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Giulia Caminito, 'La Grande A' - La recensione

Dall'infanzia in tempo di guerra alla maturità nell'Africa postcoloniale: una storia di formazione nel flusso della grande Storia

La grande A

La Grande A, particolare della copertina – Credits: illustrazione di Claudia Palmarucci

Se non sappiamo quasi niente degli "italiani d'Africa", i migranti che in epoca coloniale si trasferirono nel continente attratti dai suoi miraggi, non è per la mancanza di documenti o statistiche quanto piuttosto di storie. Giunge a colmare quel vuoto un romanzo d'esordio carico di promesse: sullo sfondo esotico postcoloniale, La Grande A di Giulia Caminito estrae dall'epos familiare l'aderenza al vissuto - con le sue radici affettive ben piantate in profondità - capace di trasformare la biografia in materia narrativa universale.

"Io vengo da dove si mangiavano i gatti sparandogli nei ruderi dei casolari". La vita e le avventure di Giada, piccola di statura ma col carattere temprato dall'infanzia degli sfollati, si snodano nell'arco di circa 20 anni, dal '40 ai primi '60. A malapena si sopportavano con la zia in quella campagna di Legnano, ma non era certo il caso di piangersi addosso, fuori cadevano le bombe e dentro c'era da industriarsi a sopravvivere. Freddo fame privazioni crudeltà e fratellanza, messaggi in codice da Radio Londra e finalmente la Liberazione, un misterioso soldato John a distribuire frammenti di speranza, una tavoletta di cioccolata da non dividere con nessuno. Il dopoguerra presenta subito il conto (la guerra era finita, la povertà non ancora) e la ragazzina viene assunta in fabbrica per contribuire al bilancio familiare.

Finché il giorno di Natale del 1949 Giadina si ritrova su un piroscafo a inseguire il sogno primario: la Grande A nella doppia accezione di sua madre Adele detta Adi, e di quell'Africa leggendaria in cui la donna si era trasferita per trafficare con camion, alcolici e bar e chissà cos'altro nell'Eritrea e nell'Etiopia sottomesse al fascio. Assab, Asmara, Addis Abeba. Sotto l'ombrello della prima lettera dell'alfabeto, cioè l'immaginazione divenuta realtà - un ombrello che non riparava però né dall'afa né dalle mosche né da quell'odore ostinato e pungente - Giada si ritroverà ben presto stretta fra due giganti: figlia di cotanta madre, maritata senza marito, madre senza figlio. Impossibile non parteggiare per lei con passione.

Se Emily Dickinson, secondo il celebre critico Harold Bloom, è stata all'interno del Canone americano l'unica scrittrice a rappresentare "lo sforzo di trascendere l'uomo senza rinunciare all'umanesimo", Giulia Caminito rema di qua dall'oceano in quella direzione luminosa e tempestosa. Nel romanzo esalta il canone femminile in virtù della sua forza ma anche della fragilità e delle intrinseche debolezze: l'intelligenza costretta ad affidarsi alla praticità e alla perseveranza per aspirare all'emancipazione, la leggerezza schiacciata dal peso delle responsabilità e soprattutto una libertà condizionata dalla presenza degli uomini anche quando sono assenti, come "piante costrette in giardini altrui". Di uno in particolare, Giacomo: bello e inaffidabile, affascinante e farfallone come un attore americano, sposato da Giada con la benedizione di sua madre.

Giada avrebbe amato tante cose della Grande A ma più di tutto forse "il vuoto del deserto dove dimenticarsi di esistere". Il deserto e il mare così vicini da poterli annusare, sabbia e salsedine confuse in un respiro speziato. Fra i tanti episodi emozionanti di questo libro i miei preferiti hanno come protagonisti gli animali, cani gatti caprette iene e stelle di mare, le bestie dal sapere innato che laggiù partecipavano della vita quotidiana come avviene ancora nei villaggi del mondo fermi a un altro stadio del tempo. Nelle pagine dedicate allo svezzamento della gazzella Checco coi suoi occhi al retrogusto di caffè c'è una dolcezza speciale, intrisa di spensieratezza e malinconia per una natura insidiata dalle malizie umane.

Gli echi di lirismo si innestano su una lingua tesa e fiammeggiante come una zuffa nella savana. La prosa della Grande A moltiplica gli a capi e i dialoghi senza virgolette, in un ritmo incalzante perfino durante le traversate per nave, immobili per definizione. Ma è un ritmo dispari, un tacco-punta imprevedibile, accordato agli umori e alle emozioni. Registra i sobbalzi della jeep nel deserto e la risacca della bassa marea quando lascia i suoi sussulti vitali sulla battigia, lo swing dei tamburi in sala da ballo e il rituale silenzioso del caffè. Come se il motore della scrittura provasse ad accordarsi ai mutamenti che il tempo, i luoghi, il destino hanno riservato alle sue comparse, dall'impertinente Nicole innamorata di Sartre al giardiniere greco che s'interrogava sull'essere nel mondo, dalla joie de vivre della scoppiettante Rachele a quella del servizievole Hamed, ai tanti diavoletti che non avevano un paradiso da sognare ma solo un presente da bruciare.

D'altra parte lo scenario dell'azione si sposta vorticosamente in una serie di choc anche termici: l'inverno della campagna lombarda coperta rovine e l'estate perenne dell'accaldata Assab, il deserto, l'altopiano e la breve stagione urbana nella belle époque di Addis Abeba, prima che l'attentato al Negus nel 1960 costringesse ad abbandonare le sue strade polverose anche gli ultimi resistenti della comunità italiana. L'importante è non fermarsi mai, ma sopra a quello che resta il tempo ha messo la muffa. Madre, figlia e nipote sbarcano in una cascina sulla riviera ravennate, in mezzo a gente circospetta coi soldi nascosti sotto il materasso, nella foschia anche simbolica di una provincia che da sempre aspetta, anche loro fermi lì in attesa di qualcuno che riavvolgesse la pellicola per tornare a quel punto in cui "erano stati leggeri"...

Questo genere di storia emotiva Salman Rushdie la inaugurò con fragore nel 1980 raccontando l'epopea dei Figli della mezzanotte. L'India moderna vi pulsava febbricitante di contraddizioni, mescolata agli ormoni dei suoi antieroi. A leggere La Grande A si prova la stessa ebbrezza di sbirciare la storia dal buco della serratura seguendo il filo del cuore, un filo drammaturgico che suggella l'alleanza tra biografia e finzione. E si prova una grande tenerezza nell'immaginare il legame invisibile e indivisibile tra una madre e una figlia, che quella madre ha amato e subìto come uno spavento.

Giulia Caminito
La Grande A
Giunti
288 pp., 14 euro

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