La nostra tortura
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La nostra tortura

Nel settembre 1888 uscì sul «Corriere di Napoli» diretto da Matilde Serao una novella dal titolo Tortura. L’autore, Luigi Capuana, l’aveva scritta sotto la pressione delle esigenze economiche che lo assillavano, e poi riscritta più volte …Leggi tutto

Nel settembre 1888 uscì sul «Corriere di Napoli» diretto da Matilde Serao una novella dal titolo Tortura. L’autore, Luigi Capuana, l’aveva scritta sotto la pressione delle esigenze economiche che lo assillavano, e poi riscritta più volte nel timore che la scabrosità del tema esondasse dalle sue capacità di fine analisi psicologica, tanto che il titolo, inventato per la tragica storia, aveva finito per rivoltarsi come un mostro verso il suo creatore. In una lettera a De Roberto confidava: «Mi sarò sbarazzato di questo lungo racconto, vera tortura per me».

E il racconto, di fatto, è un capolavoro di sottigliezza e ardimento. Inizia con una violenza carnale; quasi incestuosa, peraltro, visto che a compierla è il fratello del marito della vittima, provvisoriamente sola. Se pure ne è il motore, lo stupro non è e non esaurisce la tortura, la quale avviene nello spazio bianco che precede la prima frase («Com’era avvenuto?»). L’«atrocissima scena» possiamo solo immaginarla, mentre è ricordata «fino nei minuti particolari» dalla donna, ora in preda a uno «straziante travaglio del sangue». Il marito è fuori, per affari: la logica maschile che ordina e amministra mentre in casa il suo altro carnale, sangue del suo sangue, insidia casa sua, sua moglie, nulla può contro lo scatenamento degli istinti.

La donna, avvampata nella vergogna, dopo essere crollata ai piedi del letto con ancora i vestiti addosso, si risveglia sconvolta, all’alba, col desiderio furioso di nettarsi, di abradersi da dosso il tocco infame; ricaccia il ricordo, ma un «fascino» la forza a ricordare; sposta mobili e suppellettili, testimoni della «incredibile onta». Sola, in attesa come Lucrezia che torni il marito e indecisa tra il suicidio e la menzogna, riporta alla mente l’accaduto: «era soggiaciuta per l’annientamento di ogni forza, vinta da un immenso stupore, quasi fosse stata non già vittima, ma testimone di quel delitto». Trasecola di fronte all’irrazionalità della sua reazione: «si era rizzata, ravviandosi istintivamente i voluminosi capelli disordinatisi nella breve lotta, cercando con lo sguardo lui che era scappato via come un ladro, lui che avrebbe voluto chiamare in soccorso».

Nell’angoscia dell’adultera suo malgrado, aveva ricordato che poi, inopinatamente, «sentendo che egli l’aspettava in salotto», aveva avuto la temerità di tornare e chiedere di parlarle, e lui le aveva chiesto perdono e l’aveva chiamata per nome (Teresa), confessandole che da due anni l’amava.

D’ora in poi la vicenda smette di essere un fatto di cronaca calato in un salotto borghese, e diventa una storia di fantasmi, come un Giro di vite in cui al posto dell’allucinazione psicotica c’è quella erotica, e una specie di anamorfosi delirante che al marito che torna, e la ama con placida ragionevolezza nonostante le sue inspiegabili stranezze, si sarebbe detto a quel tempo, di isterica, e al consiglio del confessore, garante della gerarchia familiare, di mantenere il segreto, oppone l’ombra dolorosa dell’eccitazione postuma, e quella illogica dolcezza sprigionata dalla confessione d’amore del cognato.

Si apre, spericolata, l’idea di una vita parallela, irrealizzabile. Dalla violenza nascerà un figlio, affidato a una balia per schifo e senso di colpa, mentre lo stupratore, per la prima volta, accede agli onori della descrizione, seppure ombra: «la figura alta, bruna, dal viso serio, dallo sguardo severo e contenuto a stento…».

Negli anni in cui Freud scopriva l’inconscio, territorio del femminile, Capuana imputa a una donna, schiacciata da diversi tipi di potere maschile e divisa tra rimozione e senso di colpa, la volontà più forte, quella irreprimibile del desiderio: «qualcosa si ridestava in tutto il suo corpo con lento brulichìo di sensazioni e vibrazioni, qualcosa rimasto a germogliare nell’oscurità feconda, e che usciva fuori a un tratto, si espandeva e fioriva… Questo le pareva più abietto della prima violazione del suo corpo». Inizia così, alle soglie del ’900, la nostra tortura.

 

 

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