Alessandro Bertante, 'Gli ultimi ragazzi del secolo' - La recensione

Milano, Sarajevo: viaggio nella memoria di una generazione che compì vent'anni negli Ottanta, il decennio paradossale

Gli ultimi ragazzi

Gli ultimi ragazzi del secolo, particolare della copertina – Credits: Alessandro Bertante, cortesia dell'autore - "VW Camper Van" di Nick Harris

Michele Lauro

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Ho provato curiosità e calore, poi dolore, rabbia, frustrazione, esaltazione, angoscia, perfino paura. Aspettando fino all'ultimo una catarsi che non arriva. Insomma mi sono fatto travolgere dall'identificazione leggendo Gli ultimi ragazzi del secolo di Alessandro Bertante. Massì, a cosa serve un libro? Se siete nati a Milano nella seconda metà dei Sessanta, beh mettetevi comodi, fate finta di aver indossato un casco per la realtà virtuale: siete voi gli ultimi ragazzi del secolo, il film degli anni Ottanta vi scorrerà davanti con l'atmosfera viziata che precede la disfatta. Il ritmo è bruciante. Tachicardia.

"Abbandoniamo finalmente la sensazione di essere arrivati in ritardo, dopo qualcosa che non ci è appartenuto". Comincio dalla fine, da questa esortazione attorno alla quale ruotano i codici affettivi e i risvolti socio-politici del romanzo: c'è un senso di colpa generazionale di cui sgravarsi. Gli adolescenti anni Ottanta sono stati vittima di una narrazione ingannevole (la gioventù degli ex sessantottini fu l'ultima primavera autentica del mondo occidentale), la favola consolatoria di un delitto non ancora commesso. La depressione sfociò in breve nell'autodistruzione. Fa male ricordarlo ma si moriva in strada a vent'anni, nella Milano tossica dei primi Ottanta. Gli ultimi ragazzi del secolo, come il protagonista Alessandro, sono i sopravvissuti a una mattanza che ebbe un nome (eroina) e poco dopo un cognome (Aids).

Mancava l'empatia e soprattutto mancava l'appartenenza, racconta Bertante, nella Milano metropoli degli anni Ottanta. Le pulsioni della gioventù sbattevano contro l'erosione delle certezze nella capitale morale d'Italia sempre più dissipata e cupa, espressione identitaria di un Occidente pacificato sotto l'egida del consumo. Era una generazione di ventenni senza memoria - testimoni inconsapevoli di una mutazione collettiva istantanea, dagli anni dell'impegno politico all'estetica disimpegnata della nuova decade - e senza maestri, con gli eroi della stagione contestataria appena arruolati nella classe dirigente dell'esuberante economia liberal.

Non c'è rimasto niente di cui essere fieri tranne forse uno scatolone di oggetti transizionali - luoghi e situazioni, sostanze psicotrope, abiti e abitudini, dischi, film, programmi televisivi e un'invasione merceologica senza pari - che l'autore passa in rassegna senza il filtro della nostalgia. Il rapporto fra la memoria e gli oggetti è il surrogato narrativo della prospettiva storica, ancora troppo giovane e sfocata per digerire il lascito del decennio paradossale. L'inaffidabilità della memoria, dice Bertante, mi ha convinto ad ancorarmi agli oggetti "per evitare di cadere nella nostalgia della giovinezza". La musica, più di tutto, in questo libro costituisce il simbolo del cambiamento e di una identità esistenziale finalmente liberata dalla sudditanza con la generazione dei padri. Accadde quando il protagonista scoprì nei Joy Division di Ian Curtis, il leader morto suicida nel 1980, i poeti urbani capaci di tradurre lo spazio claustrofobico della metropoli in un nuovo immaginario collettivo.

Il plot narrativo dell'autobiografia, serratissimo, poggia su un doppio flashback: la vita del giovane ribelle nella periferia di Milano metropoli anni Ottanta scorre in alternanza con l'avventura di un'estate del luglio 1996. Alessandro e un amico, in vacanza su un'isola croata, incontrano tre ragazzi di Sarajevo che portano sul corpo e nell'anima le cicatrici della devastazione. "In questo posto non servite a niente", dice uno di loro. "Abbiamo bisogno dei vostri occhi". Ancora con le infradito ai piedi i due montano sulla Panda e puntano verso la Bosnia Erzegovina, seguendo la Neretva fino a Mostar e poi a Sarajevo. La quiete apparente di quei luoghi sfigurati, la rarefatta sospensione del tempo postbellico nell'istante che precede il ritorno alla normalità, contrastano violenti con il flusso adrenalinico delle notti urbane milanesi.

L'ultima guerra del secolo la guardammo combattere affacciati all'Adriatico, sazi della storia falsa che ci hanno raccontato, complici della mattanza. È un istinto da animale braccato quello che istilla ad Alessandro il desiderio di andare alla ricerca di una guerra altrui, mentre il narratore Bertante smonta il canovaccio archetipico dell'odio interetnico e della millenaria brutalità balcanica che alimentò la propaganda occidentale del conflitto nella ex Jugoslavia. Complessi interrogativi attanagliavano le vittime di quella guerra feroce e insensata, macchiata da squallida viltà, ma anche i giovani occidentali nati in un paesaggio umano scolpito dal privilegio, vittime senza guerra ma per niente in pace, pieni di incertezze e di piccoli traumi. La guerra nei Balcani fu una questione economica. Nessuno lo aveva forse ancora raccontato con tanta chiarezza.

I ricordi dei luoghi sono miraggi, ma alcune fra le pagine più belle di questo romanzo sono dedicate proprio ai luoghi e ai viaggi. Da un lato i boscosi paraggi dell'Europa balcanica, impregnati di leggende e misteri, dove gli spari isolati dei cecchini ancora sfregiano il silenzio. Dall'altro le spiagge del Mediterraneo, Mykonos e Ios nelle Cicladi, Hvar sulla costa dalmata, icone delle estati gaudenti e libertine fra birra, canzoni, risse e scopate. E poi le atmosfere urbane, così diverse e così intense: la vita che si ridesta a Mostar con il rituale del tuffo del giovane maschio nella Neretva, il giro in penombra nella città vecchia di Sarajevo sfidando il coprifuoco, le epiche scorribande milanesi sulla frontiera della circonvallazione - dal QT8 alla Bovisa, dal Leoncavallo al Virus e all'Helter Skelter, da Buscemi alla Fiera di Senigallia, da piazzale Lotto a piazzale Loreto. Epicentri di quartiere, baratri di cemento.

Come alla fine di una cavalcata tumultuosa, Gli ultimi ragazzi del secolo infonde energie ripescate in un tempo che fu. A parte un vago compiacimento per la sconfitta generazionale, la condivisione del lutto e la carica antiretorica sono contagiose e irragionevoli come un frammento di assoluta felicità, quella che si è provata forse solo a vent'anni. "Anima e cuore, uno brucerà" cantava Ian Curtis in Heart and Soul. Anche questo, è uno schiaffo alla rimozione.

Per approfondire

Marco Philopat, I pirati dei Navigli
Alberto Rollo, Un'educazione milanese

Alessandro Bertante
Gli ultimi ragazzi del secolo
Giunti
218 pp., 16 euro

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