quella di poter dialogare con i nostri cari defunti, serve a tenerne sempre vivo il ricordo. Oltre mia madre con la quale parlo sempre, mi intrattengo anche con Tognazzi e, recentemente, con Mariangela Melato ".

Quali altri retaggi conserva dalla sua educazione contadina?
"La sacralità della famiglia, della cultura e delle istituzioni è al centro della mia visione di vita. Negli ultimi decenni stiamo assistendo a un degrado di valori per il quale anche la Chiesa ha fatto la sua parte. Io voglio restituire dignità a pezzi della società in bilico, mettendomi io stesso alla prova, cercando di superare l'egoismo che ci stritola e che ha creato una morale prêt-à-porter. Quando, ad esempio, devo prendere una decisione importante, penso a come si sarebbero comportati i miei genitori".

Ha scelto l'età giusta per raccontarsi?
"A 74 anni sono autorizzato a parlare della vita. È vero che ai giovani devono essere assicurati lavoro, casa, esigenze primarie, ma non sono legittimati a parlar della vita. Loro possono trovare sulla strada ostacoli e fatiche, ma i vecchi, che tali ostacoli e fatiche li hanno già affrontati con sofferenza, andrebbero risarciti. Invece, purtroppo, non hanno voce e ruolo. Per me le persone anziane hanno tutte le età incorporate, come un hard disc, e sono in grado di simulare ciò che vive anche un ragazzino. Io ad esempio riesco a condividere tutte i sentimenti del mio nipotino di 13 anni, quasi fossi suo coetaneo".

Lei nel libro parla molto di "circolarità degli eventi". A che si riferisce?
"Significa che la vita fa tornare spesso nei medesimi luoghi e fa incontrare, dopo anni, le stesse persone. Ma in condizioni differenti. Molte persone, ad esempio, che al massimo della loro popolarità neppure mi salutavano, una volta cadute in disgrazia sono state da me aiutate, senza alcun rancore. Aborro la vendetta. Questo discorso si congiunge a ciò che dicevo prima a proposito dell'invecchiare. Con l'avanzare dell'età si diventa più fragili, vulnerabili, sensibili, si percepiscono gli eventi in maniera più intensa e partecipativa. E si perdona facilmente".

Perché si definisce un gran bugiardo?
"Mia madre diceva che, nel raccontare, partendo da un fondo di verità, finivo sempre per mescolare il reale con l'inverosimile. Ad esempio, per giustificare come a due genitori sia venuto in mente, nel 1938, di dare al loro primogenito il soprannome di Pupi, mi sono inventato una storia: che mia madre da ragazzina si fosse invaghita di un violinista di Salisburgo da tutti chiamato Pupi. A livello aneddotico funziona, ma faceva imbestialire mia madre, del tutto estranea a questa fandonia, frutto della mia immaginazione".

L'immaginazione l'ha dunque spinta a dedicarsi al cinema?
"No. È stata proprio la bugia che per me non è altro che una diversa modalità dell'immaginazione, un modo per dilatare il reale. Ho trascorso la vita intera a girare film che mi restituissero pezzetti del mio passato. Il cinema serviva per rivivere le cose una seconda volta, quelle belle per poterle gustare di nuovo, quelle brutte per cambiar loro il finale".

La sua opinione sullo stato del cinema italiano, oggi?
"Il cinema vive in uno stato di rassegnazione, ripiegato su se stesso. Per realizzare buoni film bisogna vivere con energie positive. In quest'ottica il dopoguerra ha espresso il meglio della creatività. Pur essendo stati testimoni di eventi terribili, i cineasti li raccontavano con entusiasmo verso il futuro e vitalità. Oggi c'è solo la rassegnazione che viene dal basso. C'è anche da dire che il cinema viene fruito attraverso Internet e canali tecnologicamente avanzati, differenti dalla sala cinematografica del passato".

Ha fiducia nei giovani registi e attori di oggi?
"Tra i registi stimo molto Pippo Mezzapesa che ha realizzato un film bellissimo Il paese delle spose infelici ma non ha avuto successo. Purtroppo il nostro cinema è sprovvisto di attori giovani di carisma, contrariamente a quanto accade all'estero. Noi abbiamo gli attori comici ma non il nuovo Mastroianni".

È questo il motivo che l'ha avvicinata al piccolo schermo?
"No. Il vero motivo è la constatazione che la famiglia da tempo sta subendo un assedio devastante, si sta sgretolando per i nostri egoismi. Io credo molto nel valore della famiglia, perciò nella serie Un matrimonio che andrà in onda su Rai1 il prossimo 18  aprile, racconterò un evento scandaloso per questi tempi: un legame coniugale durato cinquant'anni. È quello dei miei genitori che si sono incontrati nel lontano 1937. Ricordo ancora, dalle loro parole, la sera in cui mio padre accompagnò a casa mia madre, in via degli Angeli a Bologna, dove lei abitava in una casa umile. Loro non avrebbero mai immaginato che un giorno i loro timidi discorsi, i loro sguardi, le loro promesse sarebbero rivissuti sul piccolo schermo. Nel cast della serie ci sono, tra gli altri, Michela Ramazzotti e Katia Ricciarelli".

Dopo tornerà al cinema?
"Sto già preparando un'altra serie televisiva, la storia di un bambino, figlio di separati. Io ho avuto modo di constatare come spesso, oggi, i genitori si comportino in maniera poco responsabile. Me ne sono reso conto osservando il comportamento di molti bambini figli di maestranze cinematografiche con genitori divorziati o separati".

Quali sono le sue letture?
"Ho da poco terminato di leggere la Bibbia, dalla prima all'ultima parola. Amo la Recherche di Proust e tra poco inizio Le confessioni di Sant'Agostino.

La grande invenzione. Un'autobiografia
di Pupi Avati
Edizioni Rizzoli
pagg. 388, 18 euro

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