La vita tirata coi denti
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Cultura

La vita tirata coi denti

Le domeniche d’estate, quando tutti i simpatici e meno, lesivi e non, partivano per il “rilasciamento” e i loro impegni familiari, Carlo Emilio Gadda, desiderando l’oblio e i 1000 metri, partire e non partire, andare a Ostia e …Leggi tutto

Le domeniche d’estate, quando tutti i simpatici e meno, lesivi e non, partivano per il “rilasciamento” e i loro impegni familiari, Carlo Emilio Gadda, desiderando l’oblio e i 1000 metri, partire e non partire, andare a Ostia e non andarci, temendo i «treni di vacanzài in trasferta» e non riuscendo a guidare («le gallerie, le strade consolari, specie Aurelia cassia Flaminia mi mettono paura. Il cuore non regge»), restava solo a Roma.

Pietro Citati gli scriveva: «Caro Gadda, come sta? Spero bene, anche se temo che stia sempre lì, a Roma, nel caldo», e lo invitava a Grosseto, in Liguria, a Cervinia. In testa a queste lettere Gadda vergava in rosso: «Risposto | Miglioro ma aumenta il peso | Desolazione».

Il 16 agosto 1959, da «19 via Blumenstihl», eremo della Camilluccia, gli scrive:

«Caro Citati, La ringrazio della Sua lettera 11 agosto da Cervo Ligure, che ha interrotto così amichevolmente l’orrore e l’afa della mia solitudine nella “energetica” città degli Embè. (…) ma io ho paura di essere tirato in una trappola di nuovi fastidi, nuove miserie. Il terrore che tutti si stanchino di me e de’ miei casi poco pittoreschi, mi ha ormai avvinto.

(…). Ma il risultato di tutto sto gomitolo di concause sulle mie possibilità di lavoro è deleterio.: e sulla salute del sistema nervoso-circolatorio; che è al centro della disponibilità emotivo-intellettiva di cui è fatto il nostro lavoro. Non leggo più nulla!».

La domenica del 2 agosto 1959, sempre da «19 via Blumenstihl», aveva scritto a Citati:

«(…). Sono molto stanco, e spiritualmente disperato: i nodi vengono al pettine, una vita come quella che ho dovuto passare fin dall’infanzia, e fatiche come quelle che ho dovuto durare, e tragedie belliche e civili e fame e orrori, non possono allibrarsi nell’“avere” giulivo di una sempiterna anestesia da vispoteresone grullo e sventato, quale mi è occorso di voler essere per dimenticare i mali annientatori. I nodi vengono al pettine, i tràumi, i ricordi, le orribili pene dell’animo sempre taciute e chiuse hanno ormai acquistato un carattere ossessivo e si chiamano disperazione, specie nelle ore del “rilasciamento”, cioè del sonno-dormiveglia-sogno-incubo».

Sono tanti i temi gaddeschi, e non solo gaddiani, che emergono da queste lettere dell’Archivio Liberati pubblicate ora da Adelphi.

Il gomitolo di concause è il famoso “gnommero” del commissario Ingravallo del Pasticciaccio, quella rete inestricabile che costituisce la realtà e il cui caos converge verso un effetto o catastrofe intesa come «un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo», mai frutto di una sola causa. Persone e cose, gesti e comportamento dei gravi: sono frecce o aghi impazziti che tessono nel loro andirivieni il famoso: nessuna realtà è innocente, nella genesi delle catastrofi. Come liberarsi del pensiero che tra le concause effettive ci sia il comportamento umano? Come sgravarsi del «fardello delle private opinioni» in merito alle persone?

Assumono toni esilaranti i riferimenti alla silenziosa, per lo più, controversia con Alberto Moravia:

«Sulla controfascetta in risvolto all’ultimo volume di Alberto è celebrata l’«energia romana» (ammappete!) contro la “grettezza” di certe rappresentazioni (p.e. la mia)».

Fonte di nevrosi il rapporto col corpo, il suo in particolare:

«Il 70% delle donne quarantenni (romane) in bus hanno circonferenza-panza ossia panza-circonferenza di metri 1.80 ÷ 1.90: quelle non sono troppo cicciose, troppo polpute, oh no! Polputo e idropico è il Gadda! Il peso è risalito da kg. 92 netto-nudo a kg. 97 netto-nudo. Evidentemente è questa la misura per alimentazione scarsa. Per alimentazione normale sarebbe 99 ÷ 100 netto-nudo».

Una pena, perciò, le cene «al Bolognese o nei paraggi di via Ripetta all’aperto, o da Carlo a Trastevere», come ricorda Alberto Arbasino ne L’ingegnere in blu. Tra i commensali, oltre a Moravia e a consorte, Elsa Morante (che strilla troppo per i gusti di CEG), spesso c’erano Attilio Bertolucci, i due Guttuso, i due Piovene, Bassani (definito da Gadda “il primo paltò di cammello nella letteratura del dopoguerra”) e Carlo Levi (“col suo complesso di Giove portativo”, poi Pasolini, Parise, Garboli, Siciliano.

«Uno dei commensali in Trastevere ha ordinato a distrutto prosciutto e melone, ossobuco in forma di Trinacria di dimensioni invereconde, filetto alla griglia dimensione controsuola; spìgola, e gnocchi alla sabato-romano, ordinò ma non potette avere nella confusione e nell’urlìo; e spremute e zucchero. Ma solo il Gadda è pantagruelone gargantuoso».

E poi sempre l’eco di quel grido fermo, afono, del Giornale di guerra e di prigionia, per «la tragica, orribile vita»:

«Scusi questo sfogo dal pozzo di solitudine e disperazione in cui mi trovo».

Il ’57 è l’anno di uscita del Pasticciaccio. Gadda scrive a Garzanti: «Già ho visto il mio libro nelle vetrine di Roma: la copertina mi è piaciuta molto (dico la verità, temevo una “raffigurazione del delitto”)».

Dopo una cura di antibiotici («che però bisogna mollare a poco a poco, non si può d’un colpo») per un’infezione al piede («prostrazione fisica e nervosa estrema denuncerebbero asiatica o tifoide»), scrive a Citati: «Non ho forze per telefonare, per fare numeri del telefono, per ricordare i tempi di comunicazione, ecc.», e si sfila così dal «rituale letterario-mondano-laureativo dello Strega».

Revisioni, interviste, pubblicazioni lo prostrano: «Sono talmente angustiato e sdegnato dal contegno di quegli altri messèri, che, a certi momenti, penso di rivolgermi alla polizia. Mi spiacerebbe di lasciarci la pelle, un ictus cerebrale o un infarto. In questi giorni sono stato malissimo: e la mia eroica governante, che si prodiga con una pazienza degna forse di miglior causa, potrà testimoniare quale è stata la mia fine, da quali serpenti sono stato mozzicato».

L’affiorare della disumana verità, l’«insospettabile ferocia delle cose» del Pasticciaccio, si palesa infine a Massa, in uno dei pochi giorni di vacanza:

«La realtà è ch’io tiro la vita coi denti».

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