Marco Santagata, 'Come donna innamorata' - La recensione

Una felice incursione narrativa nella vita di Dante Alighieri e nella Firenze medievale. Outsider allo Strega 2015

come donna innamorata

Come donna innamorata, particolare della copertina – Credits: Disegno di Guido Scarabottolo

Michele Lauro

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Quando la fantasia sopperisce alla storia, sull'onda delle suggestioni letterarie. Marco Santagata, professore universitario, saggista e curatore fra l'altro delle opere di Dante nei Meridiani Mondadori, è il Virgilio che accompagna il lettore nella vita quotidiana di Dante Alighieri con un romanzo capace di aprire le porte dell'immaginazione: Come donna innamorata, titolo preso da un verso del Purgatorio, XXIX canto. La donna è Matelda, unica abitante fissa del Paradiso, l'ancella che condurrà il poeta al cospetto di Beatrice.

Il copione narrativo è costruito su piani temporali sovrapposti, con continui cut up e flashback a ricomporre i tasselli di una storia d'amore e una d'amicizia. La prima parte oscilla tra l'otto giugno 1290 (morte di Bice Portinari) e l'otto giugno 1294 che coincide con il compimento della Vita nova, il romanzo in versi in cui Dante racconta il suo amor platonico per Beatrice. Le due date si alternano e si rincorrono secondo un disegno di coincidenze e simboli che tormentano il poeta, giunto all'ultima pagina della sua opera: è il caso o no di dire che al funerale della donna, quattro anni prima, era stato testimone di una rivelazione, l'ascensione al cielo dell'anima di Beatrice, angelo di questo mondo?

La seconda parte è ambientata nel 1314, con un salto temporale di vent'anni. A Dante esule in Lunigiana "fra caprai e boscaioli", solo, sconfitto e disgustato dai voltagabbana della politica, rimane come unica luce la poesia (e la consapevolezza di stare scrivendo un capolavoro). I flashback rimandano alla giovinezza - il tempo di "Guid'i vorrei che tu Lapo ed io", quando scorrazzava con gli amici per Firenze aprendo nuovi varchi alla poesia lirica - e all'ambigua e sfortunata carriera politica. Consumato almeno in parte il suo riscatto sociale con l'elezione a priore, Dante si vede costretto per uno scherzo del destino a mandare in esilio proprio l'amico-rivale Guido Cavalcanti. Il rimorso per il tradimento viene sublimato, ancora una volta, nella poesia.

Con uno stile garbato, socievole, raffinato ma senza manierismi, Santagata introduce in una misteriosa realtà urbana che i libri di storia non raccontano: la Firenze di fine Duecento, case-torri e case di pietra, dame velate, uomini agghindati e mendicanti, bimbi che giocano a guelfi e ghibellini, ponti vicoli orti palazzi e chiese non ancora oscurate dall'ombra sublime di Santa Maria del Fiore e Palazzo Vecchio. Una città "dinamica", eufemismo per significare che tutto all'epoca (anche all'epoca) ruotava attorno al denaro, maneggiato con destrezza da poche famiglie ricche e potenti come i Donati e i Cerchi: la vita politica, quella sociale e quotidiana. Anche i matrimoni erano combinati in base al censo, così Beatrice andò in moglie al ricco cafone Simone de' Bardi, portando per sempre nell'anima un grumo di malinconia da cui muoveva la sua inconsapevole seduzione.

Fragile, insicuro, ambizioso e contraddittorio. In questo romanzo Dante acquista umanissimi tratti fuori dagli stereotipi dell'agiografia. Sono intensi i brani in cui viene sorpreso a scrivere in cucina dove c'era l'unico tavolo disponibile, in mezzo agli odori sulfurei della zuppa di cavolo e ai rimbrotti di Lapa e Gemma, rispettivamente matrigna e moglie. Le donne di casa mal sopportavano un padre di famiglia dalla presenza ondivaga e con la testa perennemente fra le nuvole. In altre parole, un nullafacente. E sono bellissimi gli attimi dell'illuminazione, simili a un sogno, gli ardori della scintilla che guizza alla mente d'improvviso.

Il processo creativo del poeta, è questo il senso profondo di questa avventura narrativa nella biografia dantesca, ha bisogno di immaginare la donna "come donna innamorata" per raggiungere nuovi e più alti lidi. La lingua degli affetti cioè è la scaturigine di una poesia nuova, una forma d'arte fine a sé stessa. L'idea nasce da una visione, da un sentimento ineffabile che, sì, forse poteva chiamarsi amore ma in fondo non importa perché "il piacere di scrivere poesie consiste nello scriverle", ed è una convinzione moderna condivisa fin da principio con i sodali Lapo e Guido.

Quel piacere consiste nello strappare alla dimenticanza un barlume della donna sognata: oltre la perfezione delle sue forme e del suo sguardo, la meraviglia che dona all'anima di chi la guarda, l'unica che possa vivere oltre il tempo. È la strada verso la trasfigurazione di Beatrice in simbolo di salvezza, nella Divina Commedia.

Marco Santagata
Come donna innamorata
Guanda
180 pp., 16,50 euro

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