La follia nobile e vera come rimedio contro i matti normali (e di Internet)
La follia nobile e vera come rimedio contro i matti normali (e di Internet)
Cultura

La follia nobile e vera come rimedio contro i matti normali (e di Internet)

Io, si sa, ho un debole per i malati di mente. Non parlo dei matti perbene, quelli che le istituzioni delle nostre società hanno rinchiuso e poi dischiuso, e poi richiuso di nuovo nella prigione del potere farmacologico-pedagogico-normativo. Giacché …Leggi tutto

Io, si sa, ho un debole per i malati di mente. Non parlo dei matti perbene, quelli che le istituzioni delle nostre società hanno rinchiuso e poi dischiuso, e poi richiuso di nuovo nella prigione del potere farmacologico-pedagogico-normativo. Giacché si sa che laggiù, nel vasto mondo, è pieno di matti affetti dalla più nobile delle follie vere. Povere menti erose da una disperazione senza coscienza che si dimena in un corpo immobile per troppo tremore. Ah, sì. Ah, no. Non è di questi signori matti che sto parlando, sia perché sprovvista di tutti gli strumenti teorici e forse anche morali per farlo (al massimo posso, come usa, citare Qualcuno volò sul nido del cuculo e le canzoni di Baglioni o De Gregori), sia perché la delicatezza e la ricchezza di quelli sono accessibili solo agli spiriti nobili, alle anime intonse e ferme. Sono rari, nascosti, addolorati.

No: io parlo dei matti normali, quelli che stanno ovunque, frequentano le nostre piscine dove fanno orgogliosamente pipì; ci fanno le corna al semaforo perché noi, che dobbiamo girare a sinistra, siamo nella corsia di sinistra e intralciamo la strada a loro, che pure devono andare a sinistra stando però nella corsia di destra; ci sorridono nei luoghi di lavoro e appena voltiamo l’angolo ci stramaledicono perché nel frattempo un cortocircuito tutto interiore ha suggerito loro che quella che a noi sembrava gentilezza doveva essere in realtà passivo-aggressività, e d’altra parte non useremmo un congiuntivo in quel modo se fossimo inoffensivi; ci chiedono l’amicizia su Facebook con un nickname che cita Taxi driver e una malattia esantematica, e poi ce la tolgono dopo due ore perché ci abbiamo messo più di 8 minuti a rispondere a un loro messaggio in cui ci chiedevano se eravamo noi, in quel ristorante a Capua, nel ’98, insieme a Rocco del Grande fratello, e se eravamo sempre noi lunedì scorso all’incrocio tra via Piemonte e via Sicilia e non li abbiamo salutati («perché?»).

Erroneamente – a proposito – crediamo che su internet i matti siano di più: e come negare che siano più evidenti, resi fosforescenti dal silicio: basta guardarsi intorno, tirare giù la finestra di word e affacciarci nel baratro insensato delle 11.42, quando è presto per andare a mangiare e tardi per iniziare quel lavoro che negli uffici si trascina di settimana in settimana finché ti chiama il committente verso cui la tua azienda invia dati truccati since 2004, per vederli. 

Ad alcuni ci siamo pure affezionati: ci seguono su tutti i social network da decenni, ormai, sempre nella loro stessa veste o, nei casi più struggenti, cambiandosi di nome solo in onore della nostra sorpresa e del nostro scandalo; ad ogni nostra azione corrisponde, due o tre minuti o due o tre giorni o mesi dopo (non so quale delle ipotesi sia la più commovente) una loro reazione, uguale e contraria, roba da farci un manuale ad usi dei nostri partner distratti. Si sono fatti una mappa dei nostri spostamenti, hanno stampato le foto che pubblichiamo e le tengono appese in camera su una bacheca di sughero stile CSI, e ci puntano gli spilli sopra. Organizzano serate con gli amici in cui, a turno, ognuno dice la cosa che odia di più di noi: loro concludono sempre dicendo che abbiamo le manie di persecuzione.

Storpiano il nostro nome, così, per ridere: perché sono spiritosi. Se qualcuno ci fa un complimento, per un po’ sono distratti dal demolire quello, anziché noi, e godono di un breve consenso suscitato in altri psicotici medi dalla speranza di essere al cospetto di un cambiamento del palinsesto, ma dura poco, e poi per fortuna è a noi che ritornano. Si può dire che ci devono parte della loro popolarità, dato che hanno costruito un personaggio tutto intorno al loro disprezzo per noi, e insomma possono essere considerati l’equivalente dei biografi di un tempo che passa il convento di quest’epoca grama. Manco i nostri fratelli la mattina della Befana dei nostri 7 anni ci hanno dedicato tanto attenzione-gelosia-risentimento, e nemmeno i nostri maestri di creta lacaniana o ipossia paneica fedrico-montaliana hanno applicato tanta alacre critica ai nostri manufatti. Sono le nostre madri psicologiche, siamo frutto della loro inquietudine e del loro tempo libero. Per loro, c’è sempre qualcosa in quello che facciamo che non va bene.

Un giorno abbiamo decifrato una stele in aramaico: ci hanno deriso in quanto vecchie carcasse di studiosi polverosi. Un altro giorno abbiamo comunicato che ci saremmo assentati qualche giorno per andare a ritirare il Pulitzer: ci hanno sputtanato sul web, dappertutto!, dicendo primo: che non abbiamo una connessione mobile e al giorno d’oggi è appena meno grave di dire di votare per il partito neonazista alle regionali e secondo: che comunque in quel libro a cui qualche coglione ha deciso di dare quel premio c’è un refuso, a pagina 268, guarda. Ma poi basta vedere che usiamo i due punti due volte nella stessa frase. Perché sono anche molto colti (almeno, delle cose che scriviamo noi).

Un’altra volta non avevamo scritto niente da giorni: hanno denunciato al loro modo che il nostro silenzio era sospetto, pretenzioso. Se, come spesso capita, diciamo una castroneria, ecco lì che dopo sei secondi ce lo fanno notare, improvvisamente ragionevoli, pacati, didattici. Non riescono proprio a trovarci piacevoli, ma mentre noi abbiamo fatto pace con questa evidenza, e in generale con tutte le eventualità di questo tipo, loro non se ne fanno una ragione e, soprattutto, vogliono farcelo sapere, in tutti i modi possibili, a qualunque costo, e non perdono occasione per rinnovarci la loro disistima. Non si capisce se vogliono arrivare a farci ammettere che il mondo ci sopravvaluta, e quindi ad autodisprezzarci, o a farsi odiare quanto loro odiano noi. In generale trovano molto arrogante che, nonostante tutti i loro sforzi, noi non diamo mostra di disprezzarli. Che insolenza.

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