Paolo Di Paolo, 'Una storia quasi solo d'amore' - La recensione

Storia di un'educazione sentimentale su un tessuto di sguardi interiori. Un romanzo che ferma la giostra del tempo al passaggio della giovinezza

Una storia quasi

Una storia quasi solo d'amore, particolare della copertina – Credits: illustrazione di Joey Guidone

Michele Lauro

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Si esce dalla lettura dei romanzi di Paolo Di Paolo con la sensazione di aver intravisto un segreto. Con l'illusione che l'idea stia finalmente nella cosa stessa, senza reti mentali da districare o simboli da decifrare. Non fa eccezione Una storia quasi solo d'amore, ambientato nella Roma multietnica del 2013. Per la prima volta l'autore si misura con la contemporaneità, tracciata da riferimenti storici come il passaggio del testimone fra due papi che più diversi non si può. Inutile dire che 'quasi' è la parola chiave, come per José Saramago il suo Oggetto quasi: se fossi una città saresti Lisbona d'estate, dice infatti il protagonista alla sua amata, scoperchiando un vento che sa di lontano.

Nino, figlio del suo tempo poco più che ventenne con un'aureola di cuffiette di plastica, è un attore promettente e belloccio, ironico e distratto da uno sbocciare rimandato per assenza di ideali. Un lasciarsi vivere senza nulla per cui valga veramente la pena, "nessuna faccia torva da sfidare". L'incontro con Teresa lo strappa alla tirannia egocentrica tipica delle persone troppo concentrate sulla propria vita. Imprevedibile, scostante, complessa, quasi-adulta, la trentenne Teresa scuote le fondamenta sentimentali prefabbricate di Nino, riattivando pulsioni e pensieri nuovi.

Funzionerà anche per lei il meccanismo dell'abbandono al miracolo del presente, con il suo mix di desiderio e fiducia capace di allentare le difese (mai tutte) dell'anima corazzata? L'interrogativo introduce alle molte variazioni che Di Paolo innesta sulla sua partitura. Prima fra tutte, la struttura del romanzo basata su un io narrante tripartito che gli permette di moltiplicare i punti di vista. Grazia, motore immobile dei destini di coppia, racconta in forma diaristica la propria parabola umana e in seconda persona si rivolge ai due ragazzi ripensando retrospettivamente alla loro storia, che intanto procede parallela con un ritmo sincopato di dialoghi e riflessioni in terza persona. La tecnica narrativa è sottolineata da un susseguirsi di brevi paragrafi spezzati e senza titolo: un'alternanza che fa pensare a una sceneggiatura.

Il mondo del teatro, che Di Paolo conosce benissimo, gioca un gran ruolo nella trama e nelle simbologie del romanzo. C'è una zona teatrale in ogni nostro atto, una parte di verità in ogni recita e una parte di recita nella verità: la dialettica fra verità e finzione raggiunge l'acme durante un allestimento amatoriale delle False confidenze di Marivaux. La commedia scatena un cortocircuito emotivo nell'immaturo regista dal cuore in subbuglio al cospetto degli attempati attori, ribaltando il canone tra realtà e rappresentazione, maestro e alunno, gioventù e vecchiaia, innamoramento e amore.

Il teatro fra l'altro è debitore a Paolo Di Paolo di una splendida sceneggiatura andata in scena nello scorso gennaio al teatro Storchi di Modena. Una trilogia (Patrimoni, Rivoluzioni, Teatro) ambientata alla vigilia della Grande Guerra che mescola fiction e storia, chiamando a raccolta personaggi celebri e di finzione in un "dagherrotipo affollato e mosso - rubato un istante prima del buio". Una controstoria emotiva dell'Italia novecentesca, come l'ha chiamata l'autore nell'introduzione a Istruzioni per non morire in pace, il volume che raccoglie questo prezioso canovaccio di storia sognata. Difficile trovarlo in libreria, ma si può reperire on line o richiederlo all'editore, Edizioni di storia e letteratura.

Così come il teatro e la danza (la musica, l'arte) rimandano al puro gesto che viene prima del linguaggio, e recuperano una dimensione corporea non intaccata dalle griglie di opposizioni che ci aiutano a capire il reale, allo stesso modo la prosa di Paolo Di Paolo restituisce processi emotivi e stati d'animo poco mediati dal pensiero. Per esempio il presagio del crollo delle speranze e l'istinto misterioso dei riti collettivi di preghiera. Il prodigio della grande arte capace di infondere il piacere perfino nella materia, e ancora il passaggio dall'infanzia all'adolescenza, la vertigine di quel buco spazio-temporale in cui siamo caduti tutti, popolo di mutanti irriconoscibili a noi stessi. Nelle camere ancora affollate di macchinine, rammenta lo scrittore, "solo dormendo - e dormendo come bambini - questi mutanti tornavano innocui". Perché l'infanzia ci riconvoca sempre, scoprono a poco a poco i protagonisti mentre aspirano confusamente a un futuro senza ricatto.

Il metateatro di Una storia quasi solo d'amore è insomma uno strumento formidabile anche per scardinare la gabbia del tempo. Il tempo invecchia in fretta, diceva Tabucchi ironizzando sulla fragilità dei nostri destini. Ma nell'illusione scenica si possono rendere visibili tutte le età simultaneamente. C'è spazio perfino per quel tempo dopo, che possiamo soltanto immaginare. Di Paolo osa aprire quella porta, aggrappandosi al verso di Giovanni Raboni che introduce il finale ("E tutto, anche le foglie che crescono,/ anche i figli che nascono, / tutto, finalmente, senza futuro"), attraversando la rabbia il panico il dolore fino alla sconosciuta pace dell'ultima stagione. Senza malinconia, dentro lo spettacolo della giovinezza con tutto il tempo che ha davanti.

Paolo Di Paolo
Una storia quasi solo d'amore
Feltrinelli
171 pp., 15 euro

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