Dolci ricordi: le petites madeleines di Marcel Proust

È l'ora del mitico dolcetto della Recherche, accompagnato dalla tazza di tè. E poi tutti in cucina, a vedere cosa bolle nella pentola della dispotica Francoise. Prosegue il nostro viaggio nelle cene d'autore

Marcel Proust (Credits: Ansa)

Filippo Maria Battaglia

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Oltre all’abbrivio della narrazione, è l’architrave ideale attorno a cui sono aggrappati i sogni di milioni di lettori, i loro desideri e le loro immedesimazioni. La madeleine di Marcel Proust fa la sua comparsa nel primo capitolo del primo volume della saga, Dalla parte di Swann (Bur) in un giorno d’inverno non meglio specificato.

«Al mio ritorno a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di bere, contrariamente alla mia abitudine, una tazza di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, cambiai idea. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti che chiamano Petites Madeleines e che sembrano modellati dentro la valva scanalata di una “cappasanta”. E subito, meccanicamente, oppresso dalla giornata uggiosa e dalla prospettiva di un domani malinconico, mi portai alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato che s’ammorbidisse un pezzetto di madeleine. Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, isolata, staccata da qualsiasi nozione della sua casa. Di colpo mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, quell’essenza non era dentro di me, io ero quell’essenza. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente mortale. Da dove era potuta giungermi una gioia così potente? Sentivo che era legata al sapore del tè e del dolce, ma lo superava infinitamente, non doveva condividerne la natura. Da dove veniva? Cosa significava? Dove afferrarla? Bevo una seconda sorsata nella quale non trovo di più che nella prima, una terza che mi dà un po’ meno della seconda».

La ricerca dura lo spazio di qualche riga. Poi, «tutt’a un tratto il ricordo è apparso davanti a me. Il sapore, era quello del pezzetto di madeleine che la domenica mattina a Combray (perché nei giorni di festa non uscivo di casa prima dell’ora della messa), quando andavo a dirle buongiorno nella sua camera da letto, zia Leonie mi offriva dopo averlo intinto nel suo infuso di tè o di tiglio. La visita della piccola madeleine non mi aveva nulla prima che ne sentissi il sapore; forse perché spesso dopo di allora ne avevo viste altre, senza mai mangiarle, sui ripiani dei pasticcieri, e la loro immagine si era staccata da quei giorni di Combray per legarsi ad altri più recenti; forse perché, di ricordi abbandonati per così lungo tempo al di fuori della memoria, niente sopravviveva, tutto s’era disgregato».

Con il mitico dolcetto francese si accompagna il flusso inarrestabile dei ricordi ed, insieme ad esso, la straordinaria innovazione della poetica proustiana: abbandonata la rigorosa costruzione del romanzo dell’Ottocento, la narrazione si fa spregiudicata e radicalmente innovativa. Come ha notato Daniela De Agostini, la «diversità e la ricchezza che tanto innalza la Ricerca, e insieme la fa sembrare opera disperata, mal definibile, non deve nascondere la sua prima essenza: quella di racconto, di storia tutta umana, vasta e lenta, ma legata da un rodine visibile e segreto, da rispondenze ideali, da “ritorni” musicali» aggiungendo come «la materia che, nella sua prima parte era subito parsa un flusso inarrestabile di ricordi, e di cui dunque non veniva percepita la rigorosa costruzione architettonica di insieme, è improntata a un pensiero, a una visione nuova. La realtà esteriore, coperta dalla vita pratica, dall’uso sociale, dall’abitudine, è da noi veramente apprezzata quando è spiritualizzata, sciolta nella nostra vita interiore, ricreata dalla fresca intuizione:la personalità umana, fluida, discontinua, mutevole, è rivelata a sé stessa dal sogno, dalle fresche impressioni che, serbate intatte dall’oblio, tali risorgono per la memoria involontaria».

Per questo, le pietanze, i sapori, i riti della buona cucina domestica sono disseminati in tutti e  sette i volumi del capolavoro proustiano: lo scrittore di Auteuil se ne serve grazie a un sapiente dosaggio  nella composizione narrativa e dei suoi personaggi. Tra questi, un certo rilievo occupa la cuoca Francoise che alla preparazione culinaria frammezza sgrammaticature e proverbi dialettali, ritratta «mentre dava ordini alle forze della natura, diventate suoi aiuti, come accade nelle favole in cui i giganti si fanno impiegare come cuochi». Un’autorità in cucina, che di fronte ai suoi manicaretti non ammette repliche o tentennamenti di sorta.

La cucina di Francoise, in effetti, spopola. E' lei il gran cerimoniere dei fornelli: predispone, cucina, intima ai suoi sottoposti, reagisce con fermezza ai tentavi di invasione della sua inaccessibile realtà. È lei a dettare i tempi dei pasti, incidendo come nessun’altro sui ritmi della vita della famiglia Proust. Marcel si limita a rievocarla, scoverchiando lo scrigno di odori e di sapori, sublimemente dilatati dalla rievocazione e dal ricordo. Si affida così a Francoise fino a coprire un ruolo quasi speculare. «Mi lasciavo andare con delizia al gusto che avevo per le frasi, come un cuoco che, per una volta che non deve cucinare, trova infine il tempo di essere goloso», scriverà nel suo carnet. Il cerchio è chiuso. La lettura della Recherche può riprendere, magari accompagnata da mitico dolcetto, rigorosamente intinto nel tè o nel tiglio.

Libri

Marcel Proust, Dalla parte di Swann , Bur

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