Michela Murgia, 'Chirù' - La recensione

Qual è la differenza tra possedere un dono e saper afferrare un'opportunità? L'apprendistato alla vita di un giovane ragazzo e della sua giovane mentore

Chirù

Chirù, particolare della foto di copertina – Credits: © Tanya Rex / Gallery Stock

Michele Lauro

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A sei anni di distanza da Accabadora, Michela Murgia modella una nuova figura borderline sull'impalcatura di un romanzo archetipale, e torna ad affrontare le fratture dell'animo umano. Chirù è un diciottenne aspirante violinista dal nome che ricorda il volo di un passero. Eleonora, trentottenne affermata attrice teatrale, intravede nel suo ciuffo ribelle un segnale di riconoscimento reciproco ("lo riconobbi dall'odore di cose marcite", "come se osservasse il mondo da una prospettiva già offesa") e accetta di prenderlo come allievo. Il rito di passaggio avrà per entrambi imprevedibili conseguenze.

Il punto di contatto fra Eleonora e Maria, la protagonista del romanzo d'esordio della scrittrice di Cabras, è la scelta di incarnare un ruolo arcaico, dalle travagliate implicazioni morali e affettive. L'accabadora di Soreni accompagnava alla morte, restituendo dignità all'ultimo viaggio della vita. Eleonora accompagna alla vita, restituendo una forma e una direzione al passo incerto dell'adolescente, "crogiolo di contraddizioni in divenire". In entrambi i casi, una maestranza ambigua che insidia le convenzioni sociali, viola la matrice biologica dei vincoli di sangue, scardina tabù.

Amore e potere, disperatamente. Le relazioni di coppia naufragano offrendo il proprio scalpo alla diade maledetta. Murgia dissoda il terreno dei codici affettivi con immagini spietate dell'istituto familiare, affibbiando alla protagonista una famiglia d'origine intrisa di brutalità e complice intimità. A sedici anni, confessa Eleonora, credevo ancora che fosse una prerogativa esclusiva del babbo "amare davvero solo quello che si poteva calpestare". Forse nel tentativo di svincolarsi dal fatale abbraccio, la protagonista sembra avere abdicato al matrimonio e alla maternità. In cambio ha ritagliato su misura per il proprio ego una triade simbolica carica di tensione: madre, amante, maestra. Su quell'incompiutezza si regge l'equilibrio dell'affiancamento.

Mentre la madre logica rivendica la supremazia su quella biologica, l'amante pretende dall'allievo un desiderio puro, impossibile da appagare perché la maestra ha progettato l'abbandono nel medesimo istante in cui comincia l'apprendistato. È un piano diabolico, fondato su una supremazia affettiva che dà dipendenza. Ma all'acme della sfida si sgretola insieme all'integrità dell'infanzia, insieme alle poche certezze che Eleonora pensava di aver regalato a Chirù, e delle altre che gli ha già sottratto. Le sorti di una vita tornano nelle mani del suo antico signore, il caso.

Dai caffè nei vicoli della Marina di Cagliari e dalla spiaggia del Poetto d'autunno, sfiancata dal maestrale, la scenografia si sposta sui canali di Stoccolma imbiancati di neve, fino alla gelida primavera praghese e al tepore di una terrazza romana. Anche i luoghi in Chirù vibrano delle intermittenze del cuore. L'affetto della scrittrice per la sua isola si traduce in odori suoni e rimembranze: è la nostalgia e non l'amore la cosa che il sardo sa dire meglio. In Svezia la protagonista trova invece uno specchio e forse un antidoto al cliché della donna infelice con classe: la solitudine dello svedese, progettata in sicurezza come tutto, è il lato meno attraente dell'armonia sociale scandinava.

Bisognerebbe difendersi dalle prime volte, dice a un certo punto la narratrice, "perché consumano la nostra capacità di evocare la meraviglia". Faccio il gioco di applicare questa sentenza alla prosa di Michela Murgia, calibrata e sorvegliatissima come all'esordio eppure ancora calda, fisica, fluida, magnetica. Allora difendo la poesia delle seconde volte, il sacrosanto diritto di riprovare. Il diritto di chiamare famiglia quella che ci siamo scelti invece di quella biologica, il diritto all'autarchia del cuore senza essere costretti a chiamarla solitudine. Difendo la bellezza dell'irresponsabilità e la commovente purezza del desiderio, appena prima di corrompersi in possesso. Feroce e consolante come ogni tragedia che si rispetti, Chirù sprigiona lapilli di verità nel magma oscuro della vita.

Michela Murgia
Chirù
Einaudi
195 pp., 18,50 euro

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